Il fuoco di Carolin Widmann

Se c’è un’immagine che posso associare alla figura della violinista Carolin Widmann è quella del fuoco, per la sua irresistibile capacità di coinvolgere il pubblico in quello che ritengo essere stato un concerto straordinario (a cura della IUC, Istituzione Universitaria dei Concerti).

La Widmann ha eseguito sonate per violino e pianoforte di Schumann, Debussy, Veress, accompagnata da Dénes Várjon, suonando un violino di Giovanni Battista Guadagnini del 1782.

Il fuoco, dicevamo, e come potrebbe essere definita altrimenti una violinista dalle eccezionali capacità espressive in grado di interpretare in maniera superba un repertorio tanto impegnativo come quello romantico e moderno?

Il concerto si è aperto senza esitazioni, un preciso colpo al centro, restituendo quella strana sensazione che per alcuni musicisti il vero mondo, quello reale, è costituito dalla musica, per cui lo spettatore viene rapito dalla sua realtà quotidiana per iniziare finalmente quella che è la vera dimensione dell’essere: palpiti e vibrazioni da cui ne consegue un sentire profondo.

Grazie anche a Várjon, il cui pianoforte non è mai apparso sullo sfondo ad esclusivo supporto della Widmann, questo concerto è emerso come una festa del colore dei suoni, senza mai un’incertezza e senza mai un calo della tensione.

Una tecnica violinistica perfetta, rigorosa e vigorosa, al punto che qualche lieve pizzico accidentale del tallone dell’arco sulla prima corda nei passaggi di forza, ci è apparso naturale, inevitabile.

Come una fiamma che si libera e si alimenta dal vento, la Widmann ha cinto la sua musica con grande sensibilità così che ha saputo avvolgere lo spettatore con pervasiva delicatezza, “bruciato” dalla sua incontenibile passione.

Questo concerto, tra le altre impressioni, ci ha dato l’idea che se vogliamo ascoltare Schumann nella sua incalcolabile complessità oggi abbiamo nella Widmann un sicuro riferimento.

Il suono del Guadagnini ci è parso perfetto ed adeguato in volume, qualità ed ampiezza e bene equilibrato alle capacità della Widmann, nessun complesso di inferiorità rispetto a Stradivari o Guarneri del Gesù.

Nota a margine: Guadagnini ha lavorato alle dipendenze del Conte Cozio di Salabue, il primo vero collezionista di strumenti originali, il quale tra gli altri ne ebbe una cinquantina di questo autore.

Chi non vorrebbe avere un mecenate simile? che in possesso della collezione degli strumenti di lavoro della bottega di Stradivari, ha sicuramente messo in grado Guadagnini di produrre autentici capolavori, in quello che si pensa essere stato il suo periodo migliore, quello torinese.

E così avvenne per Giuseppe Fiorini, che con grande sacrificio riuscì a comprare la collezione degli arnesi stradivariani dagli eredi del Conte Cozio, che poi donò al Comune di Cremona negli anni ’30 del 1900 (per poi giacere per lunghi decenni nella polvere, fino alla venuta di Fernando S. Sacconi, che la riordinò assieme al compianto Francesco Bissolotti).

Oggi la collezione degli strumenti di lavoro di Stradivari è conservata e visibile al pubblico presso il Museo del Violino di Cremona.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Gil Shaham e il concerto per un angelo.

Giovedi scorso si è esibito con l’orchestra di Santa Cecilia il violinista Gil Shaham, che lo ha visto protagonista del concerto per violino di Alban Berg. Un concerto impegnativo sotto tutti i punti di vista, sia per l’interprete, che deve affrontare difficoltà tecniche ed espressive non comuni, sia per il pubblico, che davanti ad opere del pensiero dodecafonico si vede spesso disorientato.

Ma non ho mai creduto che siano le dissonanze e le imperve armonie della dodecafonia a scoraggiare i più dall’ascolto di questo tipo di musica, bensì è il fatto che le persone non sanno quasi mai che quadro rappresentarsi in questi casi. E’ un problema educativo, non di difficoltà di accesso.

Per fortuna, ai fini dell’intelligibilità del concerto, Berg ci ha lasciato tracce evidenti che consentono l’accesso al suo pensiero e alla sua anima. Questo concerto fu dedicato alla memoria di una giovane adolescente morta proprio in quei mesi in cui Berg era occupato nella sua stesura, ma dovremmo intenderlo come un’ampia apertura ad una sorta di trascendenza, libera da ogni misticismo.

E’ vero che nella sua estrema trasparenza e nitore, in questo concerto le lacrime di dolore si contano una ad una, ma vi sono presenti anche intensi impulsi di straordinaria vitalità. Un Berg talmente in anticipo sui tempi, che ha perfino avuto il modo di scrivere un requiem per sé stesso, si potrebbe dire, visto che sarebbe scomparso da lì a qualche mese.

Gil Shaham ha affrontato tutto questo con grande tatto ed energia, mai cedendo a tentazioni virtuosistiche e rendendo quelle note più che intelligibili, una tecnica impeccabile unita all’ingenuità di un bambino che induce l’ascoltatore all’abbandono.

Il violino su cui si è esibito Gil Shaham è uno Stradivari “lungo”, ossia uno di quegli strumenti che il grande liutaio cremonese concepì nel decennio 1690-1700 (anche Kavakos suona su uno strumento simile), e più precisamente il “Contessa di Polignac” del 1699, uno strumento splendidamente conservato e dotato di un suono di rara bellezza.

Alla fine degli anni ’80 del 1900 Charles Beare osservava che i modelli “lunghi” stradivariani forse cedevano qualcosa in termini di prontezza, ma che comunque erano bene all’altezza degli strumenti migliori costruiti nel cosiddetto “periodo d’oro”, ed io mi trovo completamente d’accordo, posso solo aggiungere che ho avuto poche occasioni di ascoltare bassi così corposi in un violino.

Anche questo fu uno dei violini curati dal leggendario liutaio romano Fernando Sacconi e certificato assieme a Rembert Wurlitzer tra gli anni ’50 e ’60 del 1900.

testo e fotografie di Claudio Rampini

Firenze: a Palazzo Pitti Concerto di Natale e presentazione del CD “From Florence to Europe”

A completare la magia dell’atmosfera natalizia, torna la grande musica tra i cristalli di una delle sale più celebri del patrimonio culturale italiano.
Domani, 14 dicembre, alle ore 16, un doppio evento contribuirà ad illuminare la Sala Bianca di Palazzo Pitti: un concerto di giovani eccellenze sostenute dall’Associazione Culturale Musica con le Ali e la presentazione del CD “From Florence to Europe”. 

Protagonisti del Concerto di Natale – frutto della collaborazione fra la Fondazione Enzo Hruby di Milano, l’Associazione Musica con le Ali, e le Gallerie degli Uffizi-  saranno Giulia Attili, giovane violoncellista sostenuta dall’Associazione Musica con le Ali, e il Quartetto Lyskamm che dal momento della fondazione nel 2008, ha raggiunto in breve la notorietà grazie al talento dei suoi musicisti: Cecilia Ziano (violino), Clara Franziska Schötensack (violino), Francesca Piccioni (viola) e Giorgio Casati (violoncello). In programma il Quartetto per archi in re minore K. 421 di Mozart e il Quintetto per archi in do maggiore op. 163 D. 956 di Schubert.

Il CD “From Florence to Europe” contiene gli estratti dei concerti tenuti lo scorso novembre a Palazzo Pitti: brani di Tchaikovsky, Brahms, Schumann e Janacek eseguiti dai giovani talenti di Musica con le Ali che si sono esibiti durante il Festival: Lucilla Rose Mariotti (violino), MartinaConsonni (pianoforte), Emma Pestugia (pianoforte), Giulia Attili (violoncello), Quartetto WertherEricaPiccotti (violoncello) e Lavinia Bertulli (pianoforte). Con loro anche gli affermati pianisti Roberto Arosio e Filippo Gamba, e l’Orchestra Senzaspine di Bologna diretta da FabioConocchiella.

L’opera è impreziosita dal brano “Concerto Rotondo” di Giovanni Sollima: il violoncellista ha aderito al progetto offrendo l’esecuzione di una sua composizione molto suggestiva, effettuando la registrazione proprio nella Sala Bianca degli Stucchi di Palazzo Pitti.
L’iniziativa è stata realizzata grazie a BartokStudio, a Raffaele Cacciola – Producer e Direttore Artistico per Giovanni Sollima – con la regia di Christian Frattima e la collaborazione di AlbertoChines.
Il CD sarà in vendita in esclusiva nei bookshop delle Gallerie degli Uffizi e degli altri musei di Firenze.
“Dopo il grande successo del Festival “Da Firenze all’Europa – dichiara Eike Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi – sono lieto di annunciare questo emozionante concerto, che al perfetto connubio tra arte e musica che contraddistingue il Festival aggiunge il tocco magico del Natale. Con questo concerto e con questo CD desidero augurare Buone Feste a tutti i numerosi visitatori di Palazzo Pitti”.

“L’incontro tra le opere più straordinarie del nostro patrimonio culturale e la grande musica – dichiara Carlo Hruby, Vice Presidente della Fondazione Enzo Hruby e Presidente dell’Associazione Musica con le Ali – rappresenta un connubio vincente che fa vivere con intensità entrambe le arti, grazie al talento dei giovani interpreti che si esibiscono in questa meravigliosa sala e che contribuiscono a promuovere i nostri beni culturali e il valore della musica classica. Siamo molto soddisfatti di trasmettere questa testimonianza ai visitatori di Palazzo Pitti e di condividere con loro la gioia della festa più bella dell’anno con questo concerto e con questo CD”.

E’ possibile assistere al Concerto di Natale e alla presentazione del CD presentando il regolare biglietto di ingresso a Palazzo Pitti, fino ad esaurimento posti.

Grazia Rondini  http://www.lachiavediviolino.net

Il canto di Anna Tifu

Per il terzo concerto della stagione “Minerva” presso l’Aula Magna della Sapienza (I.U.C. Istituzione Universitaria dei Concerti), ieri sera si è esibita la violinista Anna Tifu con il suo splendido “Marechal Berthier”, uno Stradivari del 1716, con musiche di Prokof’ev, Schumann, Chausson e Ravel (per il programma completo vedere qui), accompagnata dal pianista Julien Quentin.

Anna Tifu è una violinista particolare, non ama il virtuosismo fine a sé stesso, e pur possedendo qualità tecniche che le consentono di affrontare con agilità qualsiasi repertorio, le sue scelte sono spesso dirette su quei brani che le consentono di creare atmosfere di grande intensità lirica.

Cioè a dire che le pur impervie difficoltà tecniche di compositori come Paganini o De Sarasate, a volte servono per nascondere una certa povertà di ispirazione ed il canto che ne risulta è spesso privo di colore.

E se poi si pensasse per assurdo che Prokof’ev e Schumann siano scelte di comodo, solo un folle può arrivare a pensarlo, perché bisogna comunque possedere doti interpretative non comuni.

Per farla breve, far cantare un violino è una delle cose più difficili perché richiede una grande padronanza dell’arco, specialmente pensando ai pur talentuosi violinisti di scuola orientale, a nostro avviso piuttosto noiosi.

Il gesto violinistico di Anna Tifu è apparso sempre sicuro e ben calibrato, la voce del suo “Marechal Berthier” perfetta ed esemplare, ed ancora una volta, semmai servissero ulteriori conferme, essa resta un riferimento per quei liutai che oltre a costruire strumenti, avessero in proposito di perseguire bontà di timbro e ricchezza di armonici.

Alexandre Berthier fu un generale francese che condusse una guerra vittoriosa in Spagna, nel bottino di guerra vi era compreso questo violino di Stradivari costruito nell’anno 1716, costruito per la corte spagnola, e che Napoleone Bonaparte gli donò per compensarlo dei suoi buoni servigi.

Niente di questo violino può essere considerato fuori posto: la sua quarta corda, così ricca e dinamica, che esprime “quel” timbro che ha fatto storia fin da quando lo strumento fu trasformato da barocco in moderno e l’equlibrio tra le quattro corde, che lascia sempre libero il musicista di poter suonare senza fallo qualsiasi musica gli venga in mente di suonare.

Tenuto poi conto che lo strumento veniva suonato, complice il diligente pianismo di Julien Quentin, su uno Steinway gran coda, noto da sempre per l’eccellenza del suo timbro e la generosità dei suoi volumi sonori, Anna Tifu e il suo Stradivari hanno potuto raggiungere ogni angolo della sala senza apparenti difficoltà, anche nel più tenue sussurro.

L’unico appunto che ci sentiamo di fare è sul suono del pianista Julien Quentin, che forse per privilegiare la pur ottima ed eccellente Anna Tifu, è apparso leggermente in penombra rispetto al violino, a scapito di un impasto sonoro che a nostro parere avrebbe potuto essere più colorito e corposo.

Test e fotografie Di Claudio Rampini

Pubblicato l’Aggiornamento del Catalogo Tematico delle musiche di Niccolo’ Paganini

Niccolò Paganini, genio incontrastato, grande direttore d’orchestra, compositore, esecutore e improvvisatore. Apprezzato dai suoi stessi colleghi – Liszt, Chopin, Schubert, Schumann, Berlioz – ha precorso i tempi lasciando dietro sé un’immagine diabolica divenuta leggendaria: l’isteria del pubblico che precedeva i suoi concerti era del tutto simile a quella suscitata dalle moderne rockstar.

Sono tanti i suoi capolavori lasciati ai posteri, ma solo in tempi recenti, grazie al certosino lavoro di due studiose, si è potuto mettere ordine e catalogare tutto il materiale, sparso per il mondo, che porta tracce del suo operato, dei viaggi, dei concerti e degli incontri con personaggi celebri del suo tempo.

Giá nel 1982, il Comune di Genova, in occasione dei 200 anni della nascita di Niccolò Paganini, commissionò a Maria Rosa Moretti e Anna Sorrento  – due insegnanti di Conservatorio – il primo Catalogo tematico delle musiche di Paganini (CT) . Quest’anno, a distanza di 36 anni, in occasione della seconda edizione del Paganini Genova Festival 2018, è stato pubblicato l’Aggiornamento del Catalogo tematico (CTA), sempre a cura delle stesse studiose e grazie all’impegno sostenuto dall’Associazione Musica con le Ali presieduta da Carlo Hruby. 

Si tratta di un volume finemente rilegato di circa 300 pagine che richiama, per grafica e copertina, la prima pubblicazione.

Per osservare più da vicino questa interessante iniziativa culturale, frutto di decenni di ricerche e analisi accurate che hanno raggiunto città come Washington, Londra, Berlino, ho incontrato Carlo Hruby Presidente dell’Associazione e Maria Rosa Moretti.

Sappiamo che l’Associazione Musica con le Ali opera senza fini di lucro e finora si é dedicata al sostegno del percorso di giovani talenti della musica, a partire dall’organizzazione dei concerti fino alle incisioni discografiche con importanti etichette. Ho chiesto al dottor Hruby se l’appoggio a questo speciale progetto costituisca l’apertura ad un nuovo ambito di attività dell’associazione: 

“La pubblicazione di questo volume risponde ad uno degli obiettivi primari che la nostra Associazione si è prefissata fin dalla sua costituzione, ovvero sostenere i migliori giovani talenti italiani della musica classica e favorirne la crescita musicale, professionale e culturale nel senso più ampio del termine. Ritengo infatti che una base culturale solida –  che preveda anche lo studio e la frequentazione di autori e di opere meno presenti nei percorsi di studi dei conservatori e delle istituzioni di alta formazione –  sia il presupposto indispensabile e fondamentale per ogni musicista. Purtroppo, nel nostro Paese, importanti studi e ricerche spesso rischiano di cadere nel dimenticatoio a causa della costante carenza di risorse che ne impedisce la pubblicazione. Questa iniziativa rappresenta dunque un’operazione culturale per la nostra Associazione, in quanto offre ai musicisti la possibilità di approfondire la conoscenza dell’opera di uno dei compositori più importanti al mondo, quale è Niccolò Paganini. Rappresenta anche la nostra prima iniziativa editoriale e dà il via ad un filone importante delle nostre attività, abbiamo dunque voluto offrire un contributo in questa direzione, andando a valorizzare uno studio musicologico di grandissimo rilievo realizzato grazie alla competenza e all’impegno di Maria Rosa Moretti e Anna Sorrento. Il nostro augurio è che possa rappresentare uno strumento utile per i musicisti e gli appassionati del geniale compositore e, in generale, un’opportunità di approfondimento culturale.” 
L’autrice Maria Rosa Moretti, che risponde anche per conto della collega Anna Sorrento, ci fornisce alcuni interessanti dettagli relativi alle ricerche contenute nell’ultimo volume e alle differenze con il precedente catalogo: 

“Il catalogo del 1982 era costituito essenzialmente da opere provenienti dal corpus di musica custodito dallo stesso Paganini, in modo disordinato, in un prezioso baule, ereditato poi dal figlio Achille, che attraverso passaggi ereditari e vendite all’asta, era stato depositato nella Biblioteca Casanatense di Roma. Il contenuto del secondo volume proviene, invece, prevalentemente dagli archivi privati, in particolare l’archivio più ricco è quello degli eredi del violinista, allievo di Paganini, Camillo Sivori, la cui famiglia ha messo a disposizione molto materiale. Esistono, tuttavia, informazioni e opere firmate dal compositore appartenenti attualmente ad archivi privati di famiglie che non hanno dato il consenso ad accedere ai documenti. Nell’Aggiornamento vi sono contenute informazioni anche non strettamente musicali, sui luoghi e le istituzioni in cui sono custoditi i manoscritti e sulla storia della Collezione Postuma.  Per quanto riguarda le opere si tratta di pagine essenzialmente cameristiche composte entro il 1824. In tutto, nel primo catalogo si registravano 122 opere, mentre nell’Aggiornamento ne sono presenti 140 e di alcune abbiamo potuto correggere le date di composizione. Anche nel nuovo catalogo é presente un capitolo molto interessante: la Terza Sezione “Schizzi e abbozzi” contiene alcuni “Fogli d’Album” che testimoniano dei numerosi incontri di Paganini avvenuti durante la tournée europea (1828-1834), sostanzialmente appunti del compositore, ma anche autografi ai quali Paganini era solito accompagnare due o tre righi di musica.

Per informazioni e per chiedere una copia del del libro è possibile scrivere a info@musicaconleali.it

Grazia Rondini   www.lachiavediviolino.it

Gli archi dei Wiener Concert-Verein alla Sapienza

Il concerto, tenutosi lo scorso 16 Ottobre, ha aperto la nuova stagione 2018-2019 per il ciclo “Minerva” dei concerti della IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti), in programma musiche di Bruckner, Mozart, Čajkovskij, Dvořák e Brahms (per il programma completo vedere qui).

Formatisi nel 1987, il complesso dei Wiener Concert-Verein è composto da alcuni membri dei Wiener Symphoniker, dunque una selezione di altissimo livello di un’orchestra leggendaria che ha avuto tra gli altri, direttori come Furtwängler, Von Karajan, Sawallisch e Giulini.

Non parleremo di come questo straordinario ensemble abbia interpretato i vari compositori, argomento per il quale ci sarebbe da scrivere già parecchio, ma ci limiteremo, per così dire, all’aspetto del suono, che è poi la dimensione a noi, che ci occupiamo di strumenti ad arco, più congeniale.

Basterebbero solo un paio di definizioni come “straordinario” o “stupefacente” per concludere degnamente l’articolo, ma bisogna pur tentare di spiegare quello che a parole è difficile spiegare, perché il suono lo si ascolta, e per questo motivo cercheremo di descriverne le sensazioni che ha suscitato.

All’attacco del “Divertimento” di Mozart subito una sensazione quasi strana di meraviglia, capisci che ci sono persone che ti fanno capire che l’universo è fatto di musica, e che ad un certo punto non fanno altro che attingere da quel fiume che scorre ininterrotto e di cui avevi solo una vaga contezza.

Un suono unico, non solo nel suo genere, ma unico per la capacità di suonare tutti insieme con un unico spirito, una capacità istantanea di entrare nella musica (segno evidente, che per loro il flusso della musica non si interrompe mai), e che rapisce senza perdono l’attenzione dello spettatore.

E poi, mai senza una sbavatura, e quelle piccole incertezze che l’orecchio attento potrebbe definire “micro sfalsamenti”, magari nel picco di massima espressività in cui i sovracuti richiedono al musicista il massimo della sua capacità di tenuta del suono, scopri invece che sono voluti e che danno una “visione” tridimensionale della nota.

Ottima e ricercata anche la disposizione degli strumenti: 10 violini, 2 violoncelli, 1 contrabbasso, 3 viole, disposti così come sono stati elencati, con le viole all’esterno, posto di solito riservato ai violoncelli. Questa non è certo una posizione inedita, molte orchestre oggi vedono le viole più esposte, invece di seppellirle tra i secondi violini e la sezione dei violoncelli, ma lo stesso le viole è sempre difficile farle emergere, invece nel caso dei Wiener Concert-Verein, le viole non solo hanno suonato bene, ma se ne è potuto ascoltare distintamente il suono, pur essendo così ridotte di numero.

E questo grazie probabilmente al fatto che questi musicisti sanno ascoltarsi e hanno consapevolezza del suono che arriva al pubblico.

Anche i violoncelli, che in numero di due poteva sembrare che non potessero conferire corpo alla musica, ma che invece anche grazie al fatto di essere posti leggermente in alto su una pedana di legno, ha fatto sì che la poesia dei loro armonici pervadesse senza problemi la sala.

Anche il fatto che l’unico contrabbasso fosse posto dietro ai violoncelli, per di più senza l’ausilio di nessuna pedana, quindi leggermente nascosto alla vista del pubblico, non ha recato nocumento alcuno alla sostanza dei suoni bassi, anche perché è noto che le basse frequenze abbiano la proprietà peculiare di non temere ostacoli e di poter viaggiare su distanze lunghe e lunghissime.

Il tutto espresso con buoni strumenti, moderni nel caso delle viole, e “abbastanza antico” nel caso del primo violino che ha suonato con uno strumento di Jean Baptiste Villaume, quindi niente di particolarmente unico e prezioso, strumenti comunque di qualità che in mano a professionisti della musica hanno saputo regalarci un grande suono e una grande musica.

Grande anche la loro generosità, che ha regalato al pubblico ben tre bis, tre pòlke di Johann Strauss Jr.

Testo e foto di Claudio Rampini

Trio Archè: il Romanticismo italiano torna alla ribalta. Incontro con Francesco Comisso, violino della formazione



Il Trio Archè si è formato in seguito all’incontro fra Dario Destefano, violoncello, Francesco Cipolletta, pianoforte, e Massimo Marin, violino. Sin dagli esordi, la formazione ha intrapreso un percorso concertistico di levatura internazionale fondendo un virtuosismo strumentale tipicamente italiano con una particolare attenzione rivolta alla forma e al suono.
Il repertorio del Trio Archè spazia dalle composizioni dei grandi autori (Beethoven, Brahms, Schumann, Dvorak, Mendelssohn, Ravel, Sostakovic) fino a quelle di musica contemporanea, ma ultimamente la ricerca dei tre musicisti si è orientata ai periodi del romanticismo e tardo romanticismo italiano che si collocano fra Otto e Novecento.
Di questa fervente attività, culminata con l’uscita del recente CD “Bossi Piano Trios”, ce ne parla Francesco Comisso, attuale violino del Trio Arché, a cui ho rivolto qualche domanda durante un incontro a Venezia, città in cui risiede con la famiglia.

Come nasce il Trio Archè e a cosa è dovuta la scelta del nome?

Il Trio Archè nasce a Torino nel 2001 dall’incontro fra tre affermati solisti che hanno svolto attività concertistica internazionale; nel 2014, io sono subentrato a Massimo Marin.
Il nome Archè deriva dalla parola greca ἀρχή – fonologicamente “archè”- che significa “principio” da cui ha origine ogni cosa. Nel nostro caso il suono rappresenta sia il comune punto di partenza, sia il nostro luogo d’incontro, il nostro principio generatore. La parola Archè sottintende, per noi componenti, anche il rispetto del suono originario quando, di comune accordo, scegliamo di mantenere una certa coerenza stilistica con l’anima del compositore che decidiamo di eseguire.

La vostra ultima incisione discografica con Brilliant Classics intende omaggiare un compositore meno conosciuto: Marco Enrico Bossi, ricordato principalmente per le sue doti di strumentista d’organo e per l’amicizia con Gabriele D’Annunzio che lo definì l'”Alto signore dei suoni”…

La scelta di incidere i vari Trio di Bossi è stata decisa di comune accordo con la casa discografica e rientra nel nostro progetto di far emergere un repertorio che ad oggi risulta ancora ingiustamente sconosciuto: la musica da camera italiana dalla seconda metà del Settecento in poi.
La cultura musicale italiana di questo periodo è classicamente legata alla tradizione operistica. Escludendo la sontuosità del repertorio barocco, la musica strumentale è stata totalmente oscurata dal melodramma e lo stesso Bossi è stato ottenebrato rispetto ai giganti della lirica di quel periodo e comunque, ancora oggi, è raro ritrovare nei programmi di Conservatorio o dei concerti da sala, i nomi di Respighi, Wolf-Ferrari, Bossi, Martucci.
Marco Enrico Bossi risulta essere il primo a voler fortemente creare una letteratura di musica esclusivamente strumentale in Italia, una letteratura che si contrapponesse coraggiosamente al luogo comune che vuole i compositori italiani di quel periodo, dediti esclusivamente alla tradizione operistica.
Nello stesso tempo Bossi si proponeva nel confronto con la grande musica cameristica europea verso la quale nutriva stima e devozione, ma subito dopo la morte, fu ingiustamente dimenticato. Per noi rappresenta una sorta di Brahms italiano, con lo stile e con una adesione all’estetica di Musica Assoluta simile a quella idealizzata da Eduard Hanslich.
Il primo trio op.107 e il Trio Sinfonico op.123 sono state per noi delle autentiche rivelazioni perché in essi abbiamo trovato la possibilità di esprimerci nel linguaggio più affine alle nostre capacità interpretative senza rinunciare alla nostra identità italiana.

Quali altri progetti discografici in cantiere, collaborazioni e concerti a breve?

Ad agosto uscirà il prossimo CD, ancora per l’etichetta olandese Brilliant Classics, con i due “trio” del compositore veneziano Ermanno Wolf-Ferrari di cui quest’anno ricorre il 70° anniversario della morte.
Anche questo obiettivo rientra nel progetto del Trio Archè di divulgazione di quel repertorio cameristico italiano, un patrimonio nazionale ricco e intenso che non ha trovato il giusto
spazio e riconoscimento soprattutto all’estero.
In novembre invece incideremo, per l’etichetta giapponese Da Vinci Publishing, due cavalli di battaglia del Trio Archè: il trio n. 1 e il trio n. 2 per violino, violoncello e pianoforte di Felix Mendelssohn-Bartholdy.
Stiamo, inoltre, definendo i termini per una tournée in Messico in cui molto probabilmente eseguiremo il Triplo Concerto di Beethoven con l’Orchestra di Stato di Città del Messico.

Leonard Bernstein sosteneva che per suonare Bach è necessario “essere” Bach, per suonare Mendelssohn “essere” Mendelssohn ecc. Come la pensate a riguardo…

Credo che con questa frase Bernstein si riferisse alla necessità del raggiungimento di una sorta di “disidentificazione” da parte dell’interprete per poter arrivare al pensiero dell’autore: è un concetto a noi molto caro perché affine alla nostra idea di filologia.
Per noi la filologia musicale non è esattamente decidere se suonare con corde di budello o sintetiche oppure scegliere di usare l’arco barocco, dal momento che il nostro repertorio non lo richiede.
Noi vogliamo “entrare” nel pensiero del compositore e per fare ciò, l’interprete deve rinunciare alle proprie velleità narcisistiche. Il suono diventa quindi il mezzo attraverso il quale si veicola il pensiero. Ecco perché noi, come Trio Archè, diamo estrema importanza all’idea “comune” di suono cercando di coltivarla con l’umiltà dell’ascolto. Ogni volta è una meravigliosa sfida, un compito arduo che ci mette alla prova sia come musicisti che come persone.

Svolgete tutti attività didattica in Conservatorio: quali consigli vi sentireste di dare ad un giovane strumentista e a chi si appresta a costituire una formazione da camera?

Essendo personalità diverse abbiamo metodi didattici diversi, ma siamo accomunati dalla convinzione che la musica sia un preziosissimo strumento di emancipazione intellettuale, specie in questi tempi di profonda deriva culturale in cui troppo spesso il senso dell’oggettivo valore artistico è imposto oppure è soggetto a mistificazioni.
Nella nostra società abbiamo necessità di persone che rappresentino punti di riferimento e che orientino alla comprensione di ciò che è “Buono” e ciò che è “Bello” in senso universale.
L’educazione musicale, secondo noi, può condurre a questo risveglio critico perché è l’unica disciplina, in cui la pratica del controllo corporeo e la gestione delle emozioni, portano l’emisfero destro e quello sinistro a svilupparsi in modo armonico e in egual misura.
Per noi la cultura non è mero nozionismo, ma una capacità critica di visione del mondo.
Oggi la preparazione tecnico-strumentale nei giovani studenti non solo è sempre più elevata, ma addirittura scontata, quindi anche il saper contestualizzare storicamente un brano in maniera interdisciplinare, diventa un fattore determinante nel fare la differenza fra ciò che è uno strumentista e quello che è l’artista completo.
Un altro consiglio che sentiamo di dover dare è quello di coltivare l’educazione all’ascolto, sia musicale che umano.
Un ensemble cameristico è una forma di micro-società, come una famiglia, all’interno della quale ogni singolo individuo porta con sé un infinito spettro di caratteristiche qualitative che, una volta definito l’interesse o lo scopo del gruppo, devono essere riconosciute e accettate dagli altri membri.
Questo è possibile solo attraverso l’ascolto dell’altro. Sappiamo che avere la certezza di poter essere ascoltati, ben dispone qualsiasi individuo all’interno di un gruppo. L’attività dell’ascolto deve proseguire, poi, non solo fra gli elementi che compongono un gruppo ma anche nei confronti delle priorità che la musica richiede, come la consapevolezza ritmica, ad esempio. Mai quanto in una formazione cameristica è opportuno il detto africano secondo cui “Esiste la mia verità, la tua verità, e poi sopra di noi… la Verità”.

Quali strumenti ad arco usate abitualmente nelle vostre esecuzioni?

Dario Destefano suona con uno splendido violoncello di Giacinto Santagiuliana di Vicenza del 1821, uno strumento dalla profondissima sonorità che si sposa molto bene con il mio violino, un Dom Nicolau Amati di Bologna del 1735. Dom Nicolò Amati è stato un liutaio/sacerdote nato e vissuto a Bologna fra il 1662 e il 1752. Il suo vero nome era Nicolò Marchioni o forse Nicolò Melchioni, ma fu soprannominato “Amati” in omaggio alla celebre famiglia di liutai cremonesi in quanto i suoi violini si contraddistinguevano per le vernici di alta qualità orientate verso le tonalità del rosso.

Grazia Rondini     www.lachiavediviolino.net

La saggia naturalezza di Shlomo Mintz.


 

Il 12 Maggio scorso Shlomo Mintz si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza di Roma per i concerti organizzati dalla I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti). Il mio ricordo di Mintz risale a circa una ventina di anni fa al Teatro Verdi di Pisa, dove ebbi occasione di poterlo ascoltare in modalità piuttosto singolare, per non dire originale: grazie agli amici dell’Orchestra Regionale Toscana spesso entravo in teatro insieme agli artisti, questo mi dava modo di scorrazzare allegramente dappertutto e di poter approcciare più liberamente ai camerini degli artisti e ai loro preziosi strumenti.

Quindi assistetti al concerto di Mintz da dietro le quinte, assieme a due o tre vigili del fuoco. A sipario ancora chiuso a un metro di distanza lo sentivo prepararsi suonando note in ordine sparso sul suo Guarneri del Gesù, un suono che udito a così breve distanza riusciva a colpirmi nel profondo. Anche in quell’occasione si esibì come violinista e direttore, un ruolo che sembra ormai connaturato nella sua figura di musicista e che mi è sembrato sempre svolgere in modo molto adeguato e personale.

L’unico appunto che potetti fare all’epoca fu che aveva suonato per l’ennesima volta uno dei concerti per violino di Mozart, ed erano in molti allora a suonarli, creando così una specie di inflazione che purtroppo non rendeva adeguata giustizia al genio di Salisburgo.

In questa occasione Mintz ha suonato su un violino di bottega stradivariana di autore incerto, databile a circa 20 o 30 anni dopo la morte del grande liutaio cremonese, uno strumento sicuramente meno blasonato di un leggendario Guarneri, ma in grado di stupire per la sua grande qualità e corposità di suono (lo strumento era montato con corde Peter Infeld).

Il concerto per due violini in Re minore di Bach è stato eseguito in modo misurato e forse grazie alle sue qualità come direttore, l’orchetra dei Solisti Aquilani è riuscita ad emergere in modo convincente riuscendo a creare una tavolozza di colori varia, equilibrata e bene impastata. Mi è sembrato che il primo violino dei Solisti Aquilani, Daniele Orlando, che ha accompagnato Mintz nell’esecuzione mostrasse in alcuni momenti una intonazione non proprio perfetta, ma comunque non tale da impedire all’ascoltatore di lasciarsi andare alla buona musica.

Le differenze timbriche tra i due violini erano evidenti,  suono ampio e vellutato quello di Mintz, più sopranino e leggermente nasale quello di Orlando, che proprio su questo aspetto hanno ben riempito e completato la scena sonora. Il violino di Mintz è di scuola cremonese, attribuito alla bottega di Antonio Stradivari, uno strumento cosiddetto “minore”, ma al mio orecchio in grado di rivaleggiare con qualsiasi altro grande strumento classico, grazie ad un suono ricco e corposo.

Ascoltare Shlomo Mintz è sempre una bella esperienza, ma nel suo caso si rimane affascinati anche dal suo sapersi muovere in modo discreto e senza eccessi, i passaggi di forza eseguiti sempre con grande naturalezza (mai vista una goccia di sudore imperlare la fronte di Mintz), ed una padronanza mai arrogante, che non sovrasta o stravolge lo spirito del compositore. Da questo punto di vista aggiungerei anche che si può eseguire Bach nella più pura tradizione novecentesca, con diapason a 440Hz, senza per questo ricorrere a confronti con esecuzioni filologiche.

I cosiddetti “strumenti originali” e un ritrovato modo antico di suonare è pur vero che ci restituiscono un mondo perduto di armonici, ma a mio parere non si deve cedere mai ad un rigore fondamentalista per cui gli autori antichi suonati “alla moderna” appaiano per questo poco probabili e perfino svuotati di significato.

Anche con il concerto per violino e archi in Re minore, che Mendelssohn scrisse a soli 13 anni, ci è apparso in tutta la sua freschezza, una ingenuità e fiducia nel futuro che solo una mente pura può concepire. Mintz oltre a suonare con determinata passione e bravura, è stato anche capace di raccontarci storie, in questo senso io lo reputo uno dei migliori interpreti contemporanei della musica classica.

Testo e fotografie di Claudio Rampini.

Il rigore “amichevole” di Manuel Barrueco.


 

Lo scorso Sabato 21 Aprile 2018 si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza, per i concerti della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), uno dei chitarristi più apprezzati a livello mondiale: il cubano Manuel Barrueco.

Il Portale del Violino di solito non si occupa di recensire i chitarristi e i loro strumenti, ma talvolta ciò è necessario per mettere a confronto le interpretazioni che vengono date nell’ambito di uno stesso compositore, in questo caso Johann Sebastian Bach, di cui Barrueco ha trascritto per chitarra la Sonata n.1 in Sol minore per violino solo. A mio parere Barrueco è riuscito felicemente non solo in una buona interpretazione, ma anche nella scrittura, che è risultata naturale e forse più convincente delle tante versioni eseguite dai violinisti che in preda ad un furore filologico, la privano di calore e comunicatività.

Il confronto con la chitarra in questo caso aiuta anche a capire come le sonate e le partite per violino solo di Bach possano essere “vibrate” in modo discreto e senza per forza di cose abbandonare un senso intimo di cantabilità, proprio per la natura stessa di uno strumento a pizzico, le cui proprietà del vibrato sono notoriamente limitate rispetto a quelle di uno strumento ad arco, ma non per questo meno intense ed espressive.

Manuel Barrueco ha eseguito un repertorio che ha coperto un arco cronologico molto ampio, dalle musiche cinquecentesche di Luis Milàn, al già citato Bach, Nin-culmeil, Sor e Albéniz, regalandoci un vasto panorama sonoro eseguito in modo rigoroso, ma mai freddo o didascalico. Perfino nelle note della conosciutissima e spesso abusata “Asturias”,  il brano è sembrato riacquisire il valore meditativo del silenzio in un fraseggio mai portato all’eccesso, i cui accordi sono emersi in modo luminoso e coinvolgente.

Manuel Barrueco si è esibito suonando una chitarra di Matthias Damman, il cui solo difetto è quello di avere una tavola armonica in cedro, dotata comunque di grande dinamica e profondità di suono in tutti i registri. L’esecuzione era amplificata in modo discreto e ne ha rispettato la naturalezza del suono, anche se ciò ci ha impedito di percepire le reali proprietà di proiezione sonora dello strumento. Lo stesso Barrueco mi ha riferito che la decisione di ricorrere all’amplificazione è comunque molto variabile e ciò dipende ovviamente dal tipo di ambienti in cui egli si trova a suonare.

Personalmente credo che l’acustica dell’Aula Magna della Sapienza avrebbe supportato adeguatamente la chitarra di Barrueco senza amplificazioni di sorta.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Cher Maxim (Vengerov).


 

Il 12 Aprile scorso, cioè a dire l’altro ieri si è esibito al Teatro Argentina di Roma il violinista russo naturalizzato in Israele Maxim Vengerov,  la cui brillante carriera fu interrotta da un malaugurato problema ad una spalla a cui si è dovuto ricorrere chirurgicamente.

La precedente occasione in cui ebbi occasione di assistere ad un suo concerto fu esattamente nel 1997 a Firenze, dove si esibì con il concerto per violino di Brahms, allora mi colpirono molto la sua efficacia comunicativa, un suono senza compromessi coniugato ad una tecnica esecutiva rigorosa e personale.

Quindi ho desiderato molto questa occasione di poterlo riascoltare nell’intima atmosfera in duo violino e pianoforte: le sonate n.1 e n.3 di Brahms, la sonata in Re magg. di Ravel, ed infine il tema con variazioni da Rossini “I palpiti” di Paganini (arr. di Fritz Kreisler).

Il violino è uno Stradivari del 1727 detto il “Kreutzer”, appartenuto al celebre violinista e didatta Rodolphe Kreutzer (lo stesso che giudicò “scandalosamente incomprensibile” la sonata per violino e pianoforte di Beethoven a lui dedicata, che mai eseguì, e che per una sorta di contrappasso porterà per il resto dell’eternità il suo nome). Al pianoforte Polina Osetinskaya, solista di fama internazionale su un classico ed intramontabile Steinway & Sons.

L’esordio in Brahms nella sala religiosamente raccolta è nitido e deciso, io amo l’arco dei musicisti russi, non credo ci sia di meglio in quanto a precisione e ricchezza di suono, e su questo anche Vengerov non ha mai fatto eccezione. Tuttavia dopo i primi minuti l’incanto si è come dire attenuato, mi è sembrato che fosse solo il violinista a suonare e che il pianoforte fosse relegato a mero ruolo decorativo.

Dico questo perché anni fa mi successe di assistere a qualcosa di esattamente opposto, dove una pianista di grande bravura esibendosi sempre in Brahms, “mangiò” letteralmente il violino solista riducendolo praticamente al silenzio, in un mare di note tempestose emesse al limite della rottura tendinea.

Due esempi opposti per sottolineare, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che nelle sonate di Brahms il violino e il pianoforte formano, e dovrebbero formare, un impasto sonoro che non vede mai il prevalere di uno strumento rispetto all’altro, bensì una fusione espressa in una sorta di “terzo suono” che osiamo pensare non fosse così estraneo dal pensiero compositivo dell’autore.

Eppure nei vari concerti che ho ascoltato negli ultimi mesi ha sempre prevalso un ruolo dell’orchestra, o dello strumento accompagnatore, secondario e assecondante in modo esagerato il solista, che personalmente gradisco pochissimo perché mi fa apparire il solista in una luce innaturale ed insicura.

A Brahms è seguita la sonata di Ravel, espressa in modo garbato e lirico, il silenzioso accompagnamento del pianoforte in questo caso non ha dato troppo fastidio, a dispetto di un tempismo perfetto tra i due strumenti.

Su Paganini le cose si sono complicate abbastanza poiché di palpiti io ne ho sentiti pochi, e parlo di palpiti emotivi, il canto di Rossini è apparso fin troppo stilizzato. E’ pur vero che le nostre orecchie sono influenzate dalle registrazioni, che sono cosa molto diversa dalle esecuzioni dal vivo, ma il distacco emotivo, sottolineato anche da un pianoforte secco e poco presente, mi è parso evidente.

Il dialogo tra le parti che sono presenti nei “palpiti”, e parlo esclusivamente del ruolo del violino solista, suggeriscono spesso un canto amoroso di uccelli che confluiscono in una passione irruenta sottolineata dai balzati e dai pizzicati della mano sinistra, che Vengerov è riuscito ad esprimere solo in parte.

Per quanto riguarda invece i flautati, in questo caso Vengerov si è dimostrato più che all’altezza, riuscendo con precisione e metodo a regalarci momenti di poesia venati di un’aura metafisica, veramente una gioia per le orecchie. Purtroppo alla fine del brano il maestro sembra avere introdotto alcuni glissati a mio modesto parere molto poco paganiani (o kreisleriani), apparentemente non presenti in altre sue registrazioni dello stesso brano.

Non è dato sapere se questi aspetti delle sue interpretazioni siano dovuti al cambio di tecnica resosi necessario dopo l’intervento alla spalla, è però certo che Vengerov sia in grado di esprimere ancora e meglio il suo grande potenziale.

Sul “Kreutzer” di Stradivari non c’è molto da dire, grande voce e personalità soprattutto sui bassi; la seconda corda, mi è parsa leggermente velata e “plasticosa”, forse colpa delle corde “Evah Pirazzi” di Pirastro? Difficile dire, ma è stata un’impressione condivisa con altri che erano presenti al concerto.

Vengerov ha concluso il concerto regalandoci ben 5 bis, cosa che ho gradito molto non solo per la generosità dei musicisti, ma anche perché la tensione è sembrata allentarsi favorendo l’emersione degli aspetti musicali, ottimi gli “encore” di Kreisler.

Qui i programmi dei concerti della Filarmonica Romana

Testo e fotografie di Claudio Rampini