Giornata di studi sul “Carlo IX” di Andrea Amati.

 

Pensiamo che l’opera che si sta portando avanti al Museo del Violino di Cremona, e per questo ringrazio particolarmente il curatore Fausto Cacciatori e la direttrice Virginia Villa, sia del tutto meritoria poiché permette a noi liutai di poter visionare, ascoltare ed esaminare strumenti originali, che finora abbiamo avuto occasione di studiare solo attraverso pregiate e spesso costosissime monografie.

Ma per quanto i documenti e i rilievi possano essere accurati niente può sostituire la visione diretta, il poter toccare, soppesare, rigirare tra le proprie mani uno strumento originale. Oggi parliamo di uno strumento del tutto speciale: il famoso “Carlo IX” di Andrea Amati, anno di grazia 1570 circa, appartenuto a Carlo IX di Valois, figlio di Caterina de’ Medici, fu nominato Re di Francia a soli 10 anni dopo la morte del fratello Francesco II.

Questo violino, appartenuto alla collezione Henry Hottinger, passò poi nelle mani del celebre commerciante di strumenti statunitense Rembert Wurlitzer e di Simone Fernando Sacconi (che ne hanno certificata l’autenticità), per poi essere acquisito dal Comune di Cremona nell’anno 1966.

Il “Carlo IX”, reca decorazioni in foglia d’oro in gran parte erose dall’uso e dal tempo, ma tracce dello stemma dei Valois sono ancora visibili sul fondo, così come alcune lettere delle parole latine e decorazioni dorate sono ancora presenti sulle fasce. Il tutto originale ed oggi conservato al meglio possibile.

Tanto per fare un poco di mente locale, nel 1570 (anno presumibile di costruzione del “Carlo IX”), era ancora vivo Benvenuto Cellini (sarebbe morto l’anno dopo), e Claudio Monteverdi aveva appena 3 anni. Cioè a dire che questo strumento che oggi possiamo ancora ascoltare ha la rispettabilissima età di quattrocentoquarantotto (448) anni, e che ha allietato ed ispirato sovrani, artisti e liutai di ogni ordine e grado, come pure è riuscito a passare indenne attraverso guerre, alluvioni, incendi e vandalismi di ogni genere dall’età tardo rinascimentale ad oggi. Una vera e propria macchina del tempo.

Nei fatti il “Carlo IX”, non è un violino qualunque, bensì è il “Violino” per eccellenza, che assieme ad altri quattro di analoghe dimensioni (vicine al formato pieno), e a violini piccoli, viole e violoncelli, formava la collezione del re di Francia Carlo IX, e per questo passati alla storia come “Violons du Roi”, costruiti da un ormai maturo, ma anche famoso già alla sua epoca, Andrea Amati.

La giornata è iniziata con la presentazione di Fausto Cacciatori che ci ha aggiornato sui dati biografici di Andrea Amati, accompagnato dalla presenza di alcuni “tecnici” come il chimico Curzio Merlo ( Scuola di restauro di CRForma), Marco Malagodi (Laboratorio di Diagnostica non invasiva dell’Università di Pavia), Fabio Antonacci (Laboratorio di acustica del Politecnico di Milano), e dal M° Federico Gugliemo, violinista e didatta, che si è poi esibito suonando il “Carlo IX”.

Il “Carlo IX” è ovviamente uno strumento molto studiato anche al fine di poterlo preservare negli anni a venire, ma per noi liutai avere notizie e conferme sulle vernici, sulle preparazioni e la natura del legno e delle decorazioni, è sempre di grande aiuto nel nostro lavoro quotidiano. Oggi i tecnici che analizzano gli strumenti antichi parlano di resine e trattamenti del legno con una buona attendibilità, ma una ventina o trentina di anni fa, le sicurezze di oggi erano molto lontane, infatti tutto ciò che riguardava l’identificazione di resine e prodotti organici rimanevano un mistero, consentendoci tuttavia già allora di poter identificare i composti di natura inorganica.

Infatti tutto il mito che derivò dal famoso “silicato di sodio e potassio” citato nel libro di Sacconi “I ‘segreti’ di Stradivari”, derivavano da analisi compiute su frammenti di strumenti originali (inevitabili reliquie durante i lavori di riparazione e manutenzione degli strumenti), si è poi rivelato per quel che era nella sua realtà, e che già nei primi anni ’90 il sottoscritto, sulla scorta di documenti storici, tecnici ed esperienze pratiche, andava identificando ed esprimendo con articoli come “eccipienti” a base di argille e carbonati di vario genere, da integrare nelle preparazioni a base di colla animale o caseina, sulle quali venivano stese le vernici ad olio.

Certamente allora esistevano già gli esami alla luce infrarossa, la fluorescenza, la dendrocronologia, ma oggi abbiamo sicuramente strumenti più accurati e tecnici più avvertiti.

Alla disamina tecnica e storica, è seguito il concerto da solista del M° Guglielmo, che ci ha fatto ascoltare lo strumento, io ero a pochi passi da lui, ma si avvertiva in modo piuttosto chiaro come la voce dello strumento, che ancora oggi reca il ponticello che gli fece Sacconi, abbia la straordinaria proprietà di correre senza difficoltà per tutta l’ampia sala. L’accordatura era a 415 Hz, personalmente nutro una particolare preferenza per questa frequenza perché il suono degli strumenti sembra liberarsi dalle asperità tipiche dei 440 Hz, liberando un’ampia, e per certi versi insospettata, tavolozza di colori sonori.

Quello che mi ha colpito particolarmente del suono del “Carlo IX”, oltre alla delicata pervasività degli acuti, è stata una corposità dei bassi, che in uno strumento così vecchio e di dimensioni piuttosto contenute (circa 351mm di lunghezza), possono apparire insolite. Ma se ce ne fosse mai bisogno di ricordarlo, nei violini, come pure negli altri strumenti della famiglia ad arco, la voce non è data dalle dimensioni, bensì le dimensioni determinano il timbro basso, tenorile o da soprano di uno strumento, non la sua capacità di proiettare la voce nello spazio.

Ad esaminarlo da vicino, e quindi passiamo al lato “pratico” della giornata di studi dedicata al “Carlo IX”, questo strumento di quasi 450 anni (ancora un piccolo sforzo e arriviamo comodamente al mezzo millennio), mostra già tutte le caratteristiche del violino moderno: la venatura e le fibre del fondo intero in acero ordinate in modo rigoroso lungo l’asse longitudinale, la marezzatura leggermente inclinata, abbassandosi da sinistra a destra, ricorda veramente le onde del mare, così mobile e cangiante nei riflessi serici sotto ciò che rimane della preziosa vernice.

A proposito, mi piace sempre citare uno straordinario paradosso: tanto si fa per preservare le meravigliose vernici antiche dei violini classici, quanto si è fatto invece, e ancora si fa, per sostituire quelle che ricoprono gli antichi dipinti. Per restituire loro i colori originali, dicono, ma nessuno ha mai detto a costoro che le vernici originali non si toccano? Al Paraloid l’ardua sentenza.

La tavola armonica del “Carlo IX”, considerando la sua più che veneranda età, è straordinariamente ben conservata, lungo il fianco destro della tastiera vi è un leggero solco, quello tipico lasciato dalle dita della mano sinistra che prende le posizioni alte sugli acuti, l’annerimento leggero nella zona centrale testimonia gli accumuli di colofonia nel tempo, e poi una crescita autunnale sottilissima e fitta, che va leggermente allargandosi verso il centro, niente di troppo diverso da ciò che noi amiamo fare oggi con i nostri violini.

Dalla documentazione che ci è stata fornita ne possiamo ricavare gli spessori e il loro andamento, considerando una probabile pezza d’anima più o meno ampia e riparazioni varie (i bordi esterni al filetto sono stati sostituiti per gran parte del contorno): circa 2.3/2.4mm nella porzione compresa tra gli occhi superiori e probabilmente estendosi fino agli zocchetti superiore ed inferiore,  per poi alleggerire ai fino a circa 1.8mm ai lati dei polmoni superiore ed inferiore.

In buona sostanza vediamo confermata la tesi per cui si è sempre creduto che gli Amati usassero per le loro tavole armoniche un andamento differenziato ai lati dei polmoni, supportato da una sorta di ampia “costola” di spessore più forte nella parte centrale. Ciò è stato spesso verificato per gli strumenti di Nicolò Amati, ed ora anch’io posso capire da chi egli sia stato ispirato.

Sulle bombature e loro andamento, nessuna sorpresa, anzi, al contrario di figli e nipoti, Andrea Amati su questo violino ha usato curve piuttosto ampie e piene, con una sguscia non troppo profonda e poco ampia, qualcosa di vagamene simile ad uno stile bresciano, ma più garbato ed elegante. Così come le sgusce sulle aste delle “effe” appaiono decise, ma aggraziatamente accompagnano la “tromba” della tavola esaurendosi nei polmoni inferiore e superiore.

La distanza tra gli occhi superiori (misurata sul limite interno delle circonferenze), è di 45,6mm, così come il loro taglio ricorda molto quello dei fori armonici a forma di “C” o di “S” di viole e strumenti ad arco più antichi, con tacche generosamente pronunciate, aste quasi parallele, un tutto che rimanda concretamente ad uno stile rinascimentale.

Il riccio, appare integro e mostra ancora una straordinaria arditezza e freschezza, Sacconi scriveva giustamente che se avesse trovato un liutaio che pur lontanamente fosse stato capace di avvicinarsi a tanta maestria, lo avrebbe assunto subito e retribuito profumatamente, appare “giusto”, stagliandosi in modo deciso dal sottogola, le cui volute ci appaiono dinamiche, sicure e perfettamente proporzionate, niente che noi oggi si sia capaci di realizzare in modo decisamente peggiore.

E questo un poco ci nuoce e un poco ci fa testimoni del tempo, perché la liuteria è forse l’ultima delle arti che sostanzialmente non ha subìto evoluzioni dalle forme dettate dal suo creatore originario sui propri strumenti, e pure siamo stati capaci di perderne la tradizione.

Sul “Carlo IX” ci sarebbe ancora moltissimo da dire, e moltissimo già si è detto e scritto, possiamo dire che è uno strumento che è passato alla storia perché in ogni epoca che egli ha attraversato ha avuto proprietari che lo hanno ritenuto prezioso e per questo di essere protetto e preservato dalle ingiurie del tempo e degli uomini, proprio quelle lettere a foglia d’oro, così come i riflessi ambra dorati del legno e della vernice ci riconducono senza esitazioni all’oro e alla sua ricerca come dimensione spirituale, e come tali conferiscono a questo strumento un valore di gran lunga superiore all’oro metallico. Così come ben scritto e ripetuto qualche decina di anni dopo da Athanasius Kircher nelle sue ricerche sulla luce e sull’ombra.

Testo e foto di Claudio Rampini

In ricordo del M° Gio Batta Morassi

 

Correva l’anno 1985 e da affezionato ammiratore di Fernando Sacconi e del suo “I segreti di Stradivari”, avevo iniziato il disegno della forma e la costruzione del mio primo violino. Avevo comprato il legno da Bauer, e tentavo di contattare tutti coloro che avevano conosciuto e frequentato Sacconi, così che mi potessero aiutare a risolvere quei nodi rimasti in sospeso che sul libro non ero riuscito a sciogliere.

Fu così che entrai in contatto con Francesco Bissolotti e Charles Beare. di Gio Batta Morassi e della liuteria cremonese contemporanea non avevo mai nemmeno sentito parlare. Fui felice perché Bisolotti mi aiutò dal punto di vista pratico e concettuale, Beare attraverso le sue lettere meravigliosamente intestate mi forniva preziose indicazioni su importanti particolari degli strumenti originali.

Rimasi meravigliato e felice della loro buona accoglienza, poiché non sempre un esperto liutaio ama dedicare le proprie attenzioni nei confronti di persone che forse non diventeranno mai liutai, o peggio ancora, che faranno cattivo uso delle preziose perle che generosamente gli vengono donate.

Poi venne il giorno che avevo bisogno di legno, di quello buono, quello che io potevo vedere e scegliere personalmente, quindi chiesi a Francesco Bissolotti se lui avesse legno da cedermi, ma mi fu risposto che lui non vendeva legno e che avrei potuto rivolgermi a Morassi.

Accettai la proposta con una certa riluttanza perché mi sembrava di allontanarmi da quell’ambiente che io allora consideravo “vera tradizione”, ma che in realtà pur nell’effettivo distacco dalla tradizione antica non può davvero considerarsi come “altra” dalla tradizione liutaria italiana.

Quindi chiamai la bottega di Morassi e mi rispose proprio lui, il Maestro, anche se non lo avevo mai visto e conosciuto prima, istintivamente capii che era proprio lui, aveva una voce aperta alla simpatia e alla disponibilità, cosa che mi mise subito di buon umore.

Questo fu il mio primo incontro con Gio Batta Morassi, poi lo incontrai di persona moltissime volte divenendo così per me un punto di riferimento. E Bissolotti? mi spiacque non poter acquistare attrezzi e legno da lui, ma anche con lui i contatti continuarono, ed ancora oggi a lui e alla sua famiglia sono legato da affetto e ammirazione.

Ripensando alla figura di Gio Batta Morassi e a cosa ha rappresentato nella liuteria italiana e internazionale è cosa complicata perché Morassi ha avuto un’attività intensissimma che si è articolata in molteplici modi. Davvero complicato tracciare una biografia che abbia un senso compiuto della vita di Gio Batta Morassi, tuttavia credo che sulla scorta della mia esperienza personale, si possano tracciare almeno due linee fondamentali del pensiero liutario di Morassi.

Il primo aspetto è quello legato propriamente alla liuteria, alla sua straordinaria conoscenza del legno, alla sua stupefacente manualità e alla sua instancabile attenzione nei confronti dei giovani liutai, come pure alla sua profonda competenza sulla tradizione liutaria italiana antica e moderna. Il secondo aspetto è quello che io definisco di “politica liutaria”, che ha visto Morassi uno dei protagonisti del commercio mondiale degli strumenti ad arco, in specie nei paesi orientali.

Credo sia impossibile fare un calcolo preciso del numero di giovani liutai che hanno giovato della sua influenza ed io sono uno tra quelli, prima come simpatizzante dell’Associazione Liutaria Italiana (da lui creata e di cui è stato presidente per molti anni), poi come professionista (fui introdotto proprio da lui in questa categoria), i contatti furono regolari e costanti, fino a quando divenuto professionista parte dei miei strumenti iniziarono ad essere proposti e venduti anche attraverso la sua bottega.

Ricordo ancora la mia felicità quando Morassi mi fece i complimenti dopo aver venduto uno dei miei strumenti in Giappone. Ero decisamente soddisfatto, non tanto perché fossi arrivato ad un punto di particolare perfezione artistica del mio lavoro (gli esami non finiscono mai), ma perché pur attraverso la sua guida e i suoi consigli, Morassi non ebbe mai su di me un atteggiamento oppressivo e tendente a farmi aderire al suo stile.  Leggi tutto “In ricordo del M° Gio Batta Morassi”

Guido Rimonda, uno Stradivari e l’anticonformismo in musica.

 

Ieri sera presso l’Aula Magna della Sapienza in Roma si è esibito il violinista Guido Rimonda accompagnato dalla “Camerata Ducale”, di cui è anche direttore. In programma musiche di Locatelli, Tartini, Paganini, Serra, Wieniawski, Williams, Ravel, Gluck, un panorama musicale cronologicamente vasto ed impegnativo che ha destato in me subito molta curiosità e aspettativa. Avevo già ascoltato il disco registrato da Rimonda per la Decca, “Le Violon Noir” e mi era piaciuto il suono pulito di questo musicista, ma come sempre l’ascolto dal vivo riserva sempre sorprese, nel bene e nel male.

Dopo un breve brano introduttivo dell’orchestra ecco che alle nostre spalle si ode il flebile suono di un violino, ci voltiamo e vediamo proprio lui, Rimonda che in modo del tutto inusuale ha fatto il suo ingresso procedendo lentamente dalle ultime file in direzione del palcoscenico. Procede con calma, il suono si fa più definito, già noto che è in grado di pervadere tutta la sala, un timbro decisamente caldo, in buona sostanza il classico suono di un violino italiano antico di pregio, ampio e mai aggressivo, udibile anche nei “piano” più sussurrati.

Sorrido all’idea di poter suonare il violino camminando, mi viene in mente “il violinista sul tetto”, cioè a dire che nella tradizione ebraica il suonare il violino mentre ci si muove o si è in un delicato equilibrio fisico (o anche semplicemente esistenziale), è cosa ardua perché il violino lo si suona con l’arco, in grado di registrare ogni minimo tuo sussulto ed ogni tuo sussurro.

Bene, mi dico, ci troviamo di fronte ad un virtuoso, vediamo un po’ fin dove vuole arrivare! e lo dico proprio con un senso di sfida. Come liutaio forse è il caso di aggiungere in un tragico gioco di parole che io sono “disincantato”, e che tutte le storie e leggende diaboliche e di mistero che circondano il violino e i violinisti non mi incantano più, ma non per questo il mio cuore  pur nella ricerca costante di un suono essenziale, si sia inaridito e reso cieco alla poesia.

Ed io sorrido quando Rimonda ci racconta di come Tartini compose il suo “Trillo del Diavolo”, di come Paganini avesse una fama diabolica sia in vita, che dopo morto, il dramma di Laura Lanza, Baronessa di Carini, che dopo essere stata colpita a morte impresse sulle pareti per l’eternità la sua mano insanguinata.

Sorrido e dopo avere ascoltato i suoi racconti, ascolto il suo suono e la sua musica, quella dello Stradivari “Leclair” anno 1721 e di Guido Rimonda, violinista contemporaneo che alcune cronache dipingono alto e pallido, magari un po’ lugubre. In effetti un po’ pallido lo è veramente, ma a me la sua figura non ispira niente di esoterico o di misterioso, vedo invece che suona con cura e disinvoltura, direi che mi comunica generosità e perfino simpatia.

Quello che mi colpisce è la straordinaria ricchezza di colori del suo suono e quello del suo violino, indubbiamente il “Leclair” 1721 riesce veramente a stregarti con un suono morbido e pervasivo, una dinamica indubbiamente poco comune che si ritrova solo nei migliori strumenti classici e meglio conservati. Invece il “Leclair” 1721 ne ha viste di tutte i colori, sul suo corpo le ferite dovute al tempo e agli uomini sono evidenti, eppure la voce è perfetta. E questo è quello che conta.

Tra i brani in programma quello che ho gradito maggiormente è stato “Le Streghe” di Paganini, che fu composto ispirandosi all’opera di Süssmayr  “Il noce di Benevento”, Rimonda affronta con grande disinvoltura le impervie virtù paganiniane, ottimo, definito e ben udibile il pizzicato della mano sinistra. Considerato che il programma di questa sera, oltre ad essere circondato da un’aura “maledetta, affronta un arco cronologico di composizioni di grandissima varietà esecutiva ed interpretativa, e che Rimonda ci offre perfino mettendosi a sedere sugli scalini del palcoscenico, ecco che la mia simpatia nei suoi confronti si trasforma in ammirazione.

Nelle esecuzioni dal vivo non faccio mai troppa attenzione alle inevitabili imprecisioni, ma nel caso di Rimonda non riesco a ricordare nessun momento in cui abbia avuta la benché minima caduta di stile o di intonazione, inoltre affronta un repertorio poco comune, quello che tra 1700 e 1800 noi liutai definiamo “di transizione”, riferendoci al fatto che ormai lasciati definitivamente al passato il Barocco e i suoi fasti, i violini classici affrontano una fase a cui nemmeno il “Leclair” è riuscito a sottrarsi: la montatura “alla moderna”, ossia quell’insieme di modifiche strutturali che hanno reso il violino barocco ciò che noi vediamo e costruiamo oggi.

Eppure anche in quell’epoca di profonde trasformazioni culturali e tecniche, l’influsso del Barocco nelle composizioni degli autori dell’epoca si avverte chiaro, e anche Rimonda che quel periodo sembra conoscerlo molto bene, forse anche per la sua profonda dedizione a Viotti, non tradisce la storia con vibrati veementi e arcate di un virtuosismo a volte selvaggio, che troppo spesso funestano le mie povere orecchie, come accade con altri interpreti, anche di gran blasone, di oggi e di ieri che a volte sembrano poco avvezzi alla realtà del “suono italiano”.

Rimonda e il suo “Leclair” ci restituiscono il valore del sussurro e del silenzio, così che ci si potrebbe chiedere dove il dolore e la sofferenza de “Le Violon Noir”, le inquietudini di Tartini e della Baronessa di Carini dove siano andati a finire,  si può rispondere solo che la musica, espressione artistica della nostra vita umana, racchiudono tutto. Ed è per questo che io stasera mi sento di sorridere al mistero, perché il suono di questo violino è senza ombre, è chiaro e luminoso,  “Le Clair” appunto, e niente ci fa pensare ad un “Violon Noir”.

Qualche parola su violino: il “Leclair”, pur nelle sue meravigliose doti sonore, è indubbiamente un violino che ha sofferto molto, quelle che si ritengono siano le tracce insanguinate dell’abbraccio di Jean Marie Leclair nei suoi ultimi momenti di agonia, sono evidenti. Ignoro al momento quanto sia da attribuire a verità o leggenda, ma è certo che quelle zone più scure sembrano essere state ripulite fin troppo a fondo (senza peraltro esser riusciti nell’intento), e che qualcosa abbia penetrato profondamente le fibre del legno, e che poi ritocchi e forse riverniciatura successive hanno reso ancora più evidenti. Che sia uno Stradivari autentico non è testimoniato solo dalla grandezza del suono, ma anche dalla forma stessa del violino, che in ogni copia non si riesce mai ad avvertire fino in fondo quella purezza di curve originaria, così come il taglio delle “effe” conserva sostanziosi bagliori dell’antica freschezza.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Viola da Gamba distrutta in un volo Alitalia.

Sulle pagine di Facebook gli scorsi giorni è comparsa una notizia che ha destato sgomento nei musicisti e nei liutai: la gambista brasiliana Myrna Herzog ha visto la sua viola da gamba pesantemente danneggiata nel volo Alitalia Rio de Janeiro – Tel Aviv ( con scalo a Roma), il tutto illustrato da immagini che non vorremo mai vedere.

La viola di M. Herzog come le è apparsa dopo la riconsegna da parte di Alitalia

Incredulo di fronte a tanto sfacelo mi sono premurato di verificare la notizia, poiché nella psicosi collettiva delle cosiddette “fake news”, ho contattato immediatamente la diretta interessata, mentre il suo messaggio (e relative fotografie), rapidamente facevano il giro della rete raccogliendo decine di migliaia di “like” e condivisioni.

Ignoro se per un malinteso senso di patriottismo, ma da parte di molti musicisti italiani è sorta immediata una levata di scudi in difesa di Alitalia tacciando Myrna Herzog con appellativi spesso offensivi, accusandola di superficialità e perfino di tirchieria, poichè secondo fonti non bene identificate questi musicisti hanno subito avuto le idee chiare su quanto accaduto, ossia che la Herzog avesse peccato nel non avere assicurato il suo strumento (una viola da gamba costruita dal liutaio inglese Edward Lewis nel 1685), nel non avere provveduto all’acquisto di un “extra seat” per il suo strumento (un posto supplementare), di avere usato una custodia “fragile”, di non avere apposto l’etichetta “fragile” su detta custodia, ed infine di aver lasciato che tale strumento fosse depositato nelle orride e gelide stive di un aeroplano di linea.

La carta d’imbarco del volo Alitalia di M. Herzog

La risposta da parte della stessa Myrna Herzog, che ho avuto la premura di contattare privatamente attraverso Facebook, non si è fatta attendere, ed oltre a confermare quanto accaduto ha tenuto a chiarire che la viola era innanzitutto assicurata, che aveva richiesto l’extra seat ma che non le fu concesso perché l’aereo aveva esaurito i posti disponibili, che la custodia dello strumento era in realtà una robustissima Gewa in fibra di vetro, che su detta custodia vi erano apposti almeno 4 adesivi “Fragile”, di cui uno in bella mostra nella parte anteriore, e che comunque le “orride stive” degli aeroplani sono in realtà luoghi le cui temperature e condizioni ambientali si possono regolare al pari di quelle del vano passeggeri. Ovviamente gli oggetti contenuti nelle stive dovrebbero essere vincolati appositamente dal personale addetto ai bagagli affinché il loro trasporto avvenga senza inconvenienti sia per i bagagli che per l’aereo stesso.

Premesso che il viaggio in aereo degli strumenti musicali rappresenta sempre una percentuale variabilissima di imponderabilità, le compagnie aeree hanno regole molto diverse tra loro, non sempre è possibile richiedere l’extra seat non solo perchè non vi sono posti disponibili, ma anche perché la custodia di un violoncello assicurata ad un sedile di un aereo può trasformarsi in un corpo contundente in caso di violenta turbolenza, bruschi atterraggi e in tutti quei casi in cui l’aereo è costretto a movimenti repentini. Ed infatti alcune compagnie non acconsentono al trasporto nel vano passeggeri di un violoncello o di strumenti comunque voluminosi semplicemente perché i sedili sono progettati per le persone e non per le cose.

Le versioni rilasciate dalla Herzog e da Alitalia non coincidono: la compagnia afferma che alla musicista fu offerta insistentemente la possibilità di acquistare un extra seat, ma che di fronte al suo diniego, le fu comunque promesso che la custodia destinata alla stiva fosse portata a mano, e per questo le fu sottoposto da firmare un foglio di scarico delle responsabilità della compagnia. La Herzog afferma anche che lo strumento, in previsione della custodia nella stiva (si era presentata al check in tre ore prima dell’orario di partenza), si era premurata di smontarlo completamente mettendo da parte accuratamente ogni componente mobile (ponticello, corde, cordiera, piroli, anima, bottone reggicordiera).

All’arrivo a Tel Aviv, la Herzog non vede giungere la custodia contenente la sua viola, ne chiede ragione al personale addetto, il quale dopo una breve ricerca riferisce che “lo strumento ha subito danni”, e che per averlo indietro deve firmare un ulteriore foglio. Al che lo strumento le viene riconsegnato e la Herzog si trova davanti a quel che nessun musicista vorrebbe mai trovarsi per nessuna ragione: custodia semiaperta, pesantemente danneggiata, strumento visibilmente danneggiato con la tavola armonica aperta da cima a fondo.

Myrna Herzog e le sue viole, a destra quella danneggiata.

La Herzog, che in 48 anni di attività musicale intensa e di molteplici spostamenti in aereo, tenta subito di contattare Alitalia ma non ci riesce, solo 3 giorni dopo la compagnia si fa viva con un laconico comunicato in cui si dichiara costernata per l’accaduto e che il danno le sarà risarcito nella misura di 1400 euro circa, che però non coprono nemmeno il valore di una custodia nuova. La Herzog lamenta comunque che ad oggi Alitalia, oltre al suddetto comunicato, non si sarebbe fatta viva nemmeno con una telefonata o attraverso uno dei suoi rappresentanti, almeno per far sentire alla sfortunata cliente un senso di umana solidarietà. Il che se rispondesse a verità non deporrebbe a favore di Alitalia e dei suoi modi di trattare con i viaggiatori.

In aggiunta è bene precisare che in un mondo come il nostro in cui le compagnie aeree movimentano milioni di passeggeri e relativi bagagli ogni giorno, gli incidenti accaduti agli strumenti musicali sono episodi tutt’altro che rari, e che riguardano tutte le compagnie, non solo Alitalia. A questo proposito è stata da tempo aperta una apposita petizione internazionale che chiama il consiglio d’Europa a pronunciarsi su regole precise che tutelino i musicisti e i loro strumenti che si recano in viaggio.

La ditta tedesca “Gewa”, produttrice della custodia che conteneva la viola da gamba, contattata dalla stessa Herzog sull’accaduto, si è dichiarata incapace di capire come una loro custodia in fibra, nata per assorbire ogni genere di urti e danneggiamenti anche pesanti, usata da loro stessi nei viaggi aerei come bagaglio ingombrante, non è mai capitato di assistere ad un episodio di simile gravità.

Nel frattempo Myrna ha ricevuto la confortante notizia da parte del suo liutaio di fiducia che lo strumento potrà essere riparato, anche se ciò richiederà tempo e capacità non comuni. Nella sua comunicazione la Herzog si dichiara innamorata dell’Italia e della sua cultura e che quanto accaduto riguardi una compagnia italiana (ripetiamo, una delle tante coinvolte in episodi del genere), le procura se possibile ancora maggior dispiacere.

In attesa di ulteriori notizie, mi auguro che Alitalia mostri una sensibilità ancora maggiore e che si arrivi a chiarezza sulle responsabilità di quanto accaduto.

La tradizione liutaria di Roma: Lucci e Marchini.

Nel cuore di Roma c’è un cuore che batte, così dice la canzone di uno dei figli prediletti di Roma: Antonello Venditti. Ma Roma di cuori ne ha tanti, o per meglio dire, il cuore di Roma è uno ed è fatto di tante cellule e tra queste c’è sicuramente il liutaio Giuseppe Lucci (1910-1991), ravennate di nascita (Bagnacavallo), e romano di adozione, quando nel 1953 scese a Roma e rilevò quella che fu la bottega di un altro grande figlio di Roma: il liutaio Rodolfo Fredi.

A Giuseppe Lucci è attribuita la costruzione di circa 700 strumenti, un numero impressionante se pensiamo che nella vita di un liutaio già raggiungere il numero di 300 rappresenta una meta ragguardevole. Tra i suoi numerosi meriti, certamente non possiamo dimenticare che Lucci presiedette il collegio peritale dell’allora “ANLAI”, vero fulcro della liuteria italiana fino ai primi anni ’80 del 1900.

In un mondo come quello della liuteria, spesso frammentato da interessi personali e localistici, quello dell’ANLAI di Lucci ha rappresentato un unicum che per competenza ed importanza non si è mai più ripetuto nel nostro paese: un collegio di periti in grado di esprimere valutazioni e giudizi obiettivi sugli strumenti, laddove da sempre la regola del commercio vede interessi non sempre trasparenti ed univoci.

Raffella Lucci e Rodolfo Marchini, rispettivamente figlia e genero di Giuseppe, mi hanno ospitato nella loro casa di via Firenze a Roma, a ridosso del Teatro dell’Opera, un appartamento in uno dei tanti eleganti palazzi ottocenteschi nati dopo l’unità d’Italia. Varcata la soglia quel che colpisce non è solo simpatia e cordialità, ma un’atmosfera decisa di violini, musica e cultura del 1900.

Mi guardo attorno, rimango affascinato dalle numerose vetrine che ospitano tanti begli strumenti, una straordinaria collezione di mandolini, chitarre e strumenti ad arco di tutte le epoche, numerosi i diplomi e attestati di merito di Giuseppe e Rodolfo che fanno bella mostra di sé sulle pareti. Ma non ho tempo di far domande che subito vengo investito dall’irruenza di Rodolfo, immediatamente si apre un mondo di liutai che oggi sono entrati nel mito: Garimberti, Ornati, Sacconi, Poggi, Bisiach, solo per citarne alcuni.

Questi liutai sembrano improvvisamente riprendere vita attraverso le memorie di Raffaella e Rodolfo Marchini, mi viene raccontato di come Sacconi nei suoi periodici viaggi di ritorno in Italia frequentasse regolarmente la loro casa, delle ire di Ferdinando Garimberti e del carattere non facile di Ansaldo Poggi, il tutto accompagnato da strumenti che farebbero la gioia di ogni musicista e collezionista, che aldilà del certificato di autenticità, sono accompagnati da storie ed aneddoti che per un mio dovere di riservatezza sono tenuto a non rivelare, ma che aldilà di ogni cosa svelano come dietro ogni strumento sia comunque straordinario incontrare la storia delle persone, le loro glorie e le loro miserie.

Vedo il lavoro preciso e personale di un violino di Leandro Bisiach, una semplicità ed immediatezza di stile, bordi vigorosi, sgusce che modellano tavola e fondo in modo mirabile, vernice sottile di buona pasta e mai invadente, uno stile generale raccolto e deciso, oltre che un bellissimo strumento appare essere uno stupendo saggio di scultura, nella migliore tradizione della scuola d’intaglio italiana.

E poi una viola di Giuseppe Lucci, anche in questo caso una cura meticolosa del particolare, niente lasciato al caso, uno stile imponente ed autorevole come solo chi è abituato a maneggiare strumenti classici può padroneggiare. Anche in questo caso la vernice su toni arancio appare ricca ma mai invasiva, un buon vestito che non umilia il corpo che lo ricopre.

Poi ancora una viola e un violino di Rodolfo Marchini, i richiami a Giuseppe Lucci sono evidenti, ma lo stile appare comunque autonomo, le “FF” tagliate in un modo sapiente, laddove la precisione non è un esercizio geometrico, ma espressione di armonia. Credo sinceramente che il lavoro di Marchini dovrebbe essere preso a riferimento da molti liutai giovani e meno giovani del nostro tempo, personalmente non sono mai stato un grande cultore della liuteria novecentesca, ma davvero la tradizione che passa attraverso le mani di Giuseppe Fiorini, Sacconi, Ornati, Bignami e tanti altri debba essere raccolta e valorizzata nel lavoro dei giovani liutai.

Oggi Roma, purtroppo, non sembra più essere al centro della cultura liutaria antica e moderna, ma sono felice di constatare che invece la realtà parla in modo del tutto diverso, la cultura liutaria italiana rappresentata da Raffaella Lucci e Rodolfo Marchini è di inestimabile valore e gode di ottima salute. Basta capirlo, basta uscire dal luogo comune delle moderne consorterie commerciali che riducono tutto ad uno stile impersonale stereotipato.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Benvenuti nell’atelier milanese del liutaio Delfi Merlo

Per la prima volta l’editoria specializzata si dedica all’opera di un liutaio contemporaneo appartenente alla più prestigiosa tradizione artigianale milanese: il Maestro Delfi Merlo apre la porta del suo laboratorio per condividere i segreti dell’antico mestiere di liutaio e i principi fondamentali dell’arte della creazione e del restauro degli strumenti ad arco. 
Il libro “Lo strumento ad arco” edito da Volontè & Co. rappresenta una piccola opera d’arte grazie al quale il Maestro si rivolge agli strumentisti sia professionisti che studenti, agli organologi e agli appassionati di musica e soprattutto alle nuove generazioni che, si auspica, possano essere stimolate all’approfondimento degli argomenti trattati anche per apportare un contributo al mantenimento della tradizione del settore artigianale della liuteria italiana.
Il testo contiene in maniera chiara e semplificata tutto ciò che c’é da conoscere sui materiali, sui metodi di costruzione, sui segreti della verniciatura dello strumento e dell’arco, ma comprende anche capitoli dedicati alla manutenzione, alle riparazioni richieste più di frequente; a completamento del testo c’è anche una parte inerente al Glossario e alla Terminologia specifica.
Nel corso della lettura del volume, grazie anche all’arricchimento di foto artistiche ed immagini esplicative, si rimane catturati dall’atmosfera dell’atelier: sfogliando le pagine pare quasi di respirare i profumi del legno intagliato, delle colle, delle vernici, ma soprattutto la passione dell’autore per quest’arte autenticamente italiana, apprezzata da secoli in tutto il mondo.
Delfi Merlo é un artigiano che discende professionalmente dalle generazioni delle famiglie milanesi dei Grancino, Mantegazza, Testore, Lavazza, dei Monzino e dei Bissolotti.
Il suo apprendistato iniziò nel 1975 con la riparazione di chitarre e mandolini presso la ditta Monzino e precisamente in quello che fu il laboratorio dei fratelli Antoniazzi, ma una serie di circostanze – fra le quali la lettura del bel libro di S.F. Sacconi “I segreti di Stradivari” – , lo convinsero a rivolgere la sua passione verso gli strumenti ad arco fino ad arrivare alla decisione di aprire una bottega in proprio nel 1985.
La presentazione del volume è curata da Graziano Beluffi, conservatore di capolavori musicali al Conservatorio di Milano e sovrintendente a restauri di strumenti di valore storico realizzati da Merlo.

Grazia Rondini     www.lachiavediviolino.net

La città del violino in fermento per la manifestazione Cremona MondoMusica e lo Stradivari Festival

Dal 29 settembre ai 1º ottobre, i saloni della Fiera diCremona ospiteranno la 30ª edizione di Cremona Mondomusica, la manifestazione numero 1 al mondo dedicata alla liuteria artigianale che si rivolge a un pubblico vasto ed eterogeneo fatto di musicisti professionisti e amatoriali, costruttori di strumenti e accessori, rivenditori, editori musicali, insegnanti e studenti, accademie di musica e conservatori, investitori in strumenti di pregio, direttori artistici di teatri e sale da concerto. Cremona Musica è un luogo in cui professionalità e passioni si incontrano per promuovere nuove collaborazioni e anche occasioni di business.  Quest’anno, oltre all’esposizione dei numerosissimi stand (289 provenienti da 28 paesi del mondo), sono in programma 120 eventi fra concerti, workshop, masterclass, festival, presentazioni e visitatori provenienti da 55 paesi esteri. I numeri riconfermano come Cremona Mondomusica sia il più importante appuntamento mondiale per gli operatori professionali del mondo della liuteria, dell’editoria specializzata e della grande musica. Le masterclass per gli strumenti ad arco si svolgeranno in Sala Amati e saranno tenute dai docenti dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia: Sonig Tchakerian e Carlo Fabiano per il violino, Giovanni Sollima per il violoncello.Sempre a Cremona, dal 23 settembre all’8 ottobre, in coincidenza con le date di CremonaMondoMusica, presso il Museo del Violino di Cremona, torna lo Stradivari Festival, giunto alla V edizione. Nell’Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino, si potrà assistere a concerti di Sergej Krylov, Uto Ughi, Mischa Maisky e Shlomo Mintz, ma anche di fuoriclasse delle ultime generazioni come Anna Tifu e Francesca Dego. Madrina del Festival sará il mito della danza Carla Fracci che proporrá uno spettacolo in cui i vari linguaggi espressivi si incontranole corde del violino di Anna Tifu vibreranno all’interno di una coreografia ispirata a Stradivari e plasmata per il festival da Beppe Menegatti.

Fra gli appuntamenti da non perdere ricordiamo anche il seminario La ricerca nella liuteria: tecnologia al servizio della tecnica in bottega” che si svolgerá il 29 settembre nell’area workshop, mentre il 30 settembre, in sala Carlo Bergonzi, si terrá la finale nazionale del Gewa Young Contest, il concorso per giovanissimi talenti degli strumenti ad arco organizzato da Gewa Music, Archi Magazine e Cremona Fiere. Il 1º ottobre nell’Area Edizioni Musicali, verrá presentata la giuria del XV Concorso Triennale Internazionale degli Strumenti ad Arco ” Antonio Stradivari” che si svolgerá nel 2018.

Grazia Rondini    http://www.lachiavediviolino.net

Ci ha lasciati il M° Luca Primon.

Riprendiamo la notizia dal quotidiano online “Il Dolomiti” apparso nella giornata di oggi 28 Maggio 2017, per informazione a chi ne avesse facoltà di partecipare ai funerali dello sfortunato M° Luca Primon.

Link all’articolo su “Il Dolomiti”.

TRENTO. Si è spento ieri pomeriggio, all’età di 65 anni, all’ospedale San Camillo, Luca Primon.

Nato a Trento, è stato uno dei più grandi liutai al mondo riuscendo a far apprezzare la propria abilità ed esperienza oltre i confini nazionali.

E’ stata una vita piena di riconoscimenti quella di Primon, durante la quale ha costruito violini per i più grandi musicisti, partecipando inoltre al restauro di strumenti di straordinario interesse storico anche appartenenti a collezioni uniche.

Nato a Trento nel 1952, ha studiato prima musica al Conservatorio per poi spostarsi dal 1974 al 1979 alla scuola di liuteria presso il Conservatorio di Parma, sotto la guida del maestro liutaio Renato Scrollavezza.

Dal 1980 ha insegnato la costruzione degli strumenti musicali ad arco presso la Civica Scuola di Liuteria del Comune di Milano frequentando poi a cavallo degli anni ’90 i corsi di specializzazione per liutai tenuti dal Maestro Jurgen Von Stietencron a Riva del Garda.

Oltre ai tanti corsi che ha tenuto o ai quali ha partecipato, tra il 1989 ed il 1991 è riuscito a vincere per le sue capacità artigiane due medaglie d’oro e due d’argento in concorsi nazionali e internazionali.

Dopo un periodo all’estero e in altre grandi città d’Italia, nel 2008 Luca Primon era tornato a vivere e lavorare a Trento.

Il funerale si terrà martedì 30 maggio alle ore 16 presso la chiesa dello Sposalizio in via san Bernardino. Durante la cerimonia suoneranno i suoi violini e violoncelli.

La costruzione dell’archetto secondo William Watson

William Watson ha lavorato per la rinomata ditta W.E. Hill & Sons dal 1945 al 1962, in questo video di dieci minuti illustra i passaggi della costruzione di un arco dall’inizio alla fine.
Watson è stato l’ultimo allievo di William Retford, e ha continuato a costruire archi dove aver lasciato la Hill, nel tempo si è costruita una solida reputazione nell’ambito della tradizione archettaia inglese (e non solo). I suoi archi costruiti per Hill sono stampigliati con il numero 7.

Notizia ripresa da “The Strad” su Facebook

 

Stradivari del 1734 rubato torna sul palcoscenico.

Dopo un meticoloso lavoro di restauro che è durato più di un anno, uno violino di Antonio Stradivari del 1734, rubato al violinista Roman Totenberg, può finalmente tornare sul palcoscenico. Una ex allieva di Totenberg (Mira Wang, nel video), suonerà lo strumento in un concerto privato a New York.  (Fonte: Associated Press )