La saggia naturalezza di Shlomo Mintz.

 

Il 12 Maggio scorso Shlomo Mintz si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza di Roma per i concerti organizzati dalla I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti). Il mio ricordo di Mintz risale a circa una ventina di anni fa al Teatro Verdi di Pisa, dove ebbi occasione di poterlo ascoltare in modalità piuttosto singolare, per non dire originale: grazie agli amici dell’Orchestra Regionale Toscana spesso entravo in teatro insieme agli artisti, questo mi dava modo di scorrazzare allegramente dappertutto e di poter approcciare più liberamente ai camerini degli artisti e ai loro preziosi strumenti.

Quindi assistetti al concerto di Mintz da dietro le quinte, assieme a due o tre vigili del fuoco. A sipario ancora chiuso a un metro di distanza lo sentivo prepararsi suonando note in ordine sparso sul suo Guarneri del Gesù, un suono che udito a così breve distanza riusciva a colpirmi nel profondo. Anche in quell’occasione si esibì come violinista e direttore, un ruolo che sembra ormai connaturato nella sua figura di musicista e che mi è sembrato sempre svolgere in modo molto adeguato e personale.

L’unico appunto che potetti fare all’epoca fu che aveva suonato per l’ennesima volta uno dei concerti per violino di Mozart, ed erano in molti allora a suonarli, creando così una specie di inflazione che purtroppo non rendeva adeguata giustizia al genio di Salisburgo.

In questa occasione Mintz ha suonato su un violino di bottega stradivariana di autore incerto, databile a circa 20 o 30 anni dopo la morte del grande liutaio cremonese, uno strumento sicuramente meno blasonato di un leggendario Guarneri, ma in grado di stupire per la sua grande qualità e corposità di suono (lo strumento era montato con corde Peter Infeld).

Il concerto per due violini in Re minore di Bach è stato eseguito in modo misurato e forse grazie alle sue qualità come direttore, l’orchetra dei Solisti Aquilani è riuscita ad emergere in modo convincente riuscendo a creare una tavolozza di colori varia, equilibrata e bene impastata. Mi è sembrato che il primo violino dei Solisti Aquilani, Daniele Orlando, che ha accompagnato Mintz nell’esecuzione mostrasse in alcuni momenti una intonazione non proprio perfetta, ma comunque non tale da impedire all’ascoltatore di lasciarsi andare alla buona musica.

Le differenze timbriche tra i due violini erano evidenti,  suono ampio e vellutato quello di Mintz, più sopranino e leggermente nasale quello di Orlando, che proprio su questo aspetto hanno ben riempito e completato la scena sonora. Il violino di Mintz è di scuola cremonese, attribuito alla bottega di Antonio Stradivari, uno strumento cosiddetto “minore”, ma al mio orecchio in grado di rivaleggiare con qualsiasi altro grande strumento classico, grazie ad un suono ricco e corposo.

Ascoltare Shlomo Mintz è sempre una bella esperienza, ma nel suo caso si rimane affascinati anche dal suo sapersi muovere in modo discreto e senza eccessi, i passaggi di forza eseguiti sempre con grande naturalezza (mai vista una goccia di sudore imperlare la fronte di Mintz), ed una padronanza mai arrogante, che non sovrasta o stravolge lo spirito del compositore. Da questo punto di vista aggiungerei anche che si può eseguire Bach nella più pura tradizione novecentesca, con diapason a 440Hz, senza per questo ricorrere a confronti con esecuzioni filologiche.

I cosiddetti “strumenti originali” e un ritrovato modo antico di suonare è pur vero che ci restituiscono un mondo perduto di armonici, ma a mio parere non si deve cedere mai ad un rigore fondamentalista per cui gli autori antichi suonati “alla moderna” appaiano per questo poco probabili e perfino svuotati di significato.

Anche con il concerto per violino e archi in Re minore, che Mendelssohn scrisse a soli 13 anni, ci è apparso in tutta la sua freschezza, una ingenuità e fiducia nel futuro che solo una mente pura può concepire. Mintz oltre a suonare con determinata passione e bravura, è stato anche capace di raccontarci storie, in questo senso io lo reputo uno dei migliori interpreti contemporanei della musica classica.

Testo e fotografie di Claudio Rampini.

Il rigore “amichevole” di Manuel Barrueco.

 

Lo scorso Sabato 21 Aprile 2018 si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza, per i concerti della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), uno dei chitarristi più apprezzati a livello mondiale: il cubano Manuel Barrueco.

Il Portale del Violino di solito non si occupa di recensire i chitarristi e i loro strumenti, ma talvolta ciò è necessario per mettere a confronto le interpretazioni che vengono date nell’ambito di uno stesso compositore, in questo caso Johann Sebastian Bach, di cui Barrueco ha trascritto per chitarra la Sonata n.1 in Sol minore per violino solo. A mio parere Barrueco è riuscito felicemente non solo in una buona interpretazione, ma anche nella scrittura, che è risultata naturale e forse più convincente delle tante versioni eseguite dai violinisti che in preda ad un furore filologico, la privano di calore e comunicatività.

Il confronto con la chitarra in questo caso aiuta anche a capire come le sonate e le partite per violino solo di Bach possano essere “vibrate” in modo discreto e senza per forza di cose abbandonare un senso intimo di cantabilità, proprio per la natura stessa di uno strumento a pizzico, le cui proprietà del vibrato sono notoriamente limitate rispetto a quelle di uno strumento ad arco, ma non per questo meno intense ed espressive.

Manuel Barrueco ha eseguito un repertorio che ha coperto un arco cronologico molto ampio, dalle musiche cinquecentesche di Luis Milàn, al già citato Bach, Nin-culmeil, Sor e Albéniz, regalandoci un vasto panorama sonoro eseguito in modo rigoroso, ma mai freddo o didascalico. Perfino nelle note della conosciutissima e spesso abusata “Asturias”,  il brano è sembrato riacquisire il valore meditativo del silenzio in un fraseggio mai portato all’eccesso, i cui accordi sono emersi in modo luminoso e coinvolgente.

Manuel Barrueco si è esibito suonando una chitarra di Matthias Damman, il cui solo difetto è quello di avere una tavola armonica in cedro, dotata comunque di grande dinamica e profondità di suono in tutti i registri. L’esecuzione era amplificata in modo discreto e ne ha rispettato la naturalezza del suono, anche se ciò ci ha impedito di percepire le reali proprietà di proiezione sonora dello strumento. Lo stesso Barrueco mi ha riferito che la decisione di ricorrere all’amplificazione è comunque molto variabile e ciò dipende ovviamente dal tipo di ambienti in cui egli si trova a suonare.

Personalmente credo che l’acustica dell’Aula Magna della Sapienza avrebbe supportato adeguatamente la chitarra di Barrueco senza amplificazioni di sorta.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Cher Maxim (Vengerov).

 

Il 12 Aprile scorso, cioè a dire l’altro ieri si è esibito al Teatro Argentina di Roma il violinista russo naturalizzato in Israele Maxim Vengerov,  la cui brillante carriera fu interrotta da un malaugurato problema ad una spalla a cui si è dovuto ricorrere chirurgicamente.

La precedente occasione in cui ebbi occasione di assistere ad un suo concerto fu esattamente nel 1997 a Firenze, dove si esibì con il concerto per violino di Brahms, allora mi colpirono molto la sua efficacia comunicativa, un suono senza compromessi coniugato ad una tecnica esecutiva rigorosa e personale.

Quindi ho desiderato molto questa occasione di poterlo riascoltare nell’intima atmosfera in duo violino e pianoforte: le sonate n.1 e n.3 di Brahms, la sonata in Re magg. di Ravel, ed infine il tema con variazioni da Rossini “I palpiti” di Paganini (arr. di Fritz Kreisler).

Il violino è uno Stradivari del 1727 detto il “Kreutzer”, appartenuto al celebre violinista e didatta Rodolphe Kreutzer (lo stesso che giudicò “scandalosamente incomprensibile” la sonata per violino e pianoforte di Beethoven a lui dedicata, che mai eseguì, e che per una sorta di contrappasso porterà per il resto dell’eternità il suo nome). Al pianoforte Polina Osetinskaya, solista di fama internazionale su un classico ed intramontabile Steinway & Sons.

L’esordio in Brahms nella sala religiosamente raccolta è nitido e deciso, io amo l’arco dei musicisti russi, non credo ci sia di meglio in quanto a precisione e ricchezza di suono, e su questo anche Vengerov non ha mai fatto eccezione. Tuttavia dopo i primi minuti l’incanto si è come dire attenuato, mi è sembrato che fosse solo il violinista a suonare e che il pianoforte fosse relegato a mero ruolo decorativo.

Dico questo perché anni fa mi successe di assistere a qualcosa di esattamente opposto, dove una pianista di grande bravura esibendosi sempre in Brahms, “mangiò” letteralmente il violino solista riducendolo praticamente al silenzio, in un mare di note tempestose emesse al limite della rottura tendinea.

Due esempi opposti per sottolineare, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che nelle sonate di Brahms il violino e il pianoforte formano, e dovrebbero formare, un impasto sonoro che non vede mai il prevalere di uno strumento rispetto all’altro, bensì una fusione espressa in una sorta di “terzo suono” che osiamo pensare non fosse così estraneo dal pensiero compositivo dell’autore.

Eppure nei vari concerti che ho ascoltato negli ultimi mesi ha sempre prevalso un ruolo dell’orchestra, o dello strumento accompagnatore, secondario e assecondante in modo esagerato il solista, che personalmente gradisco pochissimo perché mi fa apparire il solista in una luce innaturale ed insicura.

A Brahms è seguita la sonata di Ravel, espressa in modo garbato e lirico, il silenzioso accompagnamento del pianoforte in questo caso non ha dato troppo fastidio, a dispetto di un tempismo perfetto tra i due strumenti.

Su Paganini le cose si sono complicate abbastanza poiché di palpiti io ne ho sentiti pochi, e parlo di palpiti emotivi, il canto di Rossini è apparso fin troppo stilizzato. E’ pur vero che le nostre orecchie sono influenzate dalle registrazioni, che sono cosa molto diversa dalle esecuzioni dal vivo, ma il distacco emotivo, sottolineato anche da un pianoforte secco e poco presente, mi è parso evidente.

Il dialogo tra le parti che sono presenti nei “palpiti”, e parlo esclusivamente del ruolo del violino solista, suggeriscono spesso un canto amoroso di uccelli che confluiscono in una passione irruenta sottolineata dai balzati e dai pizzicati della mano sinistra, che Vengerov è riuscito ad esprimere solo in parte.

Per quanto riguarda invece i flautati, in questo caso Vengerov si è dimostrato più che all’altezza, riuscendo con precisione e metodo a regalarci momenti di poesia venati di un’aura metafisica, veramente una gioia per le orecchie. Purtroppo alla fine del brano il maestro sembra avere introdotto alcuni glissati a mio modesto parere molto poco paganiani (o kreisleriani), apparentemente non presenti in altre sue registrazioni dello stesso brano.

Non è dato sapere se questi aspetti delle sue interpretazioni siano dovuti al cambio di tecnica resosi necessario dopo l’intervento alla spalla, è però certo che Vengerov sia in grado di esprimere ancora e meglio il suo grande potenziale.

Sul “Kreutzer” di Stradivari non c’è molto da dire, grande voce e personalità soprattutto sui bassi; la seconda corda, mi è parsa leggermente velata e “plasticosa”, forse colpa delle corde “Evah Pirazzi” di Pirastro? Difficile dire, ma è stata un’impressione condivisa con altri che erano presenti al concerto.

Vengerov ha concluso il concerto regalandoci ben 5 bis, cosa che ho gradito molto non solo per la generosità dei musicisti, ma anche perché la tensione è sembrata allentarsi favorendo l’emersione degli aspetti musicali, ottimi gli “encore” di Kreisler.

Qui i programmi dei concerti della Filarmonica Romana

Testo e fotografie di Claudio Rampini

E’ morto il violista Luigi Alberto Bianchi

Il violista Luigi Alberto Bianchi, secondo la notizia riportata da Violinchannel, è morto all’età di 72 anni a Roma. Bianchi fu considerato un’autorità su Paganini, fu prima viola dell’Orchestra Sinfonica della Rai, ha fatto parte del Quartetto di Roma e ha a lungo insegnato Viola presso il Conservatorio di Milano.

Grande virtuoso della viola e del violino, ha segnato un percorso inusuale tra i musicisti di fama internazionale. Proveniente da una famiglia di musicisti, L. A. Bianchi iniziò a studiare violino a 6 anni, ma fu con la viola che vinse una borsa di studio al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Si è diplomato all’età di 19 anni suonando il concerto per viola di Bartòk.

il violista M° Luigi Alberto Bianchi

Nel 1973 L. A. Bianchi fu scelto per la prima esecuzione della “Sonata per la gran viola” di Paganini, che egli eseguì su uno strumento originale Amati del 1595 (strumento in seguito passato alla storia per essere stato rubato). Bianchi ha anche registrato le tre suites per viola di Max Reger e nel 1980, poco prima del furto della viola Amati, una selezione di brani per viola e pianoforte eseguiti con Bruno Canino.

Dopo il furto, probabilmente amareggiato dall’impossibilità di poter tornare a suonare un altro strumento che possedesse le qualità di quello scomparso, Bianchi decise di passare al violino ed acquisì uno Stradivari del 1692, che poi cambiò con il “Colossus” del 1716, sempre di Stradivari, e che fu a sua volta rubato nel 1998.

L. A. Bianchi ci ha lasciato pregevoli registrazioni che effettuò per Dynamic e Naxos, tra gli altri gli “Encores” di Fritz Kreisler e le esecuzioni delle musiche di Nino Rota. Dotato di un talento non comune che si esprimeva in un suono caldo e generoso, Bianchi lascia un vuoto incolmabile. Nel video di Youtube un brano di Kreisler eseguito sul “Colossus”.

Incontro ravvicinato con Erica Piccotti, astro nascente del violoncello

Photo Credit: Laure Jacquemin

Il suggestivo Auditorium “Lo Squero” dell’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, lo scorso 18 giugno, ha ospitato il concerto del talento emergente Erica Piccotti accompagnata al pianoforte da Monica Cattarossi, musicista già consolidata nel panorama internazionale.
La violoncellista romana, classe 1999, ha affrontato un programma con musiche di Schumann, Brahms, Debussy, Respighi e Stravinski, pagine particolarmente ricche di passaggi impegnativi, sfoggiando una padronanza e la precisione d’intonazione di chi può vantare già un brillante curriculum ed esperienza internazionale.
Il concerto è stato organizzato grazie alla collaborazione fra la Fondazione Giorgio Cini Onlus e l’Associazione Culturale “Musica con le ali” presieduta da Carlo Hruby.
Al termine del concerto che ha visto l’Auditorium gremito, Erica ha risposto ad alcune mie domande con la semplicità e la naturalezza tipiche della sua giovane età.

Erica si è diplomata in violoncello a 14 anni con il massimo dei voti, lode e menzione d’onore, ha vinto numerosi concorsi nazionali e internazionali, si è esibita in festival prestigiosi e sale come la Carnegie Hall, ha condiviso il palcoscenico con artisti quali Antonio Meneses, Miguel da Silva, Mario Brunello, Bruno Canino, Bruno Giuranna, Salvatore Accardo, Danilo Rossi, Massimo Quarta. Il suo debutto è avvenuto in occasione del Concerto di Natale 2012 che si tiene annualmente nella Camera dei Deputati.

Credit: Laure Jacquemin

Quali sono gli insegnanti con cui hai stabilito una sintonia tale da stimolarti a far emergere le tue capacità?
Certamente Francesco Storino, il mio primo insegnante, è stato molto importante nella mia formazione e rappresenta ancora un mio punto di riferimento: oltre ad avermi insegnato la tecnica, mi ha trasmesso l’amore e la passione per questo strumento, incoraggiandomi sempre a migliorare. A 14 anni, dopo il diploma al Conservatorio, ho conosciuto Antonio Meneses con cui ho subito stabilito una perfetta sintonia tanto che, nonostante la mia giovane età, mi ha accolto nella sua classe all’Hochschule der Kunste di Berna che ho frequentato per due anni ed attualmente presso l’Accademia Walter Stauffer di Cremona. Grazie a lui mi sono introdotta in ambito internazionale e ciò mi ha permesso il confronto con studenti provenienti da tutto il mondo. Tutti i suoi consigli sono preziosi, ma ciò che apprezzo di più è la libertà interpretativa che mi concede nell’esecuzione dei brani, permettendo lo sviluppo di una mia personalità, fermo restando il rispetto dello stile del compositore.

Considerata la giovanissima età, hai partecipato e vinto in innumerevoli concorsi. Quali sono a breve i tuoi prossimi impegni?
Grazie ai concorsi vinti, sia nazionali che internazionali, ho avuto l’occasione di farmi conoscere ed esibirmi in sale prestigiose come la Carnegie Hall di New York. I prossimi appuntamenti importanti saranno un recital a Palazzo Chigi Saracini all’interno del “Chigiana International Festival and Summer Academy”, un concerto al Teatro da Verme con i Pomeriggi Musicali dove eseguirò il doppio concerto di Brahms, oltre a numerosi altri eventi promossi dall’ Associazione “Musica con le ali” in location prestigiose come Palazzo Strozzi e Palazzo Pitti a Firenze e poi il concerto di Natale nella Basilica di Sant’ Ambrogio a Milano. All’estero, sempre a novembre, sarò in Cina al “Festival di musica da camera” di Chengdu e ad aprile volerò in Florida con Bruno Giuranna ed Antonio Meneses per il Festival “La Musica” a Sarasota .

Puoi raccontare del tuo approccio al violoncello e di quando hai compreso che sarebbe divenuto fondamentale per il tuo futuro professionale?
A casa mia si suonava sempre, mia mamma il pianoforte, mio fratello maggiore il violino ed io giocavo con gli strumenti che trovavo a disposizione, ma anche con flauti, trombe, chitarre, fisarmoniche. Un giorno, però, è entrato in casa il violoncello ed è stato amore a prima vista: mi è piaciuto subito il suo suono caldo, il fatto che lo potessi abbracciare e soprattutto che fosse più grande del violino di mio fratello! Molto più tardi, dopo i primi successi ai concorsi e grazie alle forti emozioni provate durante le esibizioni, ho compreso quanto importante sia per me suonare e ne ho sistematicamente conferma nei periodi in cui non ho in programma molti concerti. In questi momenti percepisco dentro me un grande vuoto e allora comprendo come il mio desiderio non sia semplicemente quello di suonare ma soprattutto quello di trasmettere e condividere le mie emozioni con il pubblico.

Il tuo ancora breve ma intenso percorso vanta collaborazioni che hanno lasciato il segno…

La prima tra tutte è stata la possibilità a soli 13 anni di suonare in duo con Mario Brunello, uno dei miei idoli, un incontro speciale che ha coinciso con il mio debutto: era la prima volta in cui mi esibivo assieme ad un’orchestra e per di più in diretta Rai, un’esperienza particolarmente intensa che rivivo ogni qualvolta rivedo il filmato. L’incontro con Brunello ed il successo del concerto mi hanno trasmesso grande motivazione a studiare con maggiori determinazione ed impegno. Sono seguite altre importanti collaborazioni con il mio insegnante Antonio Meneses, con Bruno Giuranna, Salvatore Accardo, Massimo Quarta e poi con Augustin Dumay, Louis Lortie, Miguel da Silva. Ognuno di questi incontri è stato per me molto formativo dal punto di vista musicale ma anche umano: ho compreso in modo tangibile come alcuni artisti più sono grandi, tanto più sanno essere semplici ed umili.

C’è un compositore che ami eseguire più di altri?
Mi trovo molto a mio agio nel repertorio romantico, amo particolarmente Brahms ed adoro i suoi quartetti con pianoforte. La sua musica è a volte appassionata e struggente, altre meditativa e serena, un po’ come me d’altronde.

Quali altri progetti stai condividendo con l’Associazione “Musica con le ali”?
Con l’Associazione Musica con le Ali è iniziata una bella collaborazione che mi permette di esprimere al meglio le capacità e di fare passi decisivi per il mio futuro nella musica. L’Associazione crede molto nelle mie possibilità e mi sta aiutando a raggiungere traguardi importanti sostenendomi, nei diversi aspetti dell’ attività, con varie iniziative e occasioni che contribuiscono ad arricchire la mia crescita come musicista. Proprio in questo periodo si sta definendo il progetto di un’incisione con un’importante casa discografica che con l’aiuto dell’Associazione spero di realizzare nei prossimi mesi. Però preferisco non anticipare nulla di più, per non rovinare la sorpresa.

Quando sei libera dagli impegni professionali, come preferisci trascorrere il tuo tempo, riesci a conciliare l’impegno della musica con le esigenze di una ragazza della tua età?

Amo viaggiare e leggere. La mia unica vera passione, però, rimane la musica. È chiaro che a volte mi pesa dover rinunciare a qualche serata divertente con gli amici, ma il sacrificio viene ripagato dalle emozioni che provo ogni qualvolta salgo sul palcoscenico: qui la stanchezza e le notti insonni sui libri di scuola svaniscono in un attimo.

Quale strumento usi abitualmente per i concerti, puoi descrivere le sue caratteristiche principali?
Grazie alla Fondazione Pro Canale suono un violoncello Francesco Ruggeri del 1692 di proprietà della Fondazione Micheli. È uno strumento dalle grandi potenzialità con un suono molto caldo e potente nei bassi, ma nello stesso tempo elegante e cristallino nella parte acuta. È molto importante avere uno strumento che mi conceda di esprimermi al meglio nei concorsi e durante i concerti. Colgo l’occasione quindi per ringraziare tutti coloro che sostengono, sotto vari aspetti ed ognuno con le proprie possibilità, noi giovani musicisti, dandoci prova di stima e fiducia.
Grazia Rondini  www.lachiavediviolino.it

Prende il via la 3° edizione estiva del Venice Music Master

Il Conservatorio Benedetto Marcello, una delle sedi dei Corsi

Dal prossimo 29 giugno e fino al 14 luglio, sotto la direzione artistica di Anna Trentin, violinista dell’Orchestra del Teatro La Fenice, si svolgerà la 3° edizione estiva di Venice Music Master (VMM) promossa dall’Associazione Culturale Venice Institute of Art&Music, corsi di Alto Perfezionamento Musicale e concerti al Teatro La Fenice, alla Fondazione Ugo e Olga Levi Onlus e al Conservatorio B. Marcello.
Questa edizione sarà caratterizzata da una scelta più mirata dei corsi di alto perfezionamento musicale e da una vasta offerta di concerti serali e mattutini durante i quali si esibiranno i docenti e gli allievi del Venice Music Master.
Le edizioni precedenti hanno visto un alto numero di studenti (circa 70), provenienti da tutto il mondo e sono molti gli studenti degli scorsi anni tornano a frequentare i corsi di Venice Music Master, riconoscendo la validità della proposta formativa.
Tra i fattori di successo di questo progetto vi sono la scelta del contesto di Venezia, storico luogo di studi musicali, la collaborazione e il forte sostegno degli operatori locali e del team d’eccellenza di docenti invitati, collaboratori di lunga data: Gilles Apap (violino),

Teatro La Fenice, sede didattica dei Corsi di Alto Perfezionamento

Roberto Baraldi (violino), Edoardo Catemario (chitarra), Diana Ketler (pianoforte), Roberto Prosseda (pianoforte), Alessandra Trentin (arpa), Pavel Vernikov e Svetlana Makarova (violino).
Per valorizzare di più l’iniziativa e dare risalto a questo appuntamento che rappresenta un’occasione di crescita professionale per numerosi musicisti, l’Associazione Venice Institute of Art&Music si è data una nuova struttura organizzativa, presieduta da Carlo Hruby e Anna Trentin alla Direzione Artistica, Andris Brinkmanis come vicepresidente, Presidente emerito Gabriele Gandini.
Questa ventata di rinnovamento porterà tante novità, molte delle quali già in fase di realizzazione.
Con VMM, la didattica musicale si instaura in luoghi del calibro del Teatro La Fenice e del Conservatorio di Musica Benedetto Marcello, dando ai partecipanti la possibilità di sperimentare l’atmosfera unica di questi contesti storici e al contempo favorendo lo sviluppo della loro carriera professionale.
Venice Music Master rappresenta uno strumento essenziale per creare una sinergia con docenti e solisti di altro profilo, scoprire i futuri talenti della musica classica all’inizio della loro carriera e per creare nuove reti di scambio e aggiornamento didattico e professionale.
Oltre al Direttore artistico Anna Trentin, i corsi coinvolgono anche musicisti dell’Orchestra della Fenice come Roberto Baraldi (violino) e alcuni musicisti di Venezia come l’arpista Alessandra Trentin.
Una borsa di studio integrale, in collaborazione con l’Archivio Fano (dedicato al compositore Guido Alberto Fano), verrà assegnata per la miglior esecuzione di un brano per violino, viola o pianoforte.
Altre borse di studio verranno offerte in collaborazione con la Fondazione Ugo e Olga Levi Onlus e dai nuovi collaboratori e sponsor.
L’appuntamento con Venice Music Master ha una cadenza annuale con un picco di attività in inverno e in estate, ma si sviluppa anche attraverso altri progetti promossi dall’Associazione Venice Institute of Art&Music, realizzati in stretta collaborazione con diverse istituzioni.
Tra queste, l’Associazione Culturale Musica con le Ali, la Fondazione Teatro La Fenice, la Fondazione Ugo e Olga Levi Onlus, il Conservatorio di Musica Benedetto Marcello, svariate scuole musicali e altri soggetti della cultura, favorendo così la rivitalizzazione degli studi musicali di alta qualità a Venezia.
Il VMM rappresenta così uno strumento per valorizzare il contesto locale a livello internazionale, contribuendo alla promozione della città di Venezia come centro di studi musicali e fucina di giovani talenti riconosciuta a livello mondiale.
I sostenitori e gli sponsor di Venice Music Master sono l’Associazione Culturale Musica con le Ali, Fondazione Teatro La Fenice, Fest, Fondazione Amici della Fenice, Adopt a Musician, Fondazione Ugo e Olga Levi, Liutaio Francesco Trevisin, Archettaio Walter Barbiero, Ristorante Antica Adelaide e l’Ufficio comunicazione Vela spa.

Grazia Rondini   www.lachiavediviolino.it

Aperte le iscrizioni del primo Corso di Laurea in Italia per restauratore di strumenti musicali

ll 10 luglio prossimo scadono i termini per l’iscrizione all’a.a. 2017/18 al corso di laurea magistrale a ciclo unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, Percorso formativo Professionalizzante n. 6 per strumenti musicali, strumentazioni e strumenti scientifici e tecnici, l’unico e primo corso previsto in Italia.
Il nuovo Corso di Laurea con sede a Cremona è stato attivato all’interno del Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell’Università di Pavia: si tratta del sesto indirizzo del Corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali. Il laureato magistrale in Conservazione e restauro dei beni culturali sarà abilitato alla professione di restauratore di beni vincolati, essendo in grado di operare nei campi della conservazione, del restauro, della gestione e valorizzazione degli strumenti musicali e di quelli della scienza e della tecnica.

Per conoscere un po’ più a fondo alcuni aspetti di questo nuovo e interessante indirizzo accademico, ho incontrato la Prof. Angela Romagnoli, responsabile del Corso di Formazione.

Quali sono state le motivazioni che hanno portato all’istituzione di questo nuovo percorso universitario, considerata la giá importante presenza in Italia di corsi relativi alla formazione di restauratore per Beni Culturali?

La progettazione del corso è frutto di un lavoro meticoloso a cui hanno partecipato istituzioni culturali protagoniste nell’ambito della liuteria, della musica e della formazione, per andare a colmare una lacuna del panorama delle offerte formative in Italia: a seguito di una normativa del 2011, la figura professionale del restauratore non può più destreggiarsi con una semplice preparazione tecnica ma deve possedere una solida formazione culturale, sia dal punto di vista umanistico che scientifico, affinché possa affrontare il discorso della conservazione dei beni con piena coscienza e consapevolezza della grande responsabilità del proprio ruolo.
Dando un’occhiata al Piano di Studi emerge subito la massiccia presenza di ore di laboratorio…
Certo, il Corso di Laurea prevede al suo interno discipline di tre ambiti fondamentali: quello umanistico, quello scientifico e quello artigianale per un totale di 300 crediti; ma il punto di forza è rappresentato dai 100 crediti che corrispondono a 2500 ore di laboratorio distribuite nei 5 anni.
Il corso è supportato dai laboratori scientifici dell’Università di Pavia e del Politecnico di Milano, sostenuti dalla Fondazione Arvedi, che hanno sede presso il Museo del violino di Cremona. Il corpo docente è composto da insegnanti già in servizio all’Università di Pavia e nel Politecnico di Milano per quanto riguarda le materie umanistiche e scientifiche, mentre le attivitá di laboratorio sono curate da professionisti altamente specializzati ma esterni all’Ateneo.

Il corso di laurea prevede l’iscrizione di soli 5 studenti per ogni anno, 25 in tutto il Corso. Perché la scelta di un numero così ristretto?

Per i corsi di laurea di questa classe, il Ministero impone che nelle ore di laboratorio vi sia un rapporto studenti/docente di 5 a 1; con questa modalitá si può garantire una formazione eccellente ed inoltre si evita il rischio della saturazione di mercato nel settore. Al termine del Corso di Laurea, inoltre, gli studenti dovranno sostenere un Esame di Stato.

Per poter accedere ad un “numero chiuso” così ristretto é previsto un esame di ammissione?

Sì, l’esame di ammissione consiste di 3 prove: una pratica che testa la manualitá dello studente a confronto con un lavoro, abbastanza generale, su legno, un test audio-percettivo ed un colloquio per conoscere le motivazioni e la cultura musicale dello studente.

La facoltà riguarda la preparazione rivolta solo agli strumenti ad arco?

Il corso ha preso il via lo scorso anno per gli strumenti ad arco, a pizzico e gli organi; gli studenti selezionati avevano già una formazione completa da liutai, ma non è un prerequisito fondamentale. Nei prossimi anni verranno introdotte anche altre classi di strumenti, come i fiati o le tastiere storiche.

È possibile fare un consuntivo al termine di questo primo anno accademico?

Possiamo affermare di essere parecchio soddisfatti dei risultati, abbiamo la conferma che gli esami di ammissione hanno funzionato perché gli studenti sono molto motivati ed entusiasti. In questo momento si trovano all’Università di Edimburgo per partecipare ad un importante convegno internazionale organizzato dalla Galpin Society e per visitare il museo degli strumenti della città: è importante che vengano a contatto con collezioni e realtá diverse da quelle italiane.

Quali sono gli ambiti lavorativi e gli sbocchi professionali a cui potranno accedere gli studenti al termine del Corso di Laurea?

Innanzi tutto questa laurea dovrebbe essere riconosciuta e spendibile quanto meno in tutta Europa, ma considerando l’enormità di beni culturali, collezioni pubbliche e private presenti nel nostro paese (in numerosi casi non ancora nemmeno catalogati) auspichiamo che lo Stato rifletta sulla necessità di strutturare la figura del restauratore all’interno dei musei e in generale delle collezioni pubbliche, come avviene già all’estero, ma purtroppo non ancora in Italia; speriamo anche che queste nuove figure con competenze così complesse ed elevate trovino spazio nelle Sovrintendenze, nelle Curie, nei palazzi storici per progetti sia di conservazione che di restauro dei beni.
Auguriamo buon proseguimento dei lavori alla Prof. Romagnoli e ricordiamo che il prezioso progetto ha potuto vedere la luce grazie alla sinergia fra il Distretto Culturale del Comune di Cremona, il Politecnico di Milano, il Museo del Violino di Cremona, Cr.Forma, la Scuola Internazionale di Liuteria, i laboratori scientifici dell’Università di Pavia e il sostanziale contributo finanziario della Fondazione Cariplo.
Per accedere al bando di ammissione consultare l’albo ufficiale del sito dell’Università di Pavia

Grazia Rondini www.lachiavediviolino.it

Ci ha lasciati il M° Luca Primon.

Riprendiamo la notizia dal quotidiano online “Il Dolomiti” apparso nella giornata di oggi 28 Maggio 2017, per informazione a chi ne avesse facoltà di partecipare ai funerali dello sfortunato M° Luca Primon.

Link all’articolo su “Il Dolomiti”.

TRENTO. Si è spento ieri pomeriggio, all’età di 65 anni, all’ospedale San Camillo, Luca Primon.

Nato a Trento, è stato uno dei più grandi liutai al mondo riuscendo a far apprezzare la propria abilità ed esperienza oltre i confini nazionali.

E’ stata una vita piena di riconoscimenti quella di Primon, durante la quale ha costruito violini per i più grandi musicisti, partecipando inoltre al restauro di strumenti di straordinario interesse storico anche appartenenti a collezioni uniche.

Nato a Trento nel 1952, ha studiato prima musica al Conservatorio per poi spostarsi dal 1974 al 1979 alla scuola di liuteria presso il Conservatorio di Parma, sotto la guida del maestro liutaio Renato Scrollavezza.

Dal 1980 ha insegnato la costruzione degli strumenti musicali ad arco presso la Civica Scuola di Liuteria del Comune di Milano frequentando poi a cavallo degli anni ’90 i corsi di specializzazione per liutai tenuti dal Maestro Jurgen Von Stietencron a Riva del Garda.

Oltre ai tanti corsi che ha tenuto o ai quali ha partecipato, tra il 1989 ed il 1991 è riuscito a vincere per le sue capacità artigiane due medaglie d’oro e due d’argento in concorsi nazionali e internazionali.

Dopo un periodo all’estero e in altre grandi città d’Italia, nel 2008 Luca Primon era tornato a vivere e lavorare a Trento.

Il funerale si terrà martedì 30 maggio alle ore 16 presso la chiesa dello Sposalizio in via san Bernardino. Durante la cerimonia suoneranno i suoi violini e violoncelli.

Claudia Fritz e Joseph Curtin ci riprovano (i violini moderni suonano meglio degli Stradivari).

In questo articolo apparso su La Repubblica online dell’8 Maggio 2017, la ricercatrice di Scienze Acustiche di Parigi Claudia Fritz (che è anche flautista) ed il liutaio americano Joseph Curtin hanno riproposto l’esperimento già avvenuto nel 2012 che avrebbe portato all’evidenza per cui i violini di Stradivari non suonerebbero meglio dei violini moderni, contribuendo a loro dire a sfatare un mito duro a morire. Il primo esperimento fu condotto in modo assolutamente irricevibile per una persona che avrebbe le intenzioni di confermare in modo “scientifico” la superiorità di un suono rispetto ad un altro, ossia musicisti bendati fatti suonare all’interno di una stanza d’albergo, laddove le proprietà acustiche, non solo degli Stradivari ma di qualunque strumento, ne uscirebbero seriamente compromesse.

Per cui sembrerebbe non valere più il concetto che l’essenziale non è solo mettere tutti gli strumenti a parità di condizioni, ma che ogni strumento possa avere una resa completamente diversa a seconda del musicista, dell’ambiente, della musica che viene suonata e della montatura adottata (corde, ponticello, cordiera, ecc.).

Ebbene oggi, anno 2017, l’esperimento è stato ripetuto nelle sale da concerto e ancora una volta ne è scaturito un verdetto sfavorevole per gli strumenti antichi. Il che può anche essere possibile, dato che ogni strumento, moderno o antico che sia, possa avere qualità acustiche indiscutibili (a patto che venga suonato bene e in un ambiente favorevole all’ascolto della musica).

Purtroppo la pagina completa dell’articolo pubblicata su PNAS è a pagamento per cui ci dobbiamo limitare a ciò che i giornali e le riviste hanno saputo condensare: i violini antichi suonano peggio dei violini moderni e poco altro, niente è dato di sapere sui metodi di selezione degli strumenti e dei musicisti, delle montature adottate e soprattutto dell’identità degli strumenti che sono stati suonati nelle prove acustiche, tradendo così la regola fondamentale per cui una prova che abbia un minimo valore scientifico dovrebbe possedere come fondamento: la trasparenza.

Va aggiunto che nel tempo, dal 1800 fino ai giorni nostri, sono state condotte molte prove “al buio”, e che spesso hanno dato esito sfavorevole agli strumenti antichi (famoso è l’esperimento del violino costruito da Savart), ma che negli anni hanno visto gli strumenti moderni o di nuova concezione relegati ad un più modesto ruolo di violini di fila o conservati nei musei come curiosità.

Quindi è tutto mito ciò che circola sul suono degli Stradivari? (e i Guarneri, gli Amati, i Bergonzi, ecc ecc, dove li mettiamo?). Per la mia esperienza posso dire con sicurezza che non è tutto mito, e che all’interno di una sala da concerto le differenze sono molto ben percepibili. Inoltre è curioso che da una parte si metta bene in chiaro il nome di Stradivari come confronto, ma dall’altra i violini moderni delle prove rimangano perfettamente nell’anonimato, perlomeno la cui indentità è nota solo a pochi eletti. Forse si teme un ulteriore confronto? ossia che conoscendo il nome dei liutai che hanno costruito quei violini moderni, li si possa usare per prove in cui venga dimostrato il perfetto contrario, ossia che spesso le qualità di un violino moderno, non solo sono inferiori ad un buon violino di Stradivari, ma che il liutaio o i liutai in questione non abbiano il coraggio di metterci la faccia, temendo comunque un confronto che li possa danneggiare nella loro reputazione?

Ma più delle mie parole, può spiegare l’esperienza di Maxim Vengerov, che con modestia e assoluta onestà intellettuale spiega le sue ragioni in un messaggio di replica su slippedisk.com.

Aggiornamento:

Test di questo genere nascono con il peccato originale, per non dire errore fondamentale, di intendere la voce di un violino come quella di un cantante, per cui uno Stradivari potrebbe e dovrebbe essere riconoscibile alla stregua della voce di Pavarotti e Domingo. Ovviamente non è così perchè la voce del violino è altra cosa dalla voce umana e non è così riconoscibile, come peraltro dimostrato da un test condotto da liutai e musicisti di provata competenza, tra cui Isaac Stern e Charles Beare, in cui non poche furono le sorprese ad ascoltare gli strumenti a distanza, in cui i giudizi sul suono furono così contraddittori che fu inevitali considerarli non attendibili. Lo stesso Stern affermò che avrebbe potuto riconoscere ad occhi chiusi (ma con orecchie aperte), qualsiasi strumento purchè potesse suonarlo per qualche secondo, ma alla distanza cogliere le differenze tra violini di altissima qualità diventa cosa praticamente impossibile.

Questo significa che certamente si possono valutare le qualità timbriche di qualsiasi strumento e la portata del suono, sia suonandoli in prima persona che alla distanza, ma per la mia esperien za i violini antichi hanno sempre dimostrato qualità superiori rispetto a violini moderni (inclusi i miei), tranne quei casi in cui i violini antichi fossero montati male o avessero bisogno di interventi di revisione o restauro. Ovviamente dobbiamo anche considerare strumenti che a dispetto della loro illustre paternità, forse anche a causa di interventi di restauro maldestri, non sono in grado di emettere suoni di qualità. O forse dobbiamo intendere che oggi, anno 2017, non vi siano più liutai come Sacconi o Weisshaar non siano più capaci di fare montature decenti?

Qui la discussione nel nostro forum.

Fuori Salone (Mondomusica 2015).

21 settembre

Cari amici, anche se un po’ in ritardo, vi annuncio che il giorno 25 Settembre p.v. alle ore 18.30, presso i locali della “Academia Cremonensis”, Palazzo Mina Bolzesi, via Platina 66, Cremona, io e DAVIDE SORA presenteremo la seconda conferenza sulle vernici che si terrà nel mese di Gennaio (seguirà tempestivo annuncio). Saranno presenti Edo Sartori (Edo), Edoardo Marchisio (Edomarch), Liutaiobruciato (Luca Ruggiero), e si spera tanti altri amici conosciuti e meno conosciuti di questo forum. A presto.

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