FRANCESCO BISSOLOTTI cremonese

Museo del Violino di Cremona, 13 settembre – 27 ottobre 2019

Mostra: FRANCESCO BISSOLOTTI cremonese

“Francesco Bissolotti Cremonese” è l’omaggio del Museo del Violino ad uno dei massimi Maestri Liutai del Novecento. L’esperienza ed il significato della sua opera, testimoniata dall’esposizione di alcuni strumenti, rappresenta oggi esempio di consapevolezza e personalità, caratteri originari e ritrovati di una tradizione riconosciuta nel mondo.

– Sala 7 del Museo
Mostra di strumenti del Maestro Francesco Bissolotti

ingresso con il biglietto del Museo

– venerdì 13 settembre, ore 16,30 – Sala Fiorini

Incontro: Francesco Bissolotti cremonese
con Vinicio Bissolotti, liutaio
Fausto Cacciatori, conservatore delle Collezioni del Museo del Violino
Roberto Codazzi, giornalista

ingresso libero

– domenica 27 ottobre, ore 12 – Auditorium Giovanni Arvedi

Audizione speciale con strumenti del Maestro Francesco Bissolotti
Lena Yokoyama, violino

ingresso Euro 7

Si avvicina Cremona Musica 2019, un’edizione ricca di eventi e ospiti prestigiosi

Cremona Musica è la principale fiera al mondo per gli strumenti musicali d’alta qualità, un appuntamento capace di conciliare il lato business e l’aspetto artistico della musica, rivolgendosi a professionisti, appassionati, produttori e a chiunque sia coinvolto nel mondo della musica. L’appuntamento cremonese diventa un punto di incontro, il luogo ideale per scambiare idee, creare contatti e far nascere nuovi progetti, dove la musica viene vissuta e si rinnova.

La passata edizione 2018 Cremona Musica ha ospitato 320 espositori, di cui oltre la metà dall’estero, e oltre 160 eventi, per un programma capace di richiamare nella “Città del violino” oltre 18.000 operatori e musicisti.

Cremona Musica si articola in cinque aree tematiche, Mondomusica (archi) che accoglie anche le Edizioni Musicali, Piano Experience (pianoforte), Acoustic Guitar Village (chitarre), Cremona Winds (fiati), Accordion Show (fisarmoniche) e per il sesto anno consecutivo verrà dedicato un importante spazio alla tecnologia musicale, il Digital Space a cura di Pier Calderan.

Anche l’edizione di quest’anno (27-29 settembre) affiancherà ai capolavori dei maggiori costruttori di strumenti cremonesi, italiani e internazionali, numerosi eventi con noti musicisti: sono già tanti i nomi annunciati e molti altri verranno presentati nelle prossime settimane.

Fra i protagonisti di Mondomusica 2019, nella sezione dedicata agli archi, sarà presente Salvatore Accardo, uno dei più importanti interpreti nel ‘900 italiano, che ritirerà il Cremona Musica Award per il suo contributo al mondo della musica. Lo stesso premio, ma nella categoria “progetto”, verrà consegnato al liutaio israeliano Amnon Weinstein, fondatore di “Violins of Hope”, la mostra di archi suonati dalle vittime dell’olocausto durante la permanenza nei campi di concentramento. Alcuni degli strumenti della mostra saranno esposti a Cremona Musica e risuoneranno anche in concerto, grazie al violinista turco Cihat Askin. Fra gli altri eventi già confermati ci saranno i concerti di Elsa Martignoni, Massimo Quarta, dell’Orchestra Monteverdi di Cremona e del violoncellista Luciano Tarantino. Anche quest’anno Cremona Musica ospiterà la finale del Gewa Young Contest, il concorso per giovanissimi violinisti, violisti e violoncellisti.

Fra i principali eventi pianistici ospitati da Piano Experience c’è la finale dell’innovativo Disklavier Composers Contest, il concorso di composizione organizzato da Yamaha Music Europe, Branch Italy e Cremona Musica. Sono già stati annunciati anche alcuni dei nomi dei pianisti che si esibiranno in concerto o in eventi speciali, fra i quali Maurizio Baglini, Ramin Bahrami, Paolo Buonvino, Jed Distler, Inna Faliks, Kekko Fornarelli, Stuart Isacoff, Jin Ju, Ivan Krpan, Alessandro Marangoni, Risto-Matti Marin, Roland Pöntinen, Andrea Rebaudengo, Eliane Reyes, Igor Roma, Konstantin Scherbakov, Gwilym Simcock, Ingolf Wunder, oltre a Teo Tronico, il pianista robot. Il direttore d’orchestra e compositore Ezio Bosso ritirerà il Cremona Musica Award nella categoria “comunicazione”, e presenterà il progetto “Che Storia è la Musica”.

Grazia Rondini www.lachiavediviolino.it

L’arte vera di Francesco Bissolotti

Il 31 gennaio 2019 è scomparso uno dei più importanti liutai italiani: Francesco Bissolotti. Conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, da liutai e musicisti, Francesco Bissolotti non lascia un vuoto incolmabile semplicemente perché il suo spirito continua a vivere in noi che lo abbiamo conosciuto ed apprezzato.

Difatti non è di una scomparsa che voglio trattare, ma di una presenza che ha assicurato una continuità nella tradizione, una interpretazione rigorosa che grazie a Giuseppe Fiorini e Fernando Sacconi, è confluita nell’arte e nel talento di Francesco Bissolotti e in chi come me, ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo.

Francesco Bissolotti e uno dei violini di F. S. Sacconi.

Francesco Bissolotti è nato combattente e se n’è andato combattendo, carattere indomito e mai ossequioso, rispettoso ma capace di una sincerità dai tratti a volte brutale, generoso senza confini.

Io lo conobbi nel 1986, dopo aver letto (sarebbe meglio dire “studiato”), il libro di Sacconi e in seguito ai contatti epistolari con Charles Beare, capii che costruire violini era sì un qualcosa che si poteva imparare da autodidatti, ma che per colmare tutte le inevitabili lacune è necessario frequentare un buon maestro.

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Giornata di studi sul “Carlo IX” di Andrea Amati.


 

Pensiamo che l’opera che si sta portando avanti al Museo del Violino di Cremona, e per questo ringrazio particolarmente il curatore Fausto Cacciatori e la direttrice Virginia Villa, sia del tutto meritoria poiché permette a noi liutai di poter visionare, ascoltare ed esaminare strumenti originali, che finora abbiamo avuto occasione di studiare solo attraverso pregiate e spesso costosissime monografie.

Ma per quanto i documenti e i rilievi possano essere accurati niente può sostituire la visione diretta, il poter toccare, soppesare, rigirare tra le proprie mani uno strumento originale. Oggi parliamo di uno strumento del tutto speciale: il famoso “Carlo IX” di Andrea Amati, anno di grazia 1570 circa, appartenuto a Carlo IX di Valois, figlio di Caterina de’ Medici, fu nominato Re di Francia a soli 10 anni dopo la morte del fratello Francesco II.

Questo violino, appartenuto alla collezione Henry Hottinger, passò poi nelle mani del celebre commerciante di strumenti statunitense Rembert Wurlitzer e di Simone Fernando Sacconi (che ne hanno certificata l’autenticità), per poi essere acquisito dal Comune di Cremona nell’anno 1966.

Il “Carlo IX”, reca decorazioni in foglia d’oro in gran parte erose dall’uso e dal tempo, ma tracce dello stemma dei Valois sono ancora visibili sul fondo, così come alcune lettere delle parole latine e decorazioni dorate sono ancora presenti sulle fasce. Il tutto originale ed oggi conservato al meglio possibile.

Tanto per fare un poco di mente locale, nel 1570 (anno presumibile di costruzione del “Carlo IX”), era ancora vivo Benvenuto Cellini (sarebbe morto l’anno dopo), e Claudio Monteverdi aveva appena 3 anni. Cioè a dire che questo strumento che oggi possiamo ancora ascoltare ha la rispettabilissima età di quattrocentoquarantotto (448) anni, e che ha allietato ed ispirato sovrani, artisti e liutai di ogni ordine e grado, come pure è riuscito a passare indenne attraverso guerre, alluvioni, incendi e vandalismi di ogni genere dall’età tardo rinascimentale ad oggi. Una vera e propria macchina del tempo.

Nei fatti il “Carlo IX”, non è un violino qualunque, bensì è il “Violino” per eccellenza, che assieme ad altri quattro di analoghe dimensioni (vicine al formato pieno), e a violini piccoli, viole e violoncelli, formava la collezione del re di Francia Carlo IX, e per questo passati alla storia come “Violons du Roi”, costruiti da un ormai maturo, ma anche famoso già alla sua epoca, Andrea Amati.

La giornata è iniziata con la presentazione di Fausto Cacciatori che ci ha aggiornato sui dati biografici di Andrea Amati, accompagnato dalla presenza di alcuni “tecnici” come il chimico Curzio Merlo ( Scuola di restauro di CRForma), Marco Malagodi (Laboratorio di Diagnostica non invasiva dell’Università di Pavia), Fabio Antonacci (Laboratorio di acustica del Politecnico di Milano), e dal M° Federico Gugliemo, violinista e didatta, che si è poi esibito suonando il “Carlo IX”.

Il “Carlo IX” è ovviamente uno strumento molto studiato anche al fine di poterlo preservare negli anni a venire, ma per noi liutai avere notizie e conferme sulle vernici, sulle preparazioni e la natura del legno e delle decorazioni, è sempre di grande aiuto nel nostro lavoro quotidiano. Oggi i tecnici che analizzano gli strumenti antichi parlano di resine e trattamenti del legno con una buona attendibilità, ma una ventina o trentina di anni fa, le sicurezze di oggi erano molto lontane, infatti tutto ciò che riguardava l’identificazione di resine e prodotti organici rimanevano un mistero, consentendoci tuttavia già allora di poter identificare i composti di natura inorganica.

Infatti tutto il mito che derivò dal famoso “silicato di sodio e potassio” citato nel libro di Sacconi “I ‘segreti’ di Stradivari”, derivavano da analisi compiute su frammenti di strumenti originali (inevitabili reliquie durante i lavori di riparazione e manutenzione degli strumenti), si è poi rivelato per quel che era nella sua realtà, e che già nei primi anni ’90 il sottoscritto, sulla scorta di documenti storici, tecnici ed esperienze pratiche, andava identificando ed esprimendo con articoli come “eccipienti” a base di argille e carbonati di vario genere, da integrare nelle preparazioni a base di colla animale o caseina, sulle quali venivano stese le vernici ad olio.

Certamente allora esistevano già gli esami alla luce infrarossa, la fluorescenza, la dendrocronologia, ma oggi abbiamo sicuramente strumenti più accurati e tecnici più avvertiti.

Alla disamina tecnica e storica, è seguito il concerto da solista del M° Guglielmo, che ci ha fatto ascoltare lo strumento, io ero a pochi passi da lui, ma si avvertiva in modo piuttosto chiaro come la voce dello strumento, che ancora oggi reca il ponticello che gli fece Sacconi, abbia la straordinaria proprietà di correre senza difficoltà per tutta l’ampia sala. L’accordatura era a 415 Hz, personalmente nutro una particolare preferenza per questa frequenza perché il suono degli strumenti sembra liberarsi dalle asperità tipiche dei 440 Hz, liberando un’ampia, e per certi versi insospettata, tavolozza di colori sonori.

Quello che mi ha colpito particolarmente del suono del “Carlo IX”, oltre alla delicata pervasività degli acuti, è stata una corposità dei bassi, che in uno strumento così vecchio e di dimensioni piuttosto contenute (circa 351mm di lunghezza), possono apparire insolite. Ma se ce ne fosse mai bisogno di ricordarlo, nei violini, come pure negli altri strumenti della famiglia ad arco, la voce non è data dalle dimensioni, bensì le dimensioni determinano il timbro basso, tenorile o da soprano di uno strumento, non la sua capacità di proiettare la voce nello spazio.

Ad esaminarlo da vicino, e quindi passiamo al lato “pratico” della giornata di studi dedicata al “Carlo IX”, questo strumento di quasi 450 anni (ancora un piccolo sforzo e arriviamo comodamente al mezzo millennio), mostra già tutte le caratteristiche del violino moderno: la venatura e le fibre del fondo intero in acero ordinate in modo rigoroso lungo l’asse longitudinale, la marezzatura leggermente inclinata, abbassandosi da sinistra a destra, ricorda veramente le onde del mare, così mobile e cangiante nei riflessi serici sotto ciò che rimane della preziosa vernice.

A proposito, mi piace sempre citare uno straordinario paradosso: tanto si fa per preservare le meravigliose vernici antiche dei violini classici, quanto si è fatto invece, e ancora si fa, per sostituire quelle che ricoprono gli antichi dipinti. Per restituire loro i colori originali, dicono, ma nessuno ha mai detto a costoro che le vernici originali non si toccano? Al Paraloid l’ardua sentenza.

La tavola armonica del “Carlo IX”, considerando la sua più che veneranda età, è straordinariamente ben conservata, lungo il fianco destro della tastiera vi è un leggero solco, quello tipico lasciato dalle dita della mano sinistra che prende le posizioni alte sugli acuti, l’annerimento leggero nella zona centrale testimonia gli accumuli di colofonia nel tempo, e poi una crescita autunnale sottilissima e fitta, che va leggermente allargandosi verso il centro, niente di troppo diverso da ciò che noi amiamo fare oggi con i nostri violini.

Dalla documentazione che ci è stata fornita ne possiamo ricavare gli spessori e il loro andamento, considerando una probabile pezza d’anima più o meno ampia e riparazioni varie (i bordi esterni al filetto sono stati sostituiti per gran parte del contorno): circa 2.3/2.4mm nella porzione compresa tra gli occhi superiori e probabilmente estendosi fino agli zocchetti superiore ed inferiore,  per poi alleggerire ai fino a circa 1.8mm ai lati dei polmoni superiore ed inferiore.

In buona sostanza vediamo confermata la tesi per cui si è sempre creduto che gli Amati usassero per le loro tavole armoniche un andamento differenziato ai lati dei polmoni, supportato da una sorta di ampia “costola” di spessore più forte nella parte centrale. Ciò è stato spesso verificato per gli strumenti di Nicolò Amati, ed ora anch’io posso capire da chi egli sia stato ispirato.

Sulle bombature e loro andamento, nessuna sorpresa, anzi, al contrario di figli e nipoti, Andrea Amati su questo violino ha usato curve piuttosto ampie e piene, con una sguscia non troppo profonda e poco ampia, qualcosa di vagamene simile ad uno stile bresciano, ma più garbato ed elegante. Così come le sgusce sulle aste delle “effe” appaiono decise, ma aggraziatamente accompagnano la “tromba” della tavola esaurendosi nei polmoni inferiore e superiore.

La distanza tra gli occhi superiori (misurata sul limite interno delle circonferenze), è di 45,6mm, così come il loro taglio ricorda molto quello dei fori armonici a forma di “C” o di “S” di viole e strumenti ad arco più antichi, con tacche generosamente pronunciate, aste quasi parallele, un tutto che rimanda concretamente ad uno stile rinascimentale.

Il riccio, appare integro e mostra ancora una straordinaria arditezza e freschezza, Sacconi scriveva giustamente che se avesse trovato un liutaio che pur lontanamente fosse stato capace di avvicinarsi a tanta maestria, lo avrebbe assunto subito e retribuito profumatamente, appare “giusto”, stagliandosi in modo deciso dal sottogola, le cui volute ci appaiono dinamiche, sicure e perfettamente proporzionate, niente che noi oggi si sia capaci di realizzare in modo decisamente peggiore.

E questo un poco ci nuoce e un poco ci fa testimoni del tempo, perché la liuteria è forse l’ultima delle arti che sostanzialmente non ha subìto evoluzioni dalle forme dettate dal suo creatore originario sui propri strumenti, e pure siamo stati capaci di perderne la tradizione.

Sul “Carlo IX” ci sarebbe ancora moltissimo da dire, e moltissimo già si è detto e scritto, possiamo dire che è uno strumento che è passato alla storia perché in ogni epoca che egli ha attraversato ha avuto proprietari che lo hanno ritenuto prezioso e per questo di essere protetto e preservato dalle ingiurie del tempo e degli uomini, proprio quelle lettere a foglia d’oro, così come i riflessi ambra dorati del legno e della vernice ci riconducono senza esitazioni all’oro e alla sua ricerca come dimensione spirituale, e come tali conferiscono a questo strumento un valore di gran lunga superiore all’oro metallico. Così come ben scritto e ripetuto qualche decina di anni dopo da Athanasius Kircher nelle sue ricerche sulla luce e sull’ombra.

Testo e foto di Claudio Rampini

In ricordo del M° Gio Batta Morassi


 

Correva l’anno 1985 e da affezionato ammiratore di Fernando Sacconi e del suo “I segreti di Stradivari”, avevo iniziato il disegno della forma e la costruzione del mio primo violino. Avevo comprato il legno da Bauer, e tentavo di contattare tutti coloro che avevano conosciuto e frequentato Sacconi, così che mi potessero aiutare a risolvere quei nodi rimasti in sospeso che sul libro non ero riuscito a sciogliere.

Fu così che entrai in contatto con Francesco Bissolotti e Charles Beare. di Gio Batta Morassi e della liuteria cremonese contemporanea non avevo mai nemmeno sentito parlare. Fui felice perché Bisolotti mi aiutò dal punto di vista pratico e concettuale, Beare attraverso le sue lettere meravigliosamente intestate mi forniva preziose indicazioni su importanti particolari degli strumenti originali.

Rimasi meravigliato e felice della loro buona accoglienza, poiché non sempre un esperto liutaio ama dedicare le proprie attenzioni nei confronti di persone che forse non diventeranno mai liutai, o peggio ancora, che faranno cattivo uso delle preziose perle che generosamente gli vengono donate.

Poi venne il giorno che avevo bisogno di legno, di quello buono, quello che io potevo vedere e scegliere personalmente, quindi chiesi a Francesco Bissolotti se lui avesse legno da cedermi, ma mi fu risposto che lui non vendeva legno e che avrei potuto rivolgermi a Morassi.

Accettai la proposta con una certa riluttanza perché mi sembrava di allontanarmi da quell’ambiente che io allora consideravo “vera tradizione”, ma che in realtà pur nell’effettivo distacco dalla tradizione antica non può davvero considerarsi come “altra” dalla tradizione liutaria italiana.

Quindi chiamai la bottega di Morassi e mi rispose proprio lui, il Maestro, anche se non lo avevo mai visto e conosciuto prima, istintivamente capii che era proprio lui, aveva una voce aperta alla simpatia e alla disponibilità, cosa che mi mise subito di buon umore.

Questo fu il mio primo incontro con Gio Batta Morassi, poi lo incontrai di persona moltissime volte divenendo così per me un punto di riferimento. E Bissolotti? mi spiacque non poter acquistare attrezzi e legno da lui, ma anche con lui i contatti continuarono, ed ancora oggi a lui e alla sua famiglia sono legato da affetto e ammirazione.

Ripensando alla figura di Gio Batta Morassi e a cosa ha rappresentato nella liuteria italiana e internazionale è cosa complicata perché Morassi ha avuto un’attività intensissimma che si è articolata in molteplici modi. Davvero complicato tracciare una biografia che abbia un senso compiuto della vita di Gio Batta Morassi, tuttavia credo che sulla scorta della mia esperienza personale, si possano tracciare almeno due linee fondamentali del pensiero liutario di Morassi.

Il primo aspetto è quello legato propriamente alla liuteria, alla sua straordinaria conoscenza del legno, alla sua stupefacente manualità e alla sua instancabile attenzione nei confronti dei giovani liutai, come pure alla sua profonda competenza sulla tradizione liutaria italiana antica e moderna. Il secondo aspetto è quello che io definisco di “politica liutaria”, che ha visto Morassi uno dei protagonisti del commercio mondiale degli strumenti ad arco, in specie nei paesi orientali.

Credo sia impossibile fare un calcolo preciso del numero di giovani liutai che hanno giovato della sua influenza ed io sono uno tra quelli, prima come simpatizzante dell’Associazione Liutaria Italiana (da lui creata e di cui è stato presidente per molti anni), poi come professionista (fui introdotto proprio da lui in questa categoria), i contatti furono regolari e costanti, fino a quando divenuto professionista parte dei miei strumenti iniziarono ad essere proposti e venduti anche attraverso la sua bottega.

Ricordo ancora la mia felicità quando Morassi mi fece i complimenti dopo aver venduto uno dei miei strumenti in Giappone. Ero decisamente soddisfatto, non tanto perché fossi arrivato ad un punto di particolare perfezione artistica del mio lavoro (gli esami non finiscono mai), ma perché pur attraverso la sua guida e i suoi consigli, Morassi non ebbe mai su di me un atteggiamento oppressivo e tendente a farmi aderire al suo stile.  Leggi tutto “In ricordo del M° Gio Batta Morassi”