Il rigore “amichevole” di Manuel Barrueco.

 

Lo scorso Sabato 21 Aprile 2018 si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza, per i concerti della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), uno dei chitarristi più apprezzati a livello mondiale: il cubano Manuel Barrueco.

Il Portale del Violino di solito non si occupa di recensire i chitarristi e i loro strumenti, ma talvolta ciò è necessario per mettere a confronto le interpretazioni che vengono date nell’ambito di uno stesso compositore, in questo caso Johann Sebastian Bach, di cui Barrueco ha trascritto per chitarra la Sonata n.1 in Sol minore per violino solo. A mio parere Barrueco è riuscito felicemente non solo in una buona interpretazione, ma anche nella scrittura, che è risultata naturale e forse più convincente delle tante versioni eseguite dai violinisti che in preda ad un furore filologico, la privano di calore e comunicatività.

Il confronto con la chitarra in questo caso aiuta anche a capire come le sonate e le partite per violino solo di Bach possano essere “vibrate” in modo discreto e senza per forza di cose abbandonare un senso intimo di cantabilità, proprio per la natura stessa di uno strumento a pizzico, le cui proprietà del vibrato sono notoriamente limitate rispetto a quelle di uno strumento ad arco, ma non per questo meno intense ed espressive.

Manuel Barrueco ha eseguito un repertorio che ha coperto un arco cronologico molto ampio, dalle musiche cinquecentesche di Luis Milàn, al già citato Bach, Nin-culmeil, Sor e Albéniz, regalandoci un vasto panorama sonoro eseguito in modo rigoroso, ma mai freddo o didascalico. Perfino nelle note della conosciutissima e spesso abusata “Asturias”,  il brano è sembrato riacquisire il valore meditativo del silenzio in un fraseggio mai portato all’eccesso, i cui accordi sono emersi in modo luminoso e coinvolgente.

Manuel Barrueco si è esibito suonando una chitarra di Matthias Damman, il cui solo difetto è quello di avere una tavola armonica in cedro, dotata comunque di grande dinamica e profondità di suono in tutti i registri. L’esecuzione era amplificata in modo discreto e ne ha rispettato la naturalezza del suono, anche se ciò ci ha impedito di percepire le reali proprietà di proiezione sonora dello strumento. Lo stesso Barrueco mi ha riferito che la decisione di ricorrere all’amplificazione è comunque molto variabile e ciò dipende ovviamente dal tipo di ambienti in cui egli si trova a suonare.

Personalmente credo che l’acustica dell’Aula Magna della Sapienza avrebbe supportato adeguatamente la chitarra di Barrueco senza amplificazioni di sorta.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Le rose fiorenti di Jordi Savall

 

La rosa damascena non emana più i suoi profumi, i maestri saponificatori di Aleppo muoiono sotto le bombe e gli aromi incensati del tabacco di Latakia sono ormai un lontano ricordo. Ieri le parole pronunciate da Jordi Savall nell’Aula Magna della Sapienza sembravano tagliate apposta per l’apocalisse siriano, e quando dico “tagliate” intendo nel senso letterale della parola, poiché il maestro ne ha usate poche, intense e calibrate, proprio come la sua musica.

Come non ricordare poi le altre apocalissi mediorientali, quella curda, quella palestinese, e poi ancora gli armeni, gli ebrei, le loro terre che oggi, da troppo tempo, esalano il fumo acre delle case sventrate dalle bombe, drammi che è sempre scomodo ricordare. A morire sotto le bombe sono gli uomini e la loro cultura, ma quello che Savall ci ha fatto capire è che nessun conflitto, per quanto esteso e profondo, potrà mai cancellare completamente le tracce di ciò che gli uomini hanno cantato.

Grazie al cielo l’approccio che Savall ha sempre avuto con la sua musica non ha mai avuto niente di ideologico, ed anche ora che sono passate poche ore dal concerto tenuto presso l’Aula Magna della Sapienza per la I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), quello che rimane dentro è la bellezza della musica e lo stupore per tanta, pur studiata, spontaneità creativa.

Quel che stasera Savall ha messo insieme è un intero patrimonio musicale della cultura armena, sefardita, greca e ottomana, brani tramandati dalla tradizione orale e dalla mano paziente dell’erudito moldavo Dimitrie Cantemir (1673-1723), attraverso la sua opera “Il Libro della Scienza e della Musica”, il tutto accompagnato da strumenti poco conosciuti in occidente, e che pure sono capaci di destare nella nostra immaginazione suoni familiari. A cominciare dal “Oud” (che manco a farlo apposta diede l’origine al nome familiare di “Liuto”), e poi al “Kanun”, al “Santur” (derivati entrambe dalle antiche cetre, rispettivamente suonati a pizzico e a percussione, diffusi anche in Europa), al “Kaval” (una sorta di flauto in legno proveniente dall’area balcanica), alle percussioni di Pedro Estevan.

E poi gli strumenti di Jordi Savall, una Viola d’arco, una Lira ed un Rebab. Solo per descrivere uno di questi strumenti e il loro influsso nella storia della musica occidentale sarebbe necessaria un’enciclopedia, invece nei nostri conservatori nei testi di storia della musica sono spesso citati in modo frettoloso, così che quando si ha occasione di ascoltarli dal vivo, come a sottolineare la nostra ignoranza, ci si stupisce che ancora sopravvivano (nonostante le bombe e i genocidi).

Molto interessante il Rebab, che tra tutti gli strumenti ad arco forse è il più diffuso nelle culture africane, asiatiche e mediorientali, seppure nelle infinite varianti locali, reca la costante di avere una pelle tirata a mo’ di membrana su una cassa armonica, fino a quando da qualche parte qualcuno ebbe l’idea di sostituirla con una tavola d’abete rosso, per poi dare origine al violino moderno (ma questa è un’altra storia moderna, circa 500 anni).

Quindi il concerto di Jordi Savall ci sorprende in tutto, non solo per la nostra ignoranza, troppo facile ridurre ad un semplice “non lo sapevo”, è che proprio non dobbiamo permettere alla cattiva coscienza di impedirci di prendere atto che la musica, oltre ad essere un linguaggio  universale, è capace di mettere insieme suoni, persone e strumenti, in una sorta di cenacolo originario che annulla le differenze e che conduce ad un sentire comune.

Non è un semplice mettersi a ballare sulla spiaggia insieme agli indigeni, bensì un ridestare nelle nostre coscienze sopite canti struggenti, mai completamente dimenticati. E questo è stato possibile solo alla sensibilità e all’instancabile lavoro di ricerca che Savall conduce da una cinquantina d’anni, coprendo praticamente ogni possibile repertorio musicale antico, restituendogli vita e vigore.

A questo proposito mi piacerebbe che i filologi di musica antica ascoltassero con più attenzione il canto di Savall, perché oltre ad aver ridato dignità all’improvvisazione (chiedete ad un violinista barocco o moderno di improvvisarvi qualcosa e poi riferitemi le vostre impressioni), mi piacerebbe anche che ascoltassero il vibrato di Savall, non solo quello della mano sinistra, ma anche quello dell’arco. E già che ci siamo anche il tenue ed intenso vibrato che i due suonatori di Oud sono stati capaci di estrarre dai loro “primitivi” strumenti.

In poche parole, se anche a livello puramente istintivo, non si è rimasti rapiti dalla ricchezza degli armonici che questi musicisti sono stati capaci di creare, assieme al nitore delle corde sapientemente pizzicate e percosse, vuol dire che si è relegati per sempre al mondo dell’oscurità. Fortunatamente il pubblico romano ha percepito tanta ricchezza ed ha applaudito in modo sincero ed entusiastico, non solo perché a suonare era Jordi Savall, ma perché la sua musica ci ha svegliati, e lo ha fatto in modo magnifico.

Garbata e mai invadente l’amplificazione del concerto.

Testo e fotografie di Claudio Rampini.

Cher Maxim (Vengerov).

 

Il 12 Aprile scorso, cioè a dire l’altro ieri si è esibito al Teatro Argentina di Roma il violinista russo naturalizzato in Israele Maxim Vengerov,  la cui brillante carriera fu interrotta da un malaugurato problema ad una spalla a cui si è dovuto ricorrere chirurgicamente.

La precedente occasione in cui ebbi occasione di assistere ad un suo concerto fu esattamente nel 1997 a Firenze, dove si esibì con il concerto per violino di Brahms, allora mi colpirono molto la sua efficacia comunicativa, un suono senza compromessi coniugato ad una tecnica esecutiva rigorosa e personale.

Quindi ho desiderato molto questa occasione di poterlo riascoltare nell’intima atmosfera in duo violino e pianoforte: le sonate n.1 e n.3 di Brahms, la sonata in Re magg. di Ravel, ed infine il tema con variazioni da Rossini “I palpiti” di Paganini (arr. di Fritz Kreisler).

Il violino è uno Stradivari del 1727 detto il “Kreutzer”, appartenuto al celebre violinista e didatta Rodolphe Kreutzer (lo stesso che giudicò “scandalosamente incomprensibile” la sonata per violino e pianoforte di Beethoven a lui dedicata, che mai eseguì, e che per una sorta di contrappasso porterà per il resto dell’eternità il suo nome). Al pianoforte Polina Osetinskaya, solista di fama internazionale su un classico ed intramontabile Steinway & Sons.

L’esordio in Brahms nella sala religiosamente raccolta è nitido e deciso, io amo l’arco dei musicisti russi, non credo ci sia di meglio in quanto a precisione e ricchezza di suono, e su questo anche Vengerov non ha mai fatto eccezione. Tuttavia dopo i primi minuti l’incanto si è come dire attenuato, mi è sembrato che fosse solo il violinista a suonare e che il pianoforte fosse relegato a mero ruolo decorativo.

Dico questo perché anni fa mi successe di assistere a qualcosa di esattamente opposto, dove una pianista di grande bravura esibendosi sempre in Brahms, “mangiò” letteralmente il violino solista riducendolo praticamente al silenzio, in un mare di note tempestose emesse al limite della rottura tendinea.

Due esempi opposti per sottolineare, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che nelle sonate di Brahms il violino e il pianoforte formano, e dovrebbero formare, un impasto sonoro che non vede mai il prevalere di uno strumento rispetto all’altro, bensì una fusione espressa in una sorta di “terzo suono” che osiamo pensare non fosse così estraneo dal pensiero compositivo dell’autore.

Eppure nei vari concerti che ho ascoltato negli ultimi mesi ha sempre prevalso un ruolo dell’orchestra, o dello strumento accompagnatore, secondario e assecondante in modo esagerato il solista, che personalmente gradisco pochissimo perché mi fa apparire il solista in una luce innaturale ed insicura.

A Brahms è seguita la sonata di Ravel, espressa in modo garbato e lirico, il silenzioso accompagnamento del pianoforte in questo caso non ha dato troppo fastidio, a dispetto di un tempismo perfetto tra i due strumenti.

Su Paganini le cose si sono complicate abbastanza poiché di palpiti io ne ho sentiti pochi, e parlo di palpiti emotivi, il canto di Rossini è apparso fin troppo stilizzato. E’ pur vero che le nostre orecchie sono influenzate dalle registrazioni, che sono cosa molto diversa dalle esecuzioni dal vivo, ma il distacco emotivo, sottolineato anche da un pianoforte secco e poco presente, mi è parso evidente.

Il dialogo tra le parti che sono presenti nei “palpiti”, e parlo esclusivamente del ruolo del violino solista, suggeriscono spesso un canto amoroso di uccelli che confluiscono in una passione irruenta sottolineata dai balzati e dai pizzicati della mano sinistra, che Vengerov è riuscito ad esprimere solo in parte.

Per quanto riguarda invece i flautati, in questo caso Vengerov si è dimostrato più che all’altezza, riuscendo con precisione e metodo a regalarci momenti di poesia venati di un’aura metafisica, veramente una gioia per le orecchie. Purtroppo alla fine del brano il maestro sembra avere introdotto alcuni glissati a mio modesto parere molto poco paganiani (o kreisleriani), apparentemente non presenti in altre sue registrazioni dello stesso brano.

Non è dato sapere se questi aspetti delle sue interpretazioni siano dovuti al cambio di tecnica resosi necessario dopo l’intervento alla spalla, è però certo che Vengerov sia in grado di esprimere ancora e meglio il suo grande potenziale.

Sul “Kreutzer” di Stradivari non c’è molto da dire, grande voce e personalità soprattutto sui bassi; la seconda corda, mi è parsa leggermente velata e “plasticosa”, forse colpa delle corde “Evah Pirazzi” di Pirastro? Difficile dire, ma è stata un’impressione condivisa con altri che erano presenti al concerto.

Vengerov ha concluso il concerto regalandoci ben 5 bis, cosa che ho gradito molto non solo per la generosità dei musicisti, ma anche perché la tensione è sembrata allentarsi favorendo l’emersione degli aspetti musicali, ottimi gli “encore” di Kreisler.

Qui i programmi dei concerti della Filarmonica Romana

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Il Quartetto Guadagnini a Roma: l’incontro.

 

La mia esperienza di conoscenza del Quartetto Guadagnini inizia da lontano, e non parlo di ascolto perché li ho conosciuti prima ancora di averli ascoltati, risale ormai ad alcuni anni fa. Infatti ho avuto occasione di parlarne qui e qui senza mai averli potuti ascoltare veramente in concerto. Questo approccio così atipico e diluito nel tempo mi ha dato modo di iniziare con loro un vero e proprio processo di conoscenza che per me, liutaio e cultore di musica, ha significato approfondire le spesso misteriose dinamiche che regolano la vita musicale ed umana di un quartetto d’archi e dei loro strumenti.

Ma veniamo ai fatti: il Quartetto Guadagnini si è esibito lo scorso 27 marzo 2018 presso l’aula magna della Sapienza di Roma con un programma di tutto rispetto:

  • Haydn, quartetto op.76 n.3 “Kaiserquartet”
  • Webern, sei bagatelle op.9
  • Brahms, quartetto op.51 n.1

L’occasione mi è stata particolarmente gradita perché oltre ad incontrare vecchi amici (cosa che il sottoscritto, che pure nutre un minimo di pretesa di recensore di concerti, non dovrebbe mai fare per preservare un minimo di obiettività), è stata per me una conferma che la sala della Sapienza sia in grado di offrire una esperienza acustica di ascolto di tutto rispetto, come ho più volte avuto occasione di appurare. Questo luogo consente al suono di correre in modo lineare e pulito, cosa che non sempre accade in altre sale magari più blasonate e nate specificamente per le esecuzioni musicali.

Come ho sempre detto in questi miei articoli la mia esperienza di ascolto è concentrata molto sull’aspetto del suono, lasciando alla musica quasi esclusivamente un mero ruolo di impatto emotivo, poiché anche se ne fossi in grado, non starei mai ad ascoltare brani di musica classica con lo spartito in mano a contare le note, il che se da una parte può lasciarmi sfuggire possibili (e sempre più che probabili), arbitrii nell’interpretazione, cioè a dire “suonate pure la vostra musica come meglio credete”, dall’altra sappiamo bene che il suono non perdona.

Infatti non c’è niente di peggio di un concerto bene interpretato, il cui suono è svilito da una sala acusticamente povera, o magari da strumenti non all’altezza. Al contrario, un buon suono che bene si diffonda in una buona sala e da strumenti bene assemblati, può far perdonare anche le imprecisioni. Nel concetto di “buon suono” rientra ovviamente la prerogativa fondamentale di una intonazione di cui si dovrebbe essere più che sicuri, si può suonare infatti con buona intonazione e al tempo stesso non apparire convincenti perché incerti o non maturi.

Dalle prime note di apertura del “Kaiserquartet” il Quartetto Guadagnini esordisce dunque con un buon suono, senza la pretesa di dover piacere per forza, gli armonici si avvertono in modo piuttosto distinto, e cosa più importante, senza il prevalere di uno strumento sull’altro. Questa mi è apparsa una caratteristica molto positiva fin dalle mie esperienze di ascolto nel tempo con il Quartetto di Cremona (evidentemente trasmesse quasi geneticamente ai loro allievi), e prima di loro dal Quartetto Italiano.

Può sembrare strano o magari scontato, ma il suono di un quartetto, che tra tutti gli ensemble musicali, è quello che possiede caratteristiche sinfoniche peculiari, per cui il quartetto suona come un’orchestra senza esserlo. Un pò come la storia del calabrone che secondo la fisica dovrebbe essere impossibilitato a volare, ed invece lui vola lo stesso. Oppure, se nell’intento di una pulizia e nitidezza del suono, il fronte sonoro appare talmente definito da risultare fastidioso.

Invece questo buon suono il Quartetto Guadagnini ce lo ha regalato, anzi, a mio parere avrebbero potuto anche concedersi qualche libertà in più, specialmente nel quartetto di Brahms eseguito nella seconda parte del concerto. Ma per me è andato benissimo, poichè comunque il risultato del loro lavoro di ricerca si è bene percepito, così da assicurare uno “standard” di resa (definizione odiosa, ma rende l’idea), comunque alto.

Il Quartetto Guadagnini suona abitualmente con strumenti moderni, in particolare ho gradito il violino di Fabrizio Zoffoli (primo violino) e la viola di Matteo Rocchi, che a tratti emergevano con nuances delicate e gradevoli, soprattutto negli adagi. Nella fattispecie si trattava rispettivamente di un violino di Marino Capicchioni degli anni ’60 del 1900 e di una viola di Filippo Fasser, invece il secondo violino è stato costruito da Massimo Nesi e il violoncello sempre dalla mano di Filippo Fasser.

A coloro che pensano che pregiati strumenti antichi dovrebbero esser sempre presenti nelle mani dei musicisti, dovrebbero imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi meglio, perché il metodico studio in comune ed una buona messa a punto, attenta e costante nel tempo, nel caso di un quartetto, sono in grado di produrre veri miracoli uditivi.

Nota a margine, ma non tanto: il Quartetto Guadagnini stasera ha suonato con corde della premiata ditta danese “Jargar”, un nuovo tipo che io ho ascoltato in questa occasione per la prima volta, che come da loro tradizione non sono mai state famose per la morbidezza del loro suono, sono state pur capaci di conferire al suono un colore “giusto” e bene proiettato nella sala. In particolare le “bagatelle” di Webern, che così bene si sono sposate con la mano di Sironi (l’autore dell’affresco che domina l’aula magna), e che l’hanno per così dire svuotata di ogni contenuto ideologico restituendoci alla storia in un’atmosfera metafisica, forse avrebbero avuto meno significato suonate con il timbro accattivante di corde più morbide.

Testo e fotografie di Claudio Rampini