La tradizione liutaria di Roma: Lucci e Marchini.

Nel cuore di Roma c’è un cuore che batte, così dice la canzone di uno dei figli prediletti di Roma: Antonello Venditti. Ma Roma di cuori ne ha tanti, o per meglio dire, il cuore di Roma è uno ed è fatto di tante cellule e tra queste c’è sicuramente il liutaio Giuseppe Lucci (1910-1991), ravennate di nascita (Bagnacavallo), e romano di adozione, quando nel 1953 scese a Roma e rilevò quella che fu la bottega di un altro grande figlio di Roma: il liutaio Rodolfo Fredi.

A Giuseppe Lucci è attribuita la costruzione di circa 700 strumenti, un numero impressionante se pensiamo che nella vita di un liutaio già raggiungere il numero di 300 rappresenta una meta ragguardevole. Tra i suoi numerosi meriti, certamente non possiamo dimenticare che Lucci presiedette il collegio peritale dell’allora “ANLAI”, vero fulcro della liuteria italiana fino ai primi anni ’80 del 1900.

In un mondo come quello della liuteria, spesso frammentato da interessi personali e localistici, quello dell’ANLAI di Lucci ha rappresentato un unicum che per competenza ed importanza non si è mai più ripetuto nel nostro paese: un collegio di periti in grado di esprimere valutazioni e giudizi obiettivi sugli strumenti, laddove da sempre la regola del commercio vede interessi non sempre trasparenti ed univoci.

Raffella Lucci e Rodolfo Marchini, rispettivamente figlia e genero di Giuseppe, mi hanno ospitato nella loro casa di via Firenze a Roma, a ridosso del Teatro dell’Opera, un appartamento in uno dei tanti eleganti palazzi ottocenteschi nati dopo l’unità d’Italia. Varcata la soglia quel che colpisce non è solo simpatia e cordialità, ma un’atmosfera decisa di violini, musica e cultura del 1900.

Mi guardo attorno, rimango affascinato dalle numerose vetrine che ospitano tanti begli strumenti, una straordinaria collezione di mandolini, chitarre e strumenti ad arco di tutte le epoche, numerosi i diplomi e attestati di merito di Giuseppe e Rodolfo che fanno bella mostra di sé sulle pareti. Ma non ho tempo di far domande che subito vengo investito dall’irruenza di Rodolfo, immediatamente si apre un mondo di liutai che oggi sono entrati nel mito: Garimberti, Ornati, Sacconi, Poggi, Bisiach, solo per citarne alcuni.

Questi liutai sembrano improvvisamente riprendere vita attraverso le memorie di Raffaella e Rodolfo Marchini, mi viene raccontato di come Sacconi nei suoi periodici viaggi di ritorno in Italia frequentasse regolarmente la loro casa, delle ire di Ferdinando Garimberti e del carattere non facile di Ansaldo Poggi, il tutto accompagnato da strumenti che farebbero la gioia di ogni musicista e collezionista, che aldilà del certificato di autenticità, sono accompagnati da storie ed aneddoti che per un mio dovere di riservatezza sono tenuto a non rivelare, ma che aldilà di ogni cosa svelano come dietro ogni strumento sia comunque straordinario incontrare la storia delle persone, le loro glorie e le loro miserie.

Vedo il lavoro preciso e personale di un violino di Leandro Bisiach, una semplicità ed immediatezza di stile, bordi vigorosi, sgusce che modellano tavola e fondo in modo mirabile, vernice sottile di buona pasta e mai invadente, uno stile generale raccolto e deciso, oltre che un bellissimo strumento appare essere uno stupendo saggio di scultura, nella migliore tradizione della scuola d’intaglio italiana.

E poi una viola di Giuseppe Lucci, anche in questo caso una cura meticolosa del particolare, niente lasciato al caso, uno stile imponente ed autorevole come solo chi è abituato a maneggiare strumenti classici può padroneggiare. Anche in questo caso la vernice su toni arancio appare ricca ma mai invasiva, un buon vestito che non umilia il corpo che lo ricopre.

Poi ancora una viola e un violino di Rodolfo Marchini, i richiami a Giuseppe Lucci sono evidenti, ma lo stile appare comunque autonomo, le “FF” tagliate in un modo sapiente, laddove la precisione non è un esercizio geometrico, ma espressione di armonia. Credo sinceramente che il lavoro di Marchini dovrebbe essere preso a riferimento da molti liutai giovani e meno giovani del nostro tempo, personalmente non sono mai stato un grande cultore della liuteria novecentesca, ma davvero la tradizione che passa attraverso le mani di Giuseppe Fiorini, Sacconi, Ornati, Bignami e tanti altri debba essere raccolta e valorizzata nel lavoro dei giovani liutai.

Oggi Roma, purtroppo, non sembra più essere al centro della cultura liutaria antica e moderna, ma sono felice di constatare che invece la realtà parla in modo del tutto diverso, la cultura liutaria italiana rappresentata da Raffaella Lucci e Rodolfo Marchini è di inestimabile valore e gode di ottima salute. Basta capirlo, basta uscire dal luogo comune delle moderne consorterie commerciali che riducono tutto ad uno stile impersonale stereotipato.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Ci ha lasciati il M° Luca Primon.

Riprendiamo la notizia dal quotidiano online “Il Dolomiti” apparso nella giornata di oggi 28 Maggio 2017, per informazione a chi ne avesse facoltà di partecipare ai funerali dello sfortunato M° Luca Primon.

Link all’articolo su “Il Dolomiti”.

TRENTO. Si è spento ieri pomeriggio, all’età di 65 anni, all’ospedale San Camillo, Luca Primon.

Nato a Trento, è stato uno dei più grandi liutai al mondo riuscendo a far apprezzare la propria abilità ed esperienza oltre i confini nazionali.

E’ stata una vita piena di riconoscimenti quella di Primon, durante la quale ha costruito violini per i più grandi musicisti, partecipando inoltre al restauro di strumenti di straordinario interesse storico anche appartenenti a collezioni uniche.

Nato a Trento nel 1952, ha studiato prima musica al Conservatorio per poi spostarsi dal 1974 al 1979 alla scuola di liuteria presso il Conservatorio di Parma, sotto la guida del maestro liutaio Renato Scrollavezza.

Dal 1980 ha insegnato la costruzione degli strumenti musicali ad arco presso la Civica Scuola di Liuteria del Comune di Milano frequentando poi a cavallo degli anni ’90 i corsi di specializzazione per liutai tenuti dal Maestro Jurgen Von Stietencron a Riva del Garda.

Oltre ai tanti corsi che ha tenuto o ai quali ha partecipato, tra il 1989 ed il 1991 è riuscito a vincere per le sue capacità artigiane due medaglie d’oro e due d’argento in concorsi nazionali e internazionali.

Dopo un periodo all’estero e in altre grandi città d’Italia, nel 2008 Luca Primon era tornato a vivere e lavorare a Trento.

Il funerale si terrà martedì 30 maggio alle ore 16 presso la chiesa dello Sposalizio in via san Bernardino. Durante la cerimonia suoneranno i suoi violini e violoncelli.

Claudia Fritz e Joseph Curtin ci riprovano (i violini moderni suonano meglio degli Stradivari).

In questo articolo apparso su La Repubblica online dell’8 Maggio 2017, la ricercatrice di Scienze Acustiche di Parigi Claudia Fritz (che è anche flautista) ed il liutaio americano Joseph Curtin hanno riproposto l’esperimento già avvenuto nel 2012 che avrebbe portato all’evidenza per cui i violini di Stradivari non suonerebbero meglio dei violini moderni, contribuendo a loro dire a sfatare un mito duro a morire. Il primo esperimento fu condotto in modo assolutamente irricevibile per una persona che avrebbe le intenzioni di confermare in modo “scientifico” la superiorità di un suono rispetto ad un altro, ossia musicisti bendati fatti suonare all’interno di una stanza d’albergo, laddove le proprietà acustiche, non solo degli Stradivari ma di qualunque strumento, ne uscirebbero seriamente compromesse.

Per cui sembrerebbe non valere più il concetto che l’essenziale non è solo mettere tutti gli strumenti a parità di condizioni, ma che ogni strumento possa avere una resa completamente diversa a seconda del musicista, dell’ambiente, della musica che viene suonata e della montatura adottata (corde, ponticello, cordiera, ecc.).

Ebbene oggi, anno 2017, l’esperimento è stato ripetuto nelle sale da concerto e ancora una volta ne è scaturito un verdetto sfavorevole per gli strumenti antichi. Il che può anche essere possibile, dato che ogni strumento, moderno o antico che sia, possa avere qualità acustiche indiscutibili (a patto che venga suonato bene e in un ambiente favorevole all’ascolto della musica).

Purtroppo la pagina completa dell’articolo pubblicata su PNAS è a pagamento per cui ci dobbiamo limitare a ciò che i giornali e le riviste hanno saputo condensare: i violini antichi suonano peggio dei violini moderni e poco altro, niente è dato di sapere sui metodi di selezione degli strumenti e dei musicisti, delle montature adottate e soprattutto dell’identità degli strumenti che sono stati suonati nelle prove acustiche, tradendo così la regola fondamentale per cui una prova che abbia un minimo valore scientifico dovrebbe possedere come fondamento: la trasparenza.

Va aggiunto che nel tempo, dal 1800 fino ai giorni nostri, sono state condotte molte prove “al buio”, e che spesso hanno dato esito sfavorevole agli strumenti antichi (famoso è l’esperimento del violino costruito da Savart), ma che negli anni hanno visto gli strumenti moderni o di nuova concezione relegati ad un più modesto ruolo di violini di fila o conservati nei musei come curiosità.

Quindi è tutto mito ciò che circola sul suono degli Stradivari? (e i Guarneri, gli Amati, i Bergonzi, ecc ecc, dove li mettiamo?). Per la mia esperienza posso dire con sicurezza che non è tutto mito, e che all’interno di una sala da concerto le differenze sono molto ben percepibili. Inoltre è curioso che da una parte si metta bene in chiaro il nome di Stradivari come confronto, ma dall’altra i violini moderni delle prove rimangano perfettamente nell’anonimato, perlomeno la cui indentità è nota solo a pochi eletti. Forse si teme un ulteriore confronto? ossia che conoscendo il nome dei liutai che hanno costruito quei violini moderni, li si possa usare per prove in cui venga dimostrato il perfetto contrario, ossia che spesso le qualità di un violino moderno, non solo sono inferiori ad un buon violino di Stradivari, ma che il liutaio o i liutai in questione non abbiano il coraggio di metterci la faccia, temendo comunque un confronto che li possa danneggiare nella loro reputazione?

Ma più delle mie parole, può spiegare l’esperienza di Maxim Vengerov, che con modestia e assoluta onestà intellettuale spiega le sue ragioni in un messaggio di replica su slippedisk.com.

Aggiornamento:

Test di questo genere nascono con il peccato originale, per non dire errore fondamentale, di intendere la voce di un violino come quella di un cantante, per cui uno Stradivari potrebbe e dovrebbe essere riconoscibile alla stregua della voce di Pavarotti e Domingo. Ovviamente non è così perchè la voce del violino è altra cosa dalla voce umana e non è così riconoscibile, come peraltro dimostrato da un test condotto da liutai e musicisti di provata competenza, tra cui Isaac Stern e Charles Beare, in cui non poche furono le sorprese ad ascoltare gli strumenti a distanza, in cui i giudizi sul suono furono così contraddittori che fu inevitali considerarli non attendibili. Lo stesso Stern affermò che avrebbe potuto riconoscere ad occhi chiusi (ma con orecchie aperte), qualsiasi strumento purchè potesse suonarlo per qualche secondo, ma alla distanza cogliere le differenze tra violini di altissima qualità diventa cosa praticamente impossibile.

Questo significa che certamente si possono valutare le qualità timbriche di qualsiasi strumento e la portata del suono, sia suonandoli in prima persona che alla distanza, ma per la mia esperien za i violini antichi hanno sempre dimostrato qualità superiori rispetto a violini moderni (inclusi i miei), tranne quei casi in cui i violini antichi fossero montati male o avessero bisogno di interventi di revisione o restauro. Ovviamente dobbiamo anche considerare strumenti che a dispetto della loro illustre paternità, forse anche a causa di interventi di restauro maldestri, non sono in grado di emettere suoni di qualità. O forse dobbiamo intendere che oggi, anno 2017, non vi siano più liutai come Sacconi o Weisshaar non siano più capaci di fare montature decenti?

Qui la discussione nel nostro forum.

La costruzione dell’archetto secondo William Watson

William Watson ha lavorato per la rinomata ditta W.E. Hill & Sons dal 1945 al 1962, in questo video di dieci minuti illustra i passaggi della costruzione di un arco dall’inizio alla fine.
Watson è stato l’ultimo allievo di William Retford, e ha continuato a costruire archi dove aver lasciato la Hill, nel tempo si è costruita una solida reputazione nell’ambito della tradizione archettaia inglese (e non solo). I suoi archi costruiti per Hill sono stampigliati con il numero 7.

Notizia ripresa da “The Strad” su Facebook

 

Stradivari del 1734 rubato torna sul palcoscenico.

Dopo un meticoloso lavoro di restauro che è durato più di un anno, uno violino di Antonio Stradivari del 1734, rubato al violinista Roman Totenberg, può finalmente tornare sul palcoscenico. Una ex allieva di Totenberg (Mira Wang, nel video), suonerà lo strumento in un concerto privato a New York.  (Fonte: Associated Press )

La scomparsa del M° Andrea Tacchi

05 ottobre 2016

Il M° Andrea Tacchi non è più tra noi, lo storico primo violino dell’Orchestra Regionale Toscana è scomparso lo scorso 26 Settembre lasciando un senso generale di sgomento e incredulità, poiché mai si sarebbe immaginato vedere interrotta così presto una carriera luminosa e densa come la sua. Di Andrea Tacchi si ricorda volentieri il buon carattere e la sua modestia, così che la sua sconfinata bravura ed infinita resistenza nell’affrontare responsabilità e carichi di lavoro faticosissimi, impensabili per una persona normale, apparivano quasi scontati nella loro straordinaria quotidianità.

Iniziai a frequentare l’ORT nel 1992 grazie al violista Dimitri Mattu, che conobbi a sua volta presso la Scuola di Musica di Fiesole, dove egli insegnava e dove mi recavo regolarmente per conoscere tanti grandi musicisti e i loro strumenti. In modo per me inaspettato il M° Mattu mi propose la costruzione di una viola piccola per un suo allievo e quando fu finita, dopo qualche mese, egli ne rimase favorevolmente colpito.

Quella fu la mia prima viola in assoluto e fui felice della buona riuscita, quindi incontrare Riccardo Masi (prima viola) e poi Andrea Tacchi fu praticamente tutt’uno. Allora l’ORT aveva sede nella chiesa di S. Stefano al Ponte, così chiamata data la sua vicinanza all’iconico Ponte Vecchio, nel cuore della Firenze rinascimentale, laddove le città italiane assumono parvenza di gioiello e offrono protezione ed intimità a chi le frequenta.
Fu un incontro importantissimo, perché aldilà dei miei strumenti da far valutare ai musicisti, mi si presentava l’occasione di poter accedere in modo discreto e senza difficoltà nel variegato e complesso mondo di una realtà orchestrale e di entrare in contatto con i migliori solisti del mondo e i loro grandi strumenti.

Questo ha significato per me un percorso di formazione e maturazione del mio gusto musicale e della percezione del suono, fino ad allora infatti non avevo bene recepito la dimensione degli “armonici” e di quello che un musicista di provata esperienza riesce a sentire e a cavare dal proprio strumento.

Gli equilibri tra le varie sezioni dell’orchestra, tra i violini primi e i violini secondi, le viole, i violoncelli, fu così che conobbi anche Horvath, Ballini, Bacchelli. Ma la cosa più bella era che potevo ascoltarli in prova, e tra una pausa e l’altra scambiare con loro impressioni, imparare cose nuove, avere la possibilità di vedere strumenti importanti.

E fu così che finalmente mi trovai a tu per tu con il Gragnani del M° Tacchi, il quale me lo porse con la sua consueta simpatia e disponibilità, e che al tempo stesso poneva seri dubbi sulle mie capacità di riuscire mai un giorno a realizzare un violino così bello e sonoro come quello.

Dall’antico liutaio livornese Antonio Gragnani mi sarei aspettato un’opera al limite della rusticità, con uno stile propriamente toscano, ma già il constatare la cura che fu posta nella realizzazione delle punte dei filetti, la cura nelle bombature, l’armonia della forma, mi indusse a pensare che egli avesse avuto qualche rapporto con la scuola cremonese, o che perlomeno avesse avuto opportunità di vedere un buon numero di strumenti classici cremonesi.

Tacchi sorrise compiaciuto, amava molto quel violino. E faceva bene, perché raramente ho avuto opportunità di vedere un’armonia così completa tra il musicista e il suo strumento, un insieme unico in grado di poter affrontare con sicurezza qualsiasi repertorio. All’epoca era direttore stabile Lu Ja con il quale Tacchi mi è sembrato avere sempre un grande affiatamento, così non mi è parso mostrare nessuna esitazione in altri ambiti e con altri direttori, da Berio ad Alan Curtis, Tacchi riusciva sempre a dare il meglio e a non fartelo mai pesare.

Quello che non finiva mai di stupirmi, sia in prova che in sede di concerto, era il suono di Tacchi, che riusciva sempre ad emergere senza tuttavia essere aggressivo o sgradevole. Ingenuamente ero portato a pensare che il violino di Tacchi fosse sempre un gradino sopra gli altri, invece quello era il “suo” suono, che difatti in breve tempo sarei stato in grado di riconoscere tra mille altri. Lo riconoscevo in un concerto di musica da camera in una bellissima sala medievale di un antico palazzo di Pistoia, oppure in duo, suonando il concerto doppio per violino e orchestra di Bach insieme allo Stradivari di Boris Belkin, ma anche seppellito in mezzo all’orchestra in fondo alla chiesa di S. Stefano al Ponte, quando suonarono il concerto Op. 61 di Beethoven, solista Pierre Amoyal.

E poi ancora con Gidon Kremer ai Quattro Mori di Livorno, con Viktoria Mullova al Verdi di Pisa, Yuri Bashmet, e tanti, tanti altri ancora, la cui musica non si è mai persa nel vento. Poi venne la notte dell’attentato in via dei Georgofili, della cui esplosione risentì anche la chiesa di S. Stefano al Ponte, che fu dichiarata inagibile, quindi l’ORT fu spostata momentaneamente al teatro Verdi. Un momento durato più di vent’anni, visto che oggi la sede dell’ORT è proprio lì, ma il mio ricordo resta indelebilmente legato all’antica chiesa, e non potrei mai pensarla diversamente, perché proprio lì assistetti ad un concerto in cui vidi e udii tra gli altri, una delle mie viole, era una sinfonia di Haydn.

E quella stessa viola finì proprio nelle mani di Tacchi, dopo che Mattu decise di acquisire un nuovo strumento costruito da Francesco Bissolotti. Mi stupisco ancora oggi di come quella mia viola imperfetta (la mia seconda in assoluto), sia finita in mani tanto stimate, e che Tacchi dette in prestito a Beate Springorum per il completamento del suo diploma in viola, qualche anno prima del suo trasferimento presso la Filarmonica di Monaco. Contrariamente a quanto accaduto con Riccardo Masi, cui mi lega un’amicizia ventennale, con Andrea Tacchi non ho mai avuto una confidenza stretta, e se ricordo bene, in tutti gli anni che ho frequentato l’orchestra, sia in prova che in concerto, non gli ho mai fatto provare uno dei miei violini.

A dire il vero non mi è mai nemmeno venuta la fantasia di fargliene provare uno, so bene che avrei trovato benevola accoglienza da parte sua, ma una sorta di pudore misto a rispetto mi ha sempre tenuto lontano da questo proposito, perché per me lui rappresentava la musica che amo e niente altro. E la musica non è solo quella prodotta dagli strumenti, ma è quella che ti porti dentro e che riconosci negli altri.

Claudio Rampini
Tivoli 5 ottobre 2016

Una giornata con il Quartetto Guadagnini

23 maggio 2015

Era da tempo che cercavo la giusta occasione per un incontro con il Quartetto Guadagnini e la loro musica. Non uno dei concerti alla cui straordinaria qualità questi ragazzi ci hanno abituati, ma una di quelle giornate cosiddette “normali”, fuori dai teatri e dal pubblico, in cui nel loro privato i musicisti costruiscono e perfezionano il loro repertorio. L’occasione si è presentata quando Fabrizio Zoffoli, primo violino del quartetto, mi ha riferito di un prossimo concerto (svoltosi lo scorso 8 Maggio 2016 n.d.r.), presso il Museo del Violino a Cremona, a cui per l’evento è stato affidato il bellissimo quartetto di strumenti costruiti da Marino Capicchioni nel 1937, creato appositamente per il bicentenario della morte di Stradivari e con cui il liutaio riminese vinse un meritato premio. Quindi un’occasione da non mancare per il liutaio e lo spassionato amante della musica, anche se con il grave imbarazzo da parte mia di concedere la stessa attenzione all’uno o all’altro aspetto. E’ da premettere che il Quartetto Guadagnini è stato già oggetto della nostra attenzione sul Portale del Violino, una specie di intervista al “buio” svoltasi al telefono qualche anno fa, senza che avessi avuto prima opportunità di ascoltarli dal vivo, eccettuato qualche breve video reperibile in rete.


Tuttavia l’esperienza di quell’incontro è piaciuta ad entrambe, e ci ripromettemmo di trovarci di persona, senza limiti di tempo e di disponibilità da parte nostra. Come liutaio mi ritengo prima di tutto un cacciatore di suoni, quindi approfondire le esperienze di percezione è un compito quotidiano, al tempo stesso la musica prodotta dagli strumenti e dai musicisti e seguirne l’evoluzione, quando possibile, è un completamento dell’esperienza stessa.

Cioè a dire che ancora prima di incontrare il Quartetto Guadagnini, qualche anno prima intervistai Cristiano Gualco, primo violino del Quartetto di Cremona, che ebbi occasione di ascoltare dal vivo in più occasioni. E prima di loro le mie esperienze di ascolto del Quartetto Italiano e gli incontri con Piero Farulli alla Scuola di Musica di Fiesole, dove ebbi occasione di ascoltare tanti musicisti di grande fama e i loro meravigliosi strumenti.

Quindi il Quartetto Guadagnini nasce dagli insegnamenti del Quartetto di Cremona, che a sua volta ha fatto propria la lezione del Quartetto Italiano, ossia una tradizione di suono e di musica sicuramente di alto livello, che i successi che continuano a mietere dovunque sembrano aver consacrato. Ma sarebbe sbagliato pretendere di ascoltare nelle note prodotte dal Quartetto Guadagnini o dal Quartetto di Cremona le note inconfondibili del Quartetto Italiano, perchè se da un lato possiamo dire che in Italia abbiamo senza ombra di dubbio una grande scuola di quartetto, dall’altra ci rallegriamo nel constatare che nel rispetto del repertorio e della tradizione, questi giovani musicisti godano di un’autonomia creativa che li libera da qualsiasi forma di suono riprodotto in modo meccanico, pur nella perfezione tecnica, come purtroppo accade spesso di ascoltare in questi ultimi anni.

Difatti già subito al mio arrivo l’atmosfera è piuttosto tranquilla e rilassata, cosa niente affatto scontata, tenendo conto che il sottoscritto giunge da intruso a curiosare strumenti e musicisti intenti in una giornata di prove prima di un concerto importante che si sarebbe tenuto solo due giorni dopo, per giunta con strumenti che non erano quelli da loro abitualmente suonati. Due parole sul quartetto di Marino Capicchioni: come è logico aspettarsi gli strumenti sono in perfette condizioni, praticamente poco o niente suonati, la mano del liutaio riminese (Capicchioni è nato a San Marino, ma per un mio habitus mentale continuo a ritenerlo appartenente alla città di Rimini), appare in tutto il suo splendido e vigoroso stile. Capicchioni in questo quartetto ha perseguito linee che potremmo definire stradivariane, sapendo al tempo stesso distanziarsi dal maestro cremonese e fondendo mirabilmente criteri personali. Anche in questo caso lo spirito nazionale italiano sembra trionfare in autonomia nella tradizione, così che nei due violini, ma anche nella viola e nel violoncello, vediamo bombature generose e tese sulle sgusce, quasi squadrate nella zona del ponticello.

Già a guardarli questi strumenti suggeriscono l’idea di un suono ampio e generoso, così pure la vernice, di un colore marrone con una vena molto discreta di rosso, evidenzia le figure dell’acero e dell’abete senza troppi effetti speciali, in un rigore semplice quanto suggestivo. Una lezione che troviamo spesso nei liutai del 1900, che a mio parere dovremmo tenere sempre presente nella produzione degli strumenti di oggi.

Così pure i ricci di tutti questi strumenti appaiono inconfondibilmente della mano di Capicchioni, in uno stile splendidamente omogeneo, con un “occhio” di dimensioni generose che chiude le volute in modo deciso e spontaneo, senza nulla concedere al superfluo, ma soprattutto senza scimmiottare i maestri classici.

Direi che Capicchioni, assieme ad altri celebrati liutai del 1900, sembra essere consapevole di appartenere alla sua epoca, e ne è padrone senza ombra di pentimento.
Ma le osservazioni sugli strumenti lasciano ben presto lo spazio alle note del “Quartettsatz” di Schubert e la stanza si riempie meravigliosamente di note, che pur familiari, sembra di ascoltare sempre per la prima volta.


Il coordinamento tra i musicisti mi sembra veramente buono e quelle che percepisco sono note “mature”, frutto sicuramente di un lungo lavoro di studio e di una discussione che è, e deve restare aperta. Le interruzioni sono frequenti, come del resto è naturale che sia in sede di prova, si cerca sempre di perfezionare, limare, impastare il suono al meglio che si è capaci di fare.
Non c’è una predominanza di un componente del quartetto rispetto agli altri, sia Fabrizio, che Giacomo (secondo violino), Matteo (viola) ed Alessandra (violoncello), danno il loro contributo di riflessione e di suono in modo determinato e pacato.

Fabrizio, che è il primo violino, ascolta attentamente e mi sorprende che non sia quello che più si impone rispetto agli altri, bensì sembra possedere una buona qualità di “ascolto attivo”, cosa che mi sorprende piacevolmente e mi fa sorridere, perchè forse sono male abituato ad immagini mentali di primi violini autoritari che impongono una direzione.

Personalmente non ho mai dato troppa importanza alla precisione dell’intonazione, specialmente nelle esecuzioni dal vivo, ritengo che l’interpretazione valga su tutto, anche in quei casi imperfetti di strumenti trascurati o montati male, o di musicisti che hanno studiato poco o male, perchè se l’interpretazione è per me giusta, l’esecuzione mi risulta comunque gradevole.
Ciò non toglie che nei passaggi di forza e nei complicati fraseggi di Schubert quando le dita dei musicisti passano alle posizioni alte sui registri acuti, io non mi aspetti qualche sbavatura, o qualche ritardo o anticipo rispetto agli altri strumenti.
Invece in questa occasione, musicisti che per ragioni anagrafiche ti aspetteresti più imperfetti, dimostrano invece ottima capacità nel saper padroneggiare ogni criticità, un po’ come quando vedi il funambolo che facendo acrobazie a trenta metri di altezza senza rete, inconsciamente ti aspetti che cada. E qui invece non cade nessuno, quasi una delusione. Ascoltandoli ad appena poco più di qualche metro di distanza, la musica riempie la stanza in modo tale che è impossibile per me non farmi rapire, ed ascolto in silenzio, deliziato, osservando l’ondeggiare del grano verde fuori della finestra, nel campo oltre la strada.

Il tempo passa veloce e arriviamo all’ora di pranzo, vengo amichevolmente invitato a tavola, e senza interruzione tra uno spaghetto e l’altro, parliamo di musica e di strumenti. Mi produco perfino nel racconto di Athanasius Kircher e sulle recenti scoperte alchemiche e simboliche che tanto hanno governato le leggi dell’arte e quindi anche quelle della liuteria.

Non mi aspetto di essere compreso, anche perchè fresco di studi e quindi ben lontano dalla sintesi, invece non solo non mi prendono per pazzo, ma il discorso si approfondisce e si sviluppa senza incertezze o imbarazzi. In buona sostanza abbiamo formato un quintetto.
Ne approfitto anche per scattare qualche foto al meraviglioso violino Pressenda suonato da Fabrizio, mi avevano parlato molto bene della vernice di questi strumenti, e in effetti è difficile trovare qualche cosa che non vada in una luminosa e trasparentissima vernice di un colore rosso molto caldo, laddove il legno sottostante sembra vibrare di vita propria in un tripudio di luce dorata.


Il tempo scorre e corre senza che me ne accorga, dopo la pausa ancora prove, è la volta del “Quartetto Americano” di Dvorak, una scelta per me particolarmente felice perchè ho riscoperto questa bellissima opera in tempi recenti così come si incontra un vecchio amico e si scorgono in lui nuove qualità che te lo rendono più prezioso.

Nelle orecchie ho le note dell’Emerson Quartet e questa non è quasi mai una buona cosa perchè una registrazione è per forza di cose sempre più “pulita” rispetto ad un’esecuzione dal vivo, ma è anche vero che il fronte sonoro di una “imperfetta” esecuzione dal vivo non ha eguali, ed è per questo che io preferisco di gran lunga un quartetto stonato che suona dal vivo, alla più perfetta delle registrazioni del miglior quartetto del mondo.


Questo l’ho capito anche ascoltando di persona le varie opere di Bartok, Berg, Schoenberg, laddove il sapore a volte aspro degli archi ti restituisce tutta la loro dimensione metafisica, che sulle registrazioni si fa sempre fatica a percepire.
Ma sto divagando un po’ troppo, e tutto per dire, in poche parole, che sono partito all’ascolto piuttosto prevenuto, anche se molto fiducioso e curioso per l’interpretazione che il Quartetto Guadagnini saprà dare.

Partono direttamente con il secondo movimento ed è subito un colpo al cuore: tutta la dolce e struggente malinconia emerge subito prepotente dal primo violino per essere poi ripresa dal violoncello. Alessandra dice di non trovarsi in condizioni ideali con il violoncello, lo strumento avrebbe bisogno di essere “svegliato” e non restituisce tutti quegli armonici che sarebbe in grado di dare con un esercizio continuo.
Meno male, penso io, figuriamoci cosa avrei potuto ascoltare se avessero suonato con i loro strumenti!

Poi si ritorna al primo movimento con l’apertura della viola di Matteo, solo un breve ripasso per ribadire le intese sui tempi, ma mi è parso di non capire bene. E allora oso ciò che non ho mai osato in vita mia: chiedo di ripetere. Forse in altre occasioni sarei stato scacciato in malo modo o perlomeno avrei creato qualche imbarazzo, invece la mia osservazione viene colta senza colpo ferire e il brano viene ripetuto, così che Matteo esprime tutto il suo notevole potenziale sulla formidabile viola di Capicchioni. Altro colpo al cuore. Chi conosce il Quartetto Americano di Dvorak sa bene come quelle note apparentemente facili di apertura della viola al primo movimento costituiscano una vera e propria ipoteca che condizionerà tutto il resto dell’esecuzione, e sono contento di aver potuto ascoltare il brano eseguito su una viola così bella e importante, forse una delle migliori che abbia mai ascoltato.

Così pure il violino di Giacomo, gemello identico a quello suonato da Fabrizio, crea un’uniformità di suono che forse non è esattamente corrispondente al ruolo del secondo violino, questo è sempre un rischio che gli strumenti di un quartetto costruito da uno stesso autore devono affrontare, ma Giacomo sembra fare di necessità virtù e riesce ad imporsi.
Casomai non si fosse capito abbastanza, se un musicista ha qualcosa da dire lo dirà comunque, e questa è per me una interpretazione in positivo della legge di Murphy.
Le note continuano a scorrere e non mi rendo conto che la luce del sole proiettata dalla finestra si allunga quasi a vista d’occhio, trascorrono altre due ore veloci e leggere fino al momento del congedo che mi riporterà sui monti dell’appennino abruzzese in direzione Roma.

Per me è stata un’esperienza bella, profonda e memorabile, sembra che il Quartetto Guadagnini abbia ben tollerato la presenza dell’intruso, tanto che ci ripromettiamo di incontrarci di nuovo, sempre lì e allo stesso modo, durante le prove, al cuore della musica e degli strumenti.

Nota: Testo e fotografie di Claudio Rampini

La liuteria non è roba da dilettanti.

25 aprile 2015

La lettera aperta che il Prof. Nicolini, presidente ANLAI, ha rivolto recentemente al Sindaco di Cremona, e che abbiamo pubblicato su questo sito il 14 marzo scorso, ci pone l’obbligo di una riflessione.
Io spero che sia solo per le contrarietà suscitate dalle condotte irruenti e talvolta superficiali del Prof. Nicolini che il Comune di Cremona e la neonata “Governance della Liuteria”, hanno bocciato 8 progetti sui 10 presentati dall’ANLAI, poichè tra quelli rimasti al palo vediamo proprio il nostro Convegno sulle Vernici in Liuteria.
Ed infatti il 2° Convegno delle Vernici in Liuteria si è svolto nella Sala Filo di Cremona anzichè nel Salone dei Quadri, come si era ipotizzato inizialmente.

Del resto qualche anno fa proprio nel Salone dei Quadri ho tenuto una conferenza su Fernando S. Sacconi, presenti tra gli altri il M° Francesco Bissolotti e il Prof. Andrea Mosconi, e coadiuvata dall’ALI (Associazione Liutaria Italiana), nella persona della Presidente Anna Lucia Maramotti, e dall’immancabile Prof. Gualtiero Nicolini. E non mi sembra che il Comune di Cremona e la figura di Sacconi ne siano usciti in qualche modo diminuiti nella loro importanza, anzi, l’iniziativa è stata condivisa e ha ricevuto i favori di moltissime persone.
Se è vero, come è vero, che attualmente Cremona per i suoi violini può contare su un apparato di “vigilanza” come la Governance della Liuteria, che controlla e valuta proposte e contenuti, anche attraverso l’ausilio di organi “ufficiali” come l’Unversità di Pavia o il Politecnico, è anche vero che esistono liutai che hanno fatto della ricerca liutaria una vera e propria missione, ed è questo il caso che ci riguarda.

Se da una parte siamo grati alla ricerca scientifica che ci ha permesso di avere alcune importanti conferme riguardo i materiali usati nella liuteria classica, dall’altra sottolineo l’importanza del lavoro di ricerca sulle fonti che sto svolgendo da circa trenta anni, e che prese le mosse proprio da una corrispondenza da uno degli allievi più illustri di Fernando Sacconi: Charles Beare.
Infatti il mio obiettivo immediato fu quello di chiarire alcuni punti oscuri del libro di Sacconi interrogando e cercando di avere informazioni di prima mano da coloro che furono i suoi allievi. Ed è per questo motivo che frequentando anche la bottega del M° Francesco Bissolotti, giunsi a completare al meglio possibile la conoscenza dell’opera di Sacconi.

Poi a seguire c’è stata la mia re-interpretazione secondo canoni filologici di una lettera di Antonio Stradivari del 1708 e il perfezionamento del disegno della forma del violino con il metodo della sezione aurea, così come concepito da Sacconi, solo per citare alcuni dei numerosi argomenti della mia ricerca. Del primo lavoro ne scaturì una pubblicazione su The Strad del marzo 1995, del secondo una proposta di esposizione al Museo del Violino (invito che mi fu rivolto dalla Dott.ssa Maramotti), ma di cui poi non ho saputo più nulla.

Lungi da me il voler ritenere i miei lavori di qualità assoluta, poichè come ogni lavoro di ricerca che si rispetti, anche il mio è suscettibile di perfezionamenti ed evoluzioni, ma voglio qui affermare il primato di una ricerca ad ampio respiro, laddove “l’ossessione” per lo strumento antico senza contestualizzarlo storicamente ed artisticamente, ci ha fatto perdere secoli preziosi per la comprensione delle antiche metodiche.

Cioè a dire che ognuno fa la sua parte e che ogni parte costituisce un insieme, oggi rappresentato dalla comprensione del nostro patrimonio liutario. Poichè se meglio riusciamo a comprendere il lavoro dei nostri artisti, riusciamo non solo a costruire strumenti migliori, ma riusciamo a conservare in modo migliore anche gli strumenti classici.

Per cui ben vengano i risultati delle ricerche che provengono dai campi della scienza più disparati, ma se infine manca un lavoro di sintesi, o peggio ancora, manca un contributo storico-artistico, è la ricerca stessa ad apparire monca.

Infatti la storia dell’arte propriamente detta, quella che si occupa dei Giorgione e dei Caravaggio, dice poco o niente sulla storia dell’ebanisteria e niente assoluto sulla liuteria, così che oggi la liuteria appare un’arte completamente slegata da un contesto storico-artistico.
Ad esempio, ancora oggi si continua a citare Francesco Pescaroli, intagliatore ed architetto, unicamente come probabile maestro di Stradivari e per avergli fornito una casa e una bottega, tralasciando di studiare quello sterminato mondo di tradizione dell’intaglio, da cui la liuteria è nata.

Non mancano le notizie su Francesco Pescaroli, a questo proposito esiste una pubblicazione di Elia Santoro del 1987, ma oltre a non essere mai stata studiata o verificata fondo, non si è mai sentita la necessità di allargare la ricerca nella scuola dell’intaglio italiano, che pure avrebbe permesso di riscoprire usi e metodi sulla preparazione del legno e sulle vernici, con inevitabili positive ricadute sulla liuteria.

E difatti la lettera di Stradivari del 1708 (quella delle “gran crepate”), non avrebbe potuto essere compresa se non avessi preso in esame almeno i libri di Giorgio Vasari e Cennino Cennini.
In ultimo, per quanto il problema sollevato dal Prof. Nicolini possa sembrare grave e urgente, io non sono mai stato preoccupato dei cosiddetti “violini in bianco”, perchè lo strumento d’autore parla già di per sè. Tuttavia girando un pò per il mondo ho raccolto opinioni non positive sulla produzione moderna cremonese, laddove gli strumenti venivano proposti per “lotti” ai commercianti, a fronte di una qualità pur ottima a livello costruttivo, ma mediocre dal punto di vista acustico.

In questo senso la diffusa mediocrità italiana e la sempre migliore capacità cinese di produrre ottimi strumenti a rapporti qualità/prezzo da suicidio, fa sì che finalmente qualcuno si ponga qualche domanda, e che forse è venuto il momento di mettere in discussione certi canoni stilistici, che di stile hanno poco o niente.

In questo senso il nome di Cremona, già ampiamente abusato, da tempo non è più una garanzia di nulla. Al tempo stesso vi è anche la certezza che quei liutai cremonesi che lavorano senza compromesso per la qualità, ne escono pesantemente penalizzati, così che i loro strumenti vengono in qualche modo screditati, o nella migliore delle ipotesi non valutati come dovrebbero.
Spero quindi che le istituzioni cremonesi, ma ancora di più i liutai, capiscano che il vero lavoro di tutela non riguarda tanto il violino prodotto a Cremona, ma il violino italiano, avvertendo che un prodotto dell’arte mal tollera “istituzionalizzazioni” di sorta che ne ingessino la qualità.

Claudio Rampini

Lettera aperta del Prof. Nicolini al Sindaco di Cremona.

14 marzo 2016

Caro sindaco,
con grande sincerità ma anche con grande tristezza Le scrivo questa lettera aperta
Credo che nessuno possa mettere in dubbio che il sottoscritto dopo essere capitato per caso a Cremona in giovanissima età ed essere approdato altrettanto per caso ad insegnare alla scuola di liuteria abbia voluto spendere gran parte della sua vita per la liuteria.
Questa splendida malattia incurabile come mi piace chiamarla, la liuteria appunto, mi ha coinvolto a tal punto da farmi scrivere moltissimi libri in particolare di storia della liuteria , sui liutai, sulla costruzione del violino, ma anche un romanzo su Guarneri del Gesu ecc che oggi senza falsa modestia, molti conoscono a livello internazionale.

Non ho fatto soldi in questo campo anzi ho indicato la strada ad altri, alcuni dei quali con pubblicazioni di rilievo ma anche notevolmente sovvenzionate, li hanno potuti fare, ma non sono né invidioso né arrabbiato per questo , anzi, mi creda, sono felice che anche il settore delle pubblicazioni liutarie abbia potuto essere determinante per lo sviluppo della liuteria e della conoscenza di Cremona.
Ho avuto quasi un migliaio di allievi di tutto il mondo nella scuola, che ora sono liutai e molti dei quali continuano ad essere amici, ho fatto molti viaggi in vari continenti e sono stato presidente di associazioni liutarie quali, Ali, Acisa e quindi Anlai e tutto questo è comunque un fatto per me estremamente positivo.

Mi sono dedicato in particolare ai concorsi specie per i giovani e ne ho organizzati una trentina nel corso di circa quarant’anni; ho organizzato anche convegni, mostre, alcune molto importanti, e anche in questo settore non mi sono arricchito anzi ho quasi sempre chiuso i conti in rosso, ma è stato comunque bellissimo.

Lei sa benissimo che il Comune di Cremona non ha mai sborsato una lira o un euro in mio favore o in favore delle associazioni che ho presieduto e nessuno potrà quindi dire che abbiamo fatto tutto questo per interesse personale.

Concludo questa mia lunga premessa sottolineando che nessuno potrà mai dire anche che non abbia sempre agito, magari sbagliando certamente è possibile, secondo quelli che ho ritenuto gli interessi della liuteria italiana e cremonese in particolare e ricordo per brevità in particolare solo le mie continue battaglie per la formazione ( Scuola di Liuteria) e per la qualità della produzione liutaria cremonese.

Venendo al motivo di questa mia lettera,volevo semplicemente ricordarLe che l’ Anlai, che ha sempre ritenuto molto importante l’organizzazione dei concorsi nazionali specie per i giovani, che possono in tali occasioni avere esperienze importanti e determinanti per il loro futuro, dopo tanti anni trascorsi lontano da Cremona perché l’ostracismo arriva da lontano, ( 18 anni a Baveno , 7 a Pisogne ed 1 al Castello del Seprio ) malgrado la presenza di grandi maestri liutai in giuria e personaggi illustri come presidenti, da Rostropovich a Ugo Ughi , a Zakahr Bron e potrei continuare a lungo, era riuscita finalmente grazie all’ex sindaco Perri a poter organizzare a Cremona nel 2014 un concorso nazionale ; l’anno successivo nel 2015 anche Lei sembrò entusiasta nel concedere addirittura il palazzo comunale per questa manifestazione che, ne converrà, ha ottenuto un grande successo .

Con grande meraviglia abbiamo quindi appreso che quest’anno, ( e per la decima edizione del concorso ) non ci sarebbero stati concessi ne’ il patrocinio ne’ la collaborazione del Comune e di conseguenza anche che non avremmo potuto contare su nessuna location comunale.

Probabilmente c’era chi aveva posto il veto alla nostra manifestazione ! E Lei si era giustamente adeguato. La cosa per noi però è inaccettabile e riteniamo non abbia giustificazioni ma il problema è risultato ancora più grave perché lo stessa cosa è accaduta per quasi tutti i progetti che l’anlai ha proposto ritenendoli validi e idonei per una affermazione della liuteria cremonese a Cremona Partecipata.

Otto su dieci progetti infatti non hanno potuto avere il patrocinio e la collaborazione del Comune perché bocciati dalla commissione e sempre con motivazioni a nostro avviso assurde e sebbene quasi tutti non sarebbero costati un euro al Comune.

Lei caro Sindaco ci ha chiaramente detto e mi scusi se sintetizzo : “Non ci interessa un convegno sulle vernici in liuteria perché noi abbiamo i laboratori universitari, non ci interessa una importante manifestazione sulle chitarre classiche perché noi puntiamo sul violino, non ci interessa il concorso nazionale di liuteria perché noi puntiamo sulla triennale, così come non ci interessano quasi tutti gli altri vostri progetti e pertanto anche se non ci chiedete fondi noi non vi concediamo gli spazi ove poterli organizzare; al massimo sarà la governance che potrà decidere diversamente al riguardo perché le cose in questo settore così importante …… si fanno tutti insieme “.

Solo per chiarezza Le sottolineo che i nostri progetti bocciati dalla commissione non sono mai stati portati in discussione nella governance ed erano quindi ……bocciati senza appello.
Con una chiusura così totale e con delle motivazioni così assurde ritiene che davvero fosse poi possibile e giusta una nostra collaborazione?

E cosa avremmo dovuto fare secondo Lei? Rinunciare ai nostri progetti perché non graditi ?
Abbiamo invece iniziato a realizzarli in città in spazi presi in affitto o ottenuti da altri enti cui sta a cuore la cultura liutaria perche li ritenevamo validi ed il successo di pubblico e di critica ci ha dato ragione e quando, per ragioni di spazio e di visibilità, ci siamo resi conto che la città di Cremona non ci poteva ospitare se non in location di privati e a cifre esorbitanti, ce ne siamo andati ( vedi a Milano al Castello Sforzesco dove siamo stati accolti a braccia aperte da Comune e fondazioni ).

Non so se Lei sia contento; a noi invece dispiace e riteniamo sinceramente che Lei e i suoi amici abbiate sbagliato di brutto per la città e per la liuteria. Ma certamente è una opinione opinabile.
Le stesse cose possiamo dire per il concorso internazionale che da anni organizzavamo a Pisogne e che certamente ( non abbiamo dubbi) sarebbe interessato a Lei ancor meno del concorso nazionale visto che Cremona vuole puntare tutto sulla triennale ed anche qui sui costi di questa manifestazione e sulle modalità di esecuzione ci sarebbero tante cose da dire da parte nostra ma non è questa la sede e certamente non ci compete.

Ci è stato richiesto invece di trasferire il nostro concorso a Roma; abbiamo accettato e abbiamo dato la nostra disponibilità a collaborare per far rinascere anche il prestigioso concorso di Santa Cecilia dopo 70’anni di silenzio una manifestazione che riteniamo utile per l’Italia e la liuteria italiana. Anche in questo caso molto probabilmente abbiamo opinioni diverse, ma viva la differenza,Per concludere questo lungo e articolato intervento,veniamo da ultimo a quello che a nostro parere è il problema più grave per Cremona e per il quale, non potrà negarlo, mi batto purtroppo inutilmente da tanti anni: la qualità della produzione liutaria cremonese ora riconosciuta come patrimonio unesco.Non mi potrà dire che non ha seguito alcuni dei miei interventi, letto dei miei articoli, ascoltato delle mie trasmissioni televisive , visto o letto delle mie interviste.

Come sa, quindi, malgrado il mio impegno, sembra che tutto sia stato sino ad ora inutile perché tutti a Cremona hanno sempre cercato di minimizzare quanto andavo dicendo sui pericoli della diffusione di violini non all’altezza della fama di Cremona e del riconoscimento unesco , sulla mancanza di regole e di controlli e su ciò che questo avrebbe potuto comportare.

Anche ora quindi che giornali e TV nazionali parlano in maniera scandalistica di quanto scoperchiato sembra che questi fatti non vi abbiano scosso più di tanto. Infatti affermare che la laurea in restauro di 5 privilegiati il cui corso comincerà il prossimo anno, che i passi positivi compiuti dai laboratori universitari e che le tante belle iniziative che si stanno facendo a Cremona siano a favore dei liutai e della qualità ha certamente un senso ma dimostra ancora una volta che siete fuori dalla realtà e che purtroppo non siete in grado di affrontare ancora il problema del controllo e della certificazione che è il problema fondamentale per la liuteria di eccellenza perché nessun passo è stato mai fatto in concreto in questo senso.

Non le sembra che con queste affermazioni siamo ancora una volta un po’ fuori tema ? Non pensa che le grandi e costose trasferte per reclamizzare Cremona non rischino di naufragare se non si risolve urgentemente proprio il problema dei controlli e se non si inizia seriamente la lotta ai violini contraffatti ? A noi pare così ma forse ancora una volta sbagliamoRicordiamo da ultimo anche la nostra richiesta ( ora anche suffragata dalle centinaia di firme di cremonesi richieste), oltre alle tante altre di non cremonesi, per una via o piazza adeguata a Giuseppe Fiorini, mai ringraziato in vita e neppure dopo 150 anni da Cremona per il suo grande dono nel campo della liuteria non è ancora stata minimamente presa in considerazioneSiamo stati sinceramente disponibili a dare tutto il nostro apporto disinteressato e a mettere a disposizione la nostra esperienza ma è evidente che ciò non vi interessa e che sono ritenute inutili e forse anche dannose.

Auguriamo a Lei dal più profondo del cuore Buona fortuna per quello che potrà fare nel periodo del suo mandato nel settore della liuteria e speriamo di sbagliarci nell’interesse di Cremona e della liuteria riguardo alle nostre perplessità, ma ci consenta, date tutte queste premesse , almeno……..il beneficio del dubbio.

Distinti saluti
Gualtiero Nicolini presidente Anlai

(lettera riportata dal sito dell’ANLAI)

2° Convegno Vernici in Liuteria – Cremona

18 dicembre 2015

CAUSA L’ALTO NUMERO DI ADESIONI, LA SEDE DEL CONVEGNO AVVERRA’ PRESSO LA SALA DELL’ASSOCIAZIONE FILODRAMMATICI (adiacenze p.zza ROMA), E NON COME PRECEDENTEMENTE PROGRAMMATO, PRESSO I LOCALI DELL’ACADEMIA CREMONENSIS.

Il prossimo 23 gennaio 2016, con la collaborazione del Prof. Gualtiero Nicolini, ho organizzato il 2° Convegno sulle vernici in liuteria che si svolgerà dalle ore 9.30 alle 18 nei locali dell’Academia Cremonensis. Con i miei amici, allievi e collaboratori stiamo portando avanti un’esperienza che crediamo sia importante, iniziata circa una ventina di anni fa con la pubblicazione di un mio articolo su The Strad su una interpretazione più autentica della famosa lettera di Stradivari dell’agosto 1708, cioè a dire una ricerca il più possibile filologica sulle vernice a partire dalle fonti a nostra disposizione.

Il tutto è poi proseguito e si è sviluppato, grazie anche ai contatti con Jose Maria Lozano e Koen Padding, in una esperienza pratica che ci ha permesso non solo di ricreare ricette di vernici antiche, ma di poter essere usate nella quotidianità con risultati più che soddisfacenti.

La peculiarità di questo lavoro consiste essenzialmente nella possibilità del liutaio di acquisire una vera e propria tavolozza di colori, praticamente identica a quella di un pittore, e di poter essere condivisa, a differenza dell’ormai nota e mai tanto deprecata abitudine al “segreto di bottega”, che tanti danni ha provocato alla nostra cultura.

Ovviamente ci avvaliamo anche delle ricerche portate avanti dalle diverse monografie pubblicate dalla Triennale, dalla dott.ssa Brandmair, e quant’altri, in gran numero, hanno condotto ricerche a carattere scientifico sulla natura dei materiali antichi, che ci offrono un importante orientamento nella pratica quotidiana.

Per questo motivo ho deciso di creare una sorta di “Cenacolo Alchemico”, nemmeno tanto vagamente ispirato a quello a sua volta creato dalla regina Cristina di Svezia nella Roma barocca. Senza nessuna intenzione da parte mia di voler sconfinare in esperienze esoteriche, ho potuto notare come la mano degli artisti e degli artigiani antichi sia quasi sempre influenzata dalle sperimentazioni di carattere alchemico al fine di conseguire quel risultato che rendesse speciale l’opera che si andava creando.

Infatti la luce dei quadri del Caravaggio ottenuta attraverso particolari imprimiture, o il carattere speciale del Verde Veronese, ma anche le esperienze nel laboratorio orafo di Benvenuto Cellini alla ricerca della “luce giusta” per le sue pietre e metalli preziosi, conducono direttamente alla complessità del calderone alchemico, laddove il carattere simbolico dei materiali e il loro uso nella quotidianità trovava una sintesi pressochè perfetta.

Questa particolarità della luce e dell’uso dei materiali la troviamo praticamente invariata negli strumenti dei liutai classici, e a mio modesto parere non può rimanere ignorata da liutaio contemporaneo.

Quindi il nostro “Cenacolo Alchemico” si propone innanzitutto di coagulare la sostanza delle nostre esperienze, ed è per questo motivo che l’incontro di gennaio si articolerà in una fase “privata”, in cui i componenti del suddetto cenacolo avranno opportunità di confrontarsi, e in una fase pubblica in cui si farà opera di divulgazione sullo spirito del nostro lavoro.

Nota bene: non ci proponiamo come portatori di verità assolute, o peggio ancora, di essere migliori di altri, ma senz’altro abbiamo coscienza di avere esperienze importanti da condividere e che ognuno potrà portare a perfezione, secondo giudizio, all’interno del proprio laboratorio.

All’incontro di gennaio oltre al sottoscritto, parteciperanno come relatori:
Davide Sora, da tempo frequentatore e collaboratore assiduo del Portale del Violino, nonché vincitore del terzo premio conferitogli al prestigioso concorso internazionale della Triennale degli strumenti ad arco svoltosi lo scorso ottobre.
Luca Primon, sulla cui competenza e professionalità penso non ci siano dubbi, membro della giuria del concorso della Triennale degli strumenti ad arco, insegnante di liuteria.
Giovanni Berchicci, mio giovane allievo dotato di uno straordinario talento nel cuocere vernici ad olio secondo filologia,
Edo Sartori, liutaio ed ottimo preparatore di vernici filologiche.

Claudio Rampini