I 60 anni di concerti di Uto Ughi

Ieri alla Sapienza di Roma per la stagione organizzata dalla IUC (Istituzione Universitaria dei concerti, il violinista Uto Ughi ha tenuto un concerto che crediamo molto significativo, infatti era il 2 Aprile 1959 e all’età di 15 anni il giovane Ughi si è esibito alla Sapienza per la prima volta.

Ed io ho saputo dell’esistenza di Uto Ughi alla fine degli anni ’70, attraverso la televisione, all’inizio della mia passione per la musica classica. Mi colpirono i suo garbo e il suo modo di approcciare il violino. Ricordo ancora in una intervista quando nello spiegare che gli studi quotidiani li eseguiva su un violino moderno, ne definì “acidino” il suono, paragonato agli strumenti antichi, poi riprese a suonare ed io rimasi affascinato.

Del liutaio che costruì quel violino “acidino” non no ho mai conosciuto il nome, ma il fatto che Ughi mostrasse di non avere timori reverenziali di fronte a nessun strumento, antico o moderno che fosse, me lo rese ancora più gradito.

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L’arte vera di Francesco Bissolotti

Il 31 gennaio 2019 è scomparso uno dei più importanti liutai italiani: Francesco Bissolotti. Conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, da liutai e musicisti, Francesco Bissolotti non lascia un vuoto incolmabile semplicemente perché il suo spirito continua a vivere in noi che lo abbiamo conosciuto ed apprezzato.

Difatti non è di una scomparsa che voglio trattare, ma di una presenza che ha assicurato una continuità nella tradizione, una interpretazione rigorosa che grazie a Giuseppe Fiorini e Fernando Sacconi, è confluita nell’arte e nel talento di Francesco Bissolotti e in chi come me, ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo.

Francesco Bissolotti e uno dei violini di F. S. Sacconi.

Francesco Bissolotti è nato combattente e se n’è andato combattendo, carattere indomito e mai ossequioso, rispettoso ma capace di una sincerità dai tratti a volte brutale, generoso senza confini.

Io lo conobbi nel 1986, dopo aver letto (sarebbe meglio dire “studiato”), il libro di Sacconi e in seguito ai contatti epistolari con Charles Beare, capii che costruire violini era sì un qualcosa che si poteva imparare da autodidatti, ma che per colmare tutte le inevitabili lacune è necessario frequentare un buon maestro.

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Il fuoco di Carolin Widmann

Se c’è un’immagine che posso associare alla figura della violinista Carolin Widmann è quella del fuoco, per la sua irresistibile capacità di coinvolgere il pubblico in quello che ritengo essere stato un concerto straordinario (a cura della IUC, Istituzione Universitaria dei Concerti).

La Widmann ha eseguito sonate per violino e pianoforte di Schumann, Debussy, Veress, accompagnata da Dénes Várjon, suonando un violino di Giovanni Battista Guadagnini del 1782.

Il fuoco, dicevamo, e come potrebbe essere definita altrimenti una violinista dalle eccezionali capacità espressive in grado di interpretare in maniera superba un repertorio tanto impegnativo come quello romantico e moderno?

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Gil Shaham e il concerto per un angelo.

Giovedi scorso si è esibito con l’orchestra di Santa Cecilia il violinista Gil Shaham, che lo ha visto protagonista del concerto per violino di Alban Berg. Un concerto impegnativo sotto tutti i punti di vista, sia per l’interprete, che deve affrontare difficoltà tecniche ed espressive non comuni, sia per il pubblico, che davanti ad opere del pensiero dodecafonico si vede spesso disorientato.

Ma non ho mai creduto che siano le dissonanze e le imperve armonie della dodecafonia a scoraggiare i più dall’ascolto di questo tipo di musica, bensì è il fatto che le persone non sanno quasi mai che quadro rappresentarsi in questi casi. E’ un problema educativo, non di difficoltà di accesso.

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Narek Hakhnazaryan e il suo Giuseppe Guarneri 1707.

Per il ciclo Calliope dell’Istituzione Universitaria dei Concerti (IUC), si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza di Roma il violoncellista armeno Narek Hakhnazaryan con uno straordinario strumento di Giuseppe Guarneri figlio di Andrea dell’anno 1707.

Il programma completo, basato su musiche di Debussy, Faurè, Saint Saens, Massenet e Chopin lo potete vedere qui.

Definire Hakhnaziarian un virtuoso, quando il musicista in questione è dotato di un talento innato, appare quasi scontato, talmente è la facilità con cui si esprime questo giovane musicista armeno, che tra le altre cose è stato vincitore del premio Čajkovskij nel 2011.

Ad essere sinceri le musiche francesi tra ‘800 e ‘900 non hanno mai esercitato su di me un grande potere di attrazione, quindi mi sono disposto all’ascolto con una certa resistenza, determinato ora più che mai a privilegiare l’aspetto del suono, piuttosto che quello prettamente musicale.

Da subito sono stato colpito dalla grande dinamica del suono e dalla capacità di Hakhnazaryan di saper sfruttare tutte le doti del suo strumento, uno straordinario Giuseppe Guarneri figlio di Andrea del 1707, con fondo e fasce in pioppo.

Anche questo aspetto mi faceva presupporre una dinamica limitata,, poiché il pioppo, legno più tenero dell’acero dei balcani, può conferire agli strumenti a cui fu destinato, certamente un timbro interessante, ma rimane sempre qualche dubbio sulla corposità dei bassi.

In effetti, tanto per fare un paragone, il Montagnana di Maisky, da questo punto di vista è un vero “cannone”, tuttavia Il Guarneri 1707 di Hakhnazaryan non ha rivelato assolutamente bassi meno corposi, ma una ricchissima timbrica di colori in cui certamente il legno di cui è costituito ha avuto un ruolo fondamentale.

Cioè a dire che se uno strumento è ben costruito, ben mantenuto e ben montato, il pioppo è in grado di fare grandi cose. E se poi lo strumento finisce nelle mani di un musicista come Hakhnazaryan, ecco che si crea un corto circuito che annulla ogni dubbio e pregiudizio.

Hakhanaryan per l’occasione è stato accompagnato al piano da una brillante Oxana Shevchenko, che ha dialogato con il violoncello in modo molto partecipato.

Nel video, il bis in cui Hakhnazaryan esegue le variazioni sul tema del Mosè di Rossini. Hakhnazaryan ha suonato usando una muta di corde Larsen cambiate quattro giorni prima.

Testo, foto e video di Claudio Rampini