L’arte vera di Francesco Bissolotti

Il 31 gennaio 2019 è scomparso uno dei più importanti liutai italiani: Francesco Bissolotti. Conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, da liutai e musicisti, Francesco Bissolotti non lascia un vuoto incolmabile semplicemente perché il suo spirito continua a vivere in noi che lo abbiamo conosciuto ed apprezzato.

Difatti non è di una scomparsa che voglio trattare, ma di una presenza che ha assicurato una continuità nella tradizione, una interpretazione rigorosa che grazie a Giuseppe Fiorini e Fernando Sacconi, è confluita nell’arte e nel talento di Francesco Bissolotti e in chi come me, ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo.

Francesco Bissolotti e uno dei violini di F. S. Sacconi.

Francesco Bissolotti è nato combattente e se n’è andato combattendo, carattere indomito e mai ossequioso, rispettoso ma capace di una sincerità dai tratti a volte brutale, generoso senza confini.

Io lo conobbi nel 1986, dopo aver letto (sarebbe meglio dire “studiato”), il libro di Sacconi e in seguito ai contatti epistolari con Charles Beare, capii che costruire violini era sì un qualcosa che si poteva imparare da autodidatti, ma che per colmare tutte le inevitabili lacune è necessario frequentare un buon maestro.

Fu alla Libreria del Convegno nella persona di Maria Rivaroli, editore de “I segreti di Stradivari”, che mi fu indicato il nome di Francesco Bissolotti, come liutaio che ha collaborato con Sacconi nei suoi anni cremonesi. Quindi chi meglio di Bissolotti avrebbe potuto darmi chiarimenti su quelle parti che nel libro di Sacconi mi apparivano poco chiare?

Lo andai a trovare nel suo laboratorio in via Milazzo, un bellissimo luogo illuminato da grandi finestre attraversate dalla luce del mattino, decisamente molto evocativo per chi come me si avvicinava al mondo della liuteria e dei liutai la prima volta.

Etichetta di Francesco Bissolotti.

Fui ricevuto molto cordialmente, sulle prime mi parve che Francesco Bissolotti non fosse proprio quella persona loquace e disponibile che mi sarei aspettato, ma poi capii che semplicemente non amava perdere tempo, ed iniziai a tempestarlo di domande, non solo lui, ma anche gli allievi presenti e Vincenzo, uno dei suoi figli.

La mattinata passò in un lampo, Francesco mi donò il modello di una catena in salice, Vincenzo mi fece provare alcuni suoi strumenti e alcuni altri della loro bottega li fotografai. Poi d’improvviso calò il silenzio, ognuno al proprio banco illuminato da una lampada, chi intagliando un fondo e chi un riccio. Mi sentii un poco a disagio al centro di quel grande laboratorio, ma comunque felice di avere appreso così tanto in così poco tempo, presi congedo non vedendo l’ora di tornare a casa e mettermi all’opera anch’io.

La cosa che mi piacque di più fu che in quel laboratorio il prezioso sapere dell’esperienza mi fu donato senza reticenze.

Ricordo ancora quando Francesco Bissolotti mi chiese “tu vuoi fare il liutaio di professione?” e a seguire Vincenzo che mi fece capire che la porta era aperta, non c’era che da mettersi all’opera e cimentarsi. Ma allora non avevo progetti di vita così chiari, il servizio militare incombeva e c’era una università da finire (che poi lasciai senza laurearmi, senza rimpianti), mi sentii in difficoltà e al tempo stesso la certezza che stavo perdendo un’occasione.

Strumenti di Francesco Bissolotti in mostra a Soresina nell’anno 2009.

Fortunatamente gli anni che seguirono mi portarono maggiore chiarezza, mi apparve evidente che se si voleva imparare a costruire violini la cosa giusta da fare era stare il più vicino possibile agli strumenti originali e alle persone che li conoscevano bene.

Francesco Bissolotti era la persona perfetta in questo senso poiché gli anni con Sacconi furono decisivi per la sua formazione e il suo stile, in Italia la sua bottega era ed è uno di quei pochissimi luoghi in cui si può imparare a costruire un violino moderno e farlo suonare in modo più che decente, senza dover rimpiangere il suono degli strumenti originali.

La liuteria è un’arte che richiede una disciplina ferrea, se da una parte i liutai classici hanno avuto dalla loro la possibilità di conoscere e frequentare i maestri che hanno fatto storia, dall’altra il liutaio dell’era moderna ha dovuto in qualche modo ricostruire il legame interrotto con gli antichi maestri attraverso gli strumenti.

Ma la cosa più importante è che la liuteria nasce e si sviluppa grazie al contributo essenziale delle altre arti considerate “maggiori”, come la pittura, la scultura, l’ebanisteria, e come ogni arte essa ha lasciato nel territorio tracce importanti.

Non dimentichiamo, infatti, che Francesco Bissolotti nasce intagliatore.

Fernando Sacconi è stato essenziale, poiché uscendo dall’arbitrio delle interpretazioni, ha una volta per tutte riportato la liuteria moderna nell’alveo della tradizione riscoprendo il metodo costruttivo stradivariano basato sulla forma interna.

Ma non solo, forte della sua apertura mentale, ha capito come le altre arti abbiano pesato sulla nascita e lo sviluppo della liuteria classica, così come la conoscenza del territorio padano gli ha permesso di capire l’importanza del salice (usato per le controfasce e gli zocchetti da Stradivari), dell’equiseto (usato come abrasivo), e di tutte quelle cose che pur piccole formano nel loro insieme un patrimonio di conoscenza.

Quindi, un giovane aspirante liutaio che abbia a cuore di imparare a costruire strumenti ad arco non ha altra scelta se non quella di frequentare i maestri che siano stati il più possibile vicini alla tradizione classica.

In questo Francesco Bissolotti ha avuto un ruolo fondamentale poiché ha interpretato la liuteria classica e l’ha saputa insegnare nel migliore dei modi, mettendo in condizione gli allievi di intraprendere la loro strada in uno stile personale, ma soprattutto mai slegati dalla tradizione classica.

Quando si parla di stile “cremonese moderno”, il pensiero non può che andare a Francesco Bissolotti e ai suoi figli, poiché ne sono stati fondatori e principali interpreti, tanto più se consideriamo che la sua bottega è sempre stata lontana dalla liuteria cosiddetta “commerciale”, cioè a dire la parte oscura che affligge la liuteria contemporanea, artefice di uno stile che di cremonese ha pochissimo e che pure da decenni governa il commercio degli strumenti moderni.

Riccio di un violino di Francesco Bissolotti.

Strumenti a loro modo ben costruiti, ma poveri di personalità e di scarse qualità acustiche, concepiti per soddisfare un’apparenza, non per servire un musicista. E difatti strumenti del genere è abbastanza difficile reperirne la presenza nelle orchestre occidentali.

In questo contesto Francesco Bissolotti ha vissuto una sorta di Sagunto culturale, accerchiato da una tendenza inarrestabile all’omologazione, la sua opera ha saputo elevarsi con dignità e originalità, mai disuniti da ironia e distacco.

La liuteria è un’arte che richiede una disciplina ferrea, dicevamo, non che questo ci condanni a nostra volta ad una sorta di nuova omologazione nello stare intimamente legati alla tradizione classica, ma il suono che si vuole ottenere dai nostri strumenti ha le sue esigenze, la mutazione anche del più piccolo parametro implica conseguenze nel suono ed il compito del liutaio è quello di padroneggiare queste variabili senza esserne schiavo, o peggio ancora usarle senza averne consapevolezza.

La strada da percorrere, aldilà delle questioni stilistiche formali, è che i nostri strumenti non suonino così diversi dagli originali, tanto da fare apparire ancora una volta incolmabile il divario che ci separa da quel suono leggendario su cui si è basata la storia della musica occidentale.

Fondo di un violino di Francesco Bissolotti, mostra di Soresina dell’anno 2009.

Francesco Bissolotti mi diceva che per costruire bene i violini non serviva solo avere una buona mano, ma che era necessario un esercizio continuo al fine di perfezionare stile e suono, e aveva perfettamente ragione.

Si pensi ad esempio alla forma del violino classico stradivariano, la cosiddetta Forma “PG” che assieme alla “G” hanno dato origine ai violini più importanti di Antonio Stradivari, ebbene solo in questo ambito il lavoro di un liutaio è inesauribile, perché lo studio delle bombature, delle sgusce, degli spessori, le dimensioni delle catene, rappresentano variabili infinite che possono produrre nello stesso ambito strumenti molto diversi in forma e sonorità.

Dall’altra invece abbiamo liutai che ogni volta affrontano forme e metodi costruttivi di autori diversi senza mai approfondirne lo spirito, né tantomeno padroneggiare quegli elementi delicati che così profondamente influenzano il suono di uno strumento.

Negli anni mi sono stupito nel constatare il numero esiguo di liutai che seguano il metodo della lavorazione a cassa chiusa, cioè a dire la rifinitura dei bordi, la filettatura e la sguscia a cassa chiusa, secondo la lezione di Sacconi, che rimane l’unico sistema sicuro per giungere ad intonare propriamente una cassa armonica.

Una liuteria legati ai nostri sensi e alle nostre mani, dunque. Chiediamo troppo?

La risposta è sempre la stessa: molto spesso i giovani liutai si accorgono troppo tardi di aver seguito metodi costruttivi lontani dalla tradizione.

Particolare delle “effe” di un violino di Francesco Bissolotti.

Aver conosciuto e frequentato Francesco Bissolotti è stato importante anche perché una volta per tutte si è potuti giungere alla consapevolezza, attraverso il maestro, che uno strumento non mente mai e continuerà a parlare di te nei secoli a venire, nel bene e nel male.

Francesco Bissolotti ha solo scelto che se ne parlasse bene.

Se c’è una cosa che distingue un liutaio valido da uno mediocre è la sua capacità di progettare il futuro a prescindere dagli interessi contingenti.

La prima volta che andai in visita da Francesco Bissolotti ebbi l’impressione di essere entrato in un monastero, e forse la bottega di via Milazzo in antico lo era veramente, ma etichettare il maestro come una sorta di priore a guardia di una ortodossia non solo è profondamente sbagliato, ma è anche sciocco.

La questione non è l’intendere la liuteria una religione o una disciplina, fondamentale è l’atteggiamento mentale con cui si affrontano le cose, per cui anche la più laica delle arti può chiudersi in un bigottismo religioso, e al tempo stesso la più rigorosa disciplina può aprirsi in un luminoso spirito libero, senza tempo.

Testo e fotografie di Claudio Rampini.

Il fuoco di Carolin Widmann

Se c’è un’immagine che posso associare alla figura della violinista Carolin Widmann è quella del fuoco, per la sua irresistibile capacità di coinvolgere il pubblico in quello che ritengo essere stato un concerto straordinario (a cura della IUC, Istituzione Universitaria dei Concerti).

La Widmann ha eseguito sonate per violino e pianoforte di Schumann, Debussy, Veress, accompagnata da Dénes Várjon, suonando un violino di Giovanni Battista Guadagnini del 1782.

Il fuoco, dicevamo, e come potrebbe essere definita altrimenti una violinista dalle eccezionali capacità espressive in grado di interpretare in maniera superba un repertorio tanto impegnativo come quello romantico e moderno?

Il concerto si è aperto senza esitazioni, un preciso colpo al centro, restituendo quella strana sensazione che per alcuni musicisti il vero mondo, quello reale, è costituito dalla musica, per cui lo spettatore viene rapito dalla sua realtà quotidiana per iniziare finalmente quella che è la vera dimensione dell’essere: palpiti e vibrazioni da cui ne consegue un sentire profondo.

Grazie anche a Várjon, il cui pianoforte non è mai apparso sullo sfondo ad esclusivo supporto della Widmann, questo concerto è emerso come una festa del colore dei suoni, senza mai un’incertezza e senza mai un calo della tensione.

Una tecnica violinistica perfetta, rigorosa e vigorosa, al punto che qualche lieve pizzico accidentale del tallone dell’arco sulla prima corda nei passaggi di forza, ci è apparso naturale, inevitabile.

Come una fiamma che si libera e si alimenta dal vento, la Widmann ha cinto la sua musica con grande sensibilità così che ha saputo avvolgere lo spettatore con pervasiva delicatezza, “bruciato” dalla sua incontenibile passione.

Questo concerto, tra le altre impressioni, ci ha dato l’idea che se vogliamo ascoltare Schumann nella sua incalcolabile complessità oggi abbiamo nella Widmann un sicuro riferimento.

Il suono del Guadagnini ci è parso perfetto ed adeguato in volume, qualità ed ampiezza e bene equilibrato alle capacità della Widmann, nessun complesso di inferiorità rispetto a Stradivari o Guarneri del Gesù.

Nota a margine: Guadagnini ha lavorato alle dipendenze del Conte Cozio di Salabue, il primo vero collezionista di strumenti originali, il quale tra gli altri ne ebbe una cinquantina di questo autore.

Chi non vorrebbe avere un mecenate simile? che in possesso della collezione degli strumenti di lavoro della bottega di Stradivari, ha sicuramente messo in grado Guadagnini di produrre autentici capolavori, in quello che si pensa essere stato il suo periodo migliore, quello torinese.

E così avvenne per Giuseppe Fiorini, che con grande sacrificio riuscì a comprare la collezione degli arnesi stradivariani dagli eredi del Conte Cozio, che poi donò al Comune di Cremona negli anni ’30 del 1900 (per poi giacere per lunghi decenni nella polvere, fino alla venuta di Fernando S. Sacconi, che la riordinò assieme al compianto Francesco Bissolotti).

Oggi la collezione degli strumenti di lavoro di Stradivari è conservata e visibile al pubblico presso il Museo del Violino di Cremona.

Testo e fotografie di Claudio Rampini