Anne Sophie Mutter a Roma dopo 26 anni.

 

Dopo ventisei anni di assenza, la violinista di Monaco di Baviera Anne Sophie Mutter torna a Roma a suonare il concerto per violino di Beethoven con l’Orchestra di Santa Cecilia, oggi Sabato 20 Gennaio 2018 è l’ultimo di tre appuntamenti che la Mutter ci ha donato, e a giudicare dal generale consenso e dal numero di spettatori presenti sembra anche abbia ottenuto un grande successo.

Il concerto per violino e orchestra op. 61 di Beethoven è una di quelle opere che nella letteratura violinistica non presenta al solista difficoltà insormontabili, paragonato a concerti altrettanto famosi di altri autori, come quello di Brahms, di Bruch o Mendelssohn, sembra addirittura facile.

Ma come ben sanno gli amici violinisti ed appassionati di musica, questa è una facilità del tutto apparente, poiché dal punto di vista interpretativo, complice anche l’assenza di un supporto virtuosistico che a volte sembra celare deficienze di ispirazione da parte dell’autore (e spesso anche da parte degli esecutori), il concerto per violino di Beethoven è in grado di mettere a dura prova i talenti di ogni ordine e grado, prova ne è il fatto che in tanti anni di frequentazione delle sale da concerto, molto raramente ho avuto occasione di ascoltare questo concerto eseguito con il giusto spirito.

Per questo motivo mi tengo care due datate incisioni, una di Gidon Kremer (con cadenza scritta da Schnittke) e l’altra di Arthur Grumiaux (cadenza di Kreisler), che personalmente considero le mie esecuzioni di riferimento.

Quindi confesso che è stato con uno spirito di cauto disincanto che mi sono apprestato a varcare la soglia della Sala Santa Cecilia, complice anche il fatto per me ormai assodato che nella sua austera bellezza, questo luogo non riserva doti acustiche tali da valorizzare al meglio compositori, orchestre, strumenti e solisti.

Il violino che la Mutter suona da più di 25 anni è uno Stradivari del 1710, il Lord Dunn-Raven, è uno strumento che si presenta in ottimo stato di conservazione, vernice chiara, appartenente al periodo migliore del liutaio cremonese.

La Mutter suona senza spalliera e questo ai miei occhi non può che essere un gran merito, vedere poggiare questo violino sulla sua spalla nuda, intervallato da un fazzoletto bianco a mo’ di cuscinetto, non solo riporta ad una scuola violinistica che si va sempre più rarefacendo, ma che dà subito un’indicazione di quanto la musicista sia consapevole del fatto che così facendo non è solo il violino a suonare, ma è l’intero suo corpo che si fa veicolo di trasmissione delle vibrazioni.

Questo particolare apparentemente marginale acquisirà una fondamentale importanza da lì a pochi minuti, quando la Mutter inizierà ad eseguire i suoi “pianissimo”, che definirei sussurri portati all’estremo della udibilità, e che pure per qualche mistero sono rimasti udibili nella loro interezza (almeno nella mia posizione laterale in galleria, non certo ideale).

Questo più di tutto mi colpisce della Mutter, il non temere di suonare piano e pianissimo, il privilegiare un delicato sussurro che conferisce a Beethoven quella necessaria componente di comunicazione discreta e intima, senza la quale non puoi dire di aver veramente capito questo compositore. E’ così che il suono diventa poesia.

Il vibrato della Mutter, così energico e spesso serrato, sembra provenire da altre epoche, ed ho sorriso pensando che forse molti suoi colleghi è probabile che definiscano come datata questa particolarità, ma nel Beethoven della Mutter vi sono state anche arcate molto ben meditate in cui non compariva nessun vibrato, che mi hanno restituito una dimensione settecentesca di cui pure Beethoven è stato erede.

E poi i portamenti, che nella scuola violinistica contemporanea sembrano essere quasi scomparsi del tutto, la Mutter li usa con grazia e disinvoltura, così come la cadenza di Kreisler, “esplosiva” e dirompente ma mai tale da perdere la dimensione di intimità da cui eravamo partiti.

Direi che questa della Mutter è stata una esecuzione di grande respiro e dinamica, i passaggi di forza in cui il violino “ruggisce” sui bassi, hanno contribuito a gettare nuova luce su questo concerto così impegnativo.

Inevitabili alcune, poche, imprecisioni: attacchi e note non pienamente centrate, che in una esecuzione dal vivo a mio parere diventano veicolo di una emotività che spesso manca in concerti eseguiti perfettamente a livello tecnico.

L’orchestra non mi è sembrata completamente all’altezza dell’arduo compito di tenere testa a siffatta interprete, ma non credo sia mancata la capacità dei musicisti o del direttore Pappano, mi chiedo quanto tempo abbiano avuto per provare e rodare questo concerto, a mio parere questo tempo nelle orchestre contemporanee non è mai abbastanza.

Grazie Frau Mutter, ci porteremo nella memoria la grazia dei tuoi delicati ed inconfondibili sussurri.

Testo e fotografie di Claudio Rampini

Viola da Gamba distrutta in un volo Alitalia.

Sulle pagine di Facebook gli scorsi giorni è comparsa una notizia che ha destato sgomento nei musicisti e nei liutai: la gambista brasiliana Myrna Herzog ha visto la sua viola da gamba pesantemente danneggiata nel volo Alitalia Rio de Janeiro – Tel Aviv ( con scalo a Roma), il tutto illustrato da immagini che non vorremo mai vedere.

La viola di M. Herzog come le è apparsa dopo la riconsegna da parte di Alitalia

Incredulo di fronte a tanto sfacelo mi sono premurato di verificare la notizia, poiché nella psicosi collettiva delle cosiddette “fake news”, ho contattato immediatamente la diretta interessata, mentre il suo messaggio (e relative fotografie), rapidamente facevano il giro della rete raccogliendo decine di migliaia di “like” e condivisioni.

Ignoro se per un malinteso senso di patriottismo, ma da parte di molti musicisti italiani è sorta immediata una levata di scudi in difesa di Alitalia tacciando Myrna Herzog con appellativi spesso offensivi, accusandola di superficialità e perfino di tirchieria, poichè secondo fonti non bene identificate questi musicisti hanno subito avuto le idee chiare su quanto accaduto, ossia che la Herzog avesse peccato nel non avere assicurato il suo strumento (una viola da gamba costruita dal liutaio inglese Edward Lewis nel 1685), nel non avere provveduto all’acquisto di un “extra seat” per il suo strumento (un posto supplementare), di avere usato una custodia “fragile”, di non avere apposto l’etichetta “fragile” su detta custodia, ed infine di aver lasciato che tale strumento fosse depositato nelle orride e gelide stive di un aeroplano di linea.

La carta d’imbarco del volo Alitalia di M. Herzog

La risposta da parte della stessa Myrna Herzog, che ho avuto la premura di contattare privatamente attraverso Facebook, non si è fatta attendere, ed oltre a confermare quanto accaduto ha tenuto a chiarire che la viola era innanzitutto assicurata, che aveva richiesto l’extra seat ma che non le fu concesso perché l’aereo aveva esaurito i posti disponibili, che la custodia dello strumento era in realtà una robustissima Gewa in fibra di vetro, che su detta custodia vi erano apposti almeno 4 adesivi “Fragile”, di cui uno in bella mostra nella parte anteriore, e che comunque le “orride stive” degli aeroplani sono in realtà luoghi le cui temperature e condizioni ambientali si possono regolare al pari di quelle del vano passeggeri. Ovviamente gli oggetti contenuti nelle stive dovrebbero essere vincolati appositamente dal personale addetto ai bagagli affinché il loro trasporto avvenga senza inconvenienti sia per i bagagli che per l’aereo stesso.

Premesso che il viaggio in aereo degli strumenti musicali rappresenta sempre una percentuale variabilissima di imponderabilità, le compagnie aeree hanno regole molto diverse tra loro, non sempre è possibile richiedere l’extra seat non solo perchè non vi sono posti disponibili, ma anche perché la custodia di un violoncello assicurata ad un sedile di un aereo può trasformarsi in un corpo contundente in caso di violenta turbolenza, bruschi atterraggi e in tutti quei casi in cui l’aereo è costretto a movimenti repentini. Ed infatti alcune compagnie non acconsentono al trasporto nel vano passeggeri di un violoncello o di strumenti comunque voluminosi semplicemente perché i sedili sono progettati per le persone e non per le cose.

Le versioni rilasciate dalla Herzog e da Alitalia non coincidono: la compagnia afferma che alla musicista fu offerta insistentemente la possibilità di acquistare un extra seat, ma che di fronte al suo diniego, le fu comunque promesso che la custodia destinata alla stiva fosse portata a mano, e per questo le fu sottoposto da firmare un foglio di scarico delle responsabilità della compagnia. La Herzog afferma anche che lo strumento, in previsione della custodia nella stiva (si era presentata al check in tre ore prima dell’orario di partenza), si era premurata di smontarlo completamente mettendo da parte accuratamente ogni componente mobile (ponticello, corde, cordiera, piroli, anima, bottone reggicordiera).

All’arrivo a Tel Aviv, la Herzog non vede giungere la custodia contenente la sua viola, ne chiede ragione al personale addetto, il quale dopo una breve ricerca riferisce che “lo strumento ha subito danni”, e che per averlo indietro deve firmare un ulteriore foglio. Al che lo strumento le viene riconsegnato e la Herzog si trova davanti a quel che nessun musicista vorrebbe mai trovarsi per nessuna ragione: custodia semiaperta, pesantemente danneggiata, strumento visibilmente danneggiato con la tavola armonica aperta da cima a fondo.

Myrna Herzog e le sue viole, a destra quella danneggiata.

La Herzog, che in 48 anni di attività musicale intensa e di molteplici spostamenti in aereo, tenta subito di contattare Alitalia ma non ci riesce, solo 3 giorni dopo la compagnia si fa viva con un laconico comunicato in cui si dichiara costernata per l’accaduto e che il danno le sarà risarcito nella misura di 1400 euro circa, che però non coprono nemmeno il valore di una custodia nuova. La Herzog lamenta comunque che ad oggi Alitalia, oltre al suddetto comunicato, non si sarebbe fatta viva nemmeno con una telefonata o attraverso uno dei suoi rappresentanti, almeno per far sentire alla sfortunata cliente un senso di umana solidarietà. Il che se rispondesse a verità non deporrebbe a favore di Alitalia e dei suoi modi di trattare con i viaggiatori.

In aggiunta è bene precisare che in un mondo come il nostro in cui le compagnie aeree movimentano milioni di passeggeri e relativi bagagli ogni giorno, gli incidenti accaduti agli strumenti musicali sono episodi tutt’altro che rari, e che riguardano tutte le compagnie, non solo Alitalia. A questo proposito è stata da tempo aperta una apposita petizione internazionale che chiama il consiglio d’Europa a pronunciarsi su regole precise che tutelino i musicisti e i loro strumenti che si recano in viaggio.

La ditta tedesca “Gewa”, produttrice della custodia che conteneva la viola da gamba, contattata dalla stessa Herzog sull’accaduto, si è dichiarata incapace di capire come una loro custodia in fibra, nata per assorbire ogni genere di urti e danneggiamenti anche pesanti, usata da loro stessi nei viaggi aerei come bagaglio ingombrante, non è mai capitato di assistere ad un episodio di simile gravità.

Nel frattempo Myrna ha ricevuto la confortante notizia da parte del suo liutaio di fiducia che lo strumento potrà essere riparato, anche se ciò richiederà tempo e capacità non comuni. Nella sua comunicazione la Herzog si dichiara innamorata dell’Italia e della sua cultura e che quanto accaduto riguardi una compagnia italiana (ripetiamo, una delle tante coinvolte in episodi del genere), le procura se possibile ancora maggior dispiacere.

In attesa di ulteriori notizie, mi auguro che Alitalia mostri una sensibilità ancora maggiore e che si arrivi a chiarezza sulle responsabilità di quanto accaduto.

Stradivari del 1734 rubato torna sul palcoscenico.

Dopo un meticoloso lavoro di restauro che è durato più di un anno, uno violino di Antonio Stradivari del 1734, rubato al violinista Roman Totenberg, può finalmente tornare sul palcoscenico. Una ex allieva di Totenberg (Mira Wang, nel video), suonerà lo strumento in un concerto privato a New York.  (Fonte: Associated Press )

La scomparsa del M° Andrea Tacchi

05 ottobre 2016

Il M° Andrea Tacchi non è più tra noi, lo storico primo violino dell’Orchestra Regionale Toscana è scomparso lo scorso 26 Settembre lasciando un senso generale di sgomento e incredulità, poiché mai si sarebbe immaginato vedere interrotta così presto una carriera luminosa e densa come la sua. Di Andrea Tacchi si ricorda volentieri il buon carattere e la sua modestia, così che la sua sconfinata bravura ed infinita resistenza nell’affrontare responsabilità e carichi di lavoro faticosissimi, impensabili per una persona normale, apparivano quasi scontati nella loro straordinaria quotidianità.

Iniziai a frequentare l’ORT nel 1992 grazie al violista Dimitri Mattu, che conobbi a sua volta presso la Scuola di Musica di Fiesole, dove egli insegnava e dove mi recavo regolarmente per conoscere tanti grandi musicisti e i loro strumenti. In modo per me inaspettato il M° Mattu mi propose la costruzione di una viola piccola per un suo allievo e quando fu finita, dopo qualche mese, egli ne rimase favorevolmente colpito.

Quella fu la mia prima viola in assoluto e fui felice della buona riuscita, quindi incontrare Riccardo Masi (prima viola) e poi Andrea Tacchi fu praticamente tutt’uno. Allora l’ORT aveva sede nella chiesa di S. Stefano al Ponte, così chiamata data la sua vicinanza all’iconico Ponte Vecchio, nel cuore della Firenze rinascimentale, laddove le città italiane assumono parvenza di gioiello e offrono protezione ed intimità a chi le frequenta.
Fu un incontro importantissimo, perché aldilà dei miei strumenti da far valutare ai musicisti, mi si presentava l’occasione di poter accedere in modo discreto e senza difficoltà nel variegato e complesso mondo di una realtà orchestrale e di entrare in contatto con i migliori solisti del mondo e i loro grandi strumenti.

Questo ha significato per me un percorso di formazione e maturazione del mio gusto musicale e della percezione del suono, fino ad allora infatti non avevo bene recepito la dimensione degli “armonici” e di quello che un musicista di provata esperienza riesce a sentire e a cavare dal proprio strumento.

Gli equilibri tra le varie sezioni dell’orchestra, tra i violini primi e i violini secondi, le viole, i violoncelli, fu così che conobbi anche Horvath, Ballini, Bacchelli. Ma la cosa più bella era che potevo ascoltarli in prova, e tra una pausa e l’altra scambiare con loro impressioni, imparare cose nuove, avere la possibilità di vedere strumenti importanti.

E fu così che finalmente mi trovai a tu per tu con il Gragnani del M° Tacchi, il quale me lo porse con la sua consueta simpatia e disponibilità, e che al tempo stesso poneva seri dubbi sulle mie capacità di riuscire mai un giorno a realizzare un violino così bello e sonoro come quello.

Dall’antico liutaio livornese Antonio Gragnani mi sarei aspettato un’opera al limite della rusticità, con uno stile propriamente toscano, ma già il constatare la cura che fu posta nella realizzazione delle punte dei filetti, la cura nelle bombature, l’armonia della forma, mi indusse a pensare che egli avesse avuto qualche rapporto con la scuola cremonese, o che perlomeno avesse avuto opportunità di vedere un buon numero di strumenti classici cremonesi.

Tacchi sorrise compiaciuto, amava molto quel violino. E faceva bene, perché raramente ho avuto opportunità di vedere un’armonia così completa tra il musicista e il suo strumento, un insieme unico in grado di poter affrontare con sicurezza qualsiasi repertorio. All’epoca era direttore stabile Lu Ja con il quale Tacchi mi è sembrato avere sempre un grande affiatamento, così non mi è parso mostrare nessuna esitazione in altri ambiti e con altri direttori, da Berio ad Alan Curtis, Tacchi riusciva sempre a dare il meglio e a non fartelo mai pesare.

Quello che non finiva mai di stupirmi, sia in prova che in sede di concerto, era il suono di Tacchi, che riusciva sempre ad emergere senza tuttavia essere aggressivo o sgradevole. Ingenuamente ero portato a pensare che il violino di Tacchi fosse sempre un gradino sopra gli altri, invece quello era il “suo” suono, che difatti in breve tempo sarei stato in grado di riconoscere tra mille altri. Lo riconoscevo in un concerto di musica da camera in una bellissima sala medievale di un antico palazzo di Pistoia, oppure in duo, suonando il concerto doppio per violino e orchestra di Bach insieme allo Stradivari di Boris Belkin, ma anche seppellito in mezzo all’orchestra in fondo alla chiesa di S. Stefano al Ponte, quando suonarono il concerto Op. 61 di Beethoven, solista Pierre Amoyal.

E poi ancora con Gidon Kremer ai Quattro Mori di Livorno, con Viktoria Mullova al Verdi di Pisa, Yuri Bashmet, e tanti, tanti altri ancora, la cui musica non si è mai persa nel vento. Poi venne la notte dell’attentato in via dei Georgofili, della cui esplosione risentì anche la chiesa di S. Stefano al Ponte, che fu dichiarata inagibile, quindi l’ORT fu spostata momentaneamente al teatro Verdi. Un momento durato più di vent’anni, visto che oggi la sede dell’ORT è proprio lì, ma il mio ricordo resta indelebilmente legato all’antica chiesa, e non potrei mai pensarla diversamente, perché proprio lì assistetti ad un concerto in cui vidi e udii tra gli altri, una delle mie viole, era una sinfonia di Haydn.

E quella stessa viola finì proprio nelle mani di Tacchi, dopo che Mattu decise di acquisire un nuovo strumento costruito da Francesco Bissolotti. Mi stupisco ancora oggi di come quella mia viola imperfetta (la mia seconda in assoluto), sia finita in mani tanto stimate, e che Tacchi dette in prestito a Beate Springorum per il completamento del suo diploma in viola, qualche anno prima del suo trasferimento presso la Filarmonica di Monaco. Contrariamente a quanto accaduto con Riccardo Masi, cui mi lega un’amicizia ventennale, con Andrea Tacchi non ho mai avuto una confidenza stretta, e se ricordo bene, in tutti gli anni che ho frequentato l’orchestra, sia in prova che in concerto, non gli ho mai fatto provare uno dei miei violini.

A dire il vero non mi è mai nemmeno venuta la fantasia di fargliene provare uno, so bene che avrei trovato benevola accoglienza da parte sua, ma una sorta di pudore misto a rispetto mi ha sempre tenuto lontano da questo proposito, perché per me lui rappresentava la musica che amo e niente altro. E la musica non è solo quella prodotta dagli strumenti, ma è quella che ti porti dentro e che riconosci negli altri.

Claudio Rampini
Tivoli 5 ottobre 2016

Una giornata con il Quartetto Guadagnini

23 maggio 2015

Era da tempo che cercavo la giusta occasione per un incontro con il Quartetto Guadagnini e la loro musica. Non uno dei concerti alla cui straordinaria qualità questi ragazzi ci hanno abituati, ma una di quelle giornate cosiddette “normali”, fuori dai teatri e dal pubblico, in cui nel loro privato i musicisti costruiscono e perfezionano il loro repertorio. L’occasione si è presentata quando Fabrizio Zoffoli, primo violino del quartetto, mi ha riferito di un prossimo concerto (svoltosi lo scorso 8 Maggio 2016 n.d.r.), presso il Museo del Violino a Cremona, a cui per l’evento è stato affidato il bellissimo quartetto di strumenti costruiti da Marino Capicchioni nel 1937, creato appositamente per il bicentenario della morte di Stradivari e con cui il liutaio riminese vinse un meritato premio. Quindi un’occasione da non mancare per il liutaio e lo spassionato amante della musica, anche se con il grave imbarazzo da parte mia di concedere la stessa attenzione all’uno o all’altro aspetto. E’ da premettere che il Quartetto Guadagnini è stato già oggetto della nostra attenzione sul Portale del Violino, una specie di intervista al “buio” svoltasi al telefono qualche anno fa, senza che avessi avuto prima opportunità di ascoltarli dal vivo, eccettuato qualche breve video reperibile in rete.


Tuttavia l’esperienza di quell’incontro è piaciuta ad entrambe, e ci ripromettemmo di trovarci di persona, senza limiti di tempo e di disponibilità da parte nostra. Come liutaio mi ritengo prima di tutto un cacciatore di suoni, quindi approfondire le esperienze di percezione è un compito quotidiano, al tempo stesso la musica prodotta dagli strumenti e dai musicisti e seguirne l’evoluzione, quando possibile, è un completamento dell’esperienza stessa.

Cioè a dire che ancora prima di incontrare il Quartetto Guadagnini, qualche anno prima intervistai Cristiano Gualco, primo violino del Quartetto di Cremona, che ebbi occasione di ascoltare dal vivo in più occasioni. E prima di loro le mie esperienze di ascolto del Quartetto Italiano e gli incontri con Piero Farulli alla Scuola di Musica di Fiesole, dove ebbi occasione di ascoltare tanti musicisti di grande fama e i loro meravigliosi strumenti.

Quindi il Quartetto Guadagnini nasce dagli insegnamenti del Quartetto di Cremona, che a sua volta ha fatto propria la lezione del Quartetto Italiano, ossia una tradizione di suono e di musica sicuramente di alto livello, che i successi che continuano a mietere dovunque sembrano aver consacrato. Ma sarebbe sbagliato pretendere di ascoltare nelle note prodotte dal Quartetto Guadagnini o dal Quartetto di Cremona le note inconfondibili del Quartetto Italiano, perchè se da un lato possiamo dire che in Italia abbiamo senza ombra di dubbio una grande scuola di quartetto, dall’altra ci rallegriamo nel constatare che nel rispetto del repertorio e della tradizione, questi giovani musicisti godano di un’autonomia creativa che li libera da qualsiasi forma di suono riprodotto in modo meccanico, pur nella perfezione tecnica, come purtroppo accade spesso di ascoltare in questi ultimi anni.

Difatti già subito al mio arrivo l’atmosfera è piuttosto tranquilla e rilassata, cosa niente affatto scontata, tenendo conto che il sottoscritto giunge da intruso a curiosare strumenti e musicisti intenti in una giornata di prove prima di un concerto importante che si sarebbe tenuto solo due giorni dopo, per giunta con strumenti che non erano quelli da loro abitualmente suonati. Due parole sul quartetto di Marino Capicchioni: come è logico aspettarsi gli strumenti sono in perfette condizioni, praticamente poco o niente suonati, la mano del liutaio riminese (Capicchioni è nato a San Marino, ma per un mio habitus mentale continuo a ritenerlo appartenente alla città di Rimini), appare in tutto il suo splendido e vigoroso stile. Capicchioni in questo quartetto ha perseguito linee che potremmo definire stradivariane, sapendo al tempo stesso distanziarsi dal maestro cremonese e fondendo mirabilmente criteri personali. Anche in questo caso lo spirito nazionale italiano sembra trionfare in autonomia nella tradizione, così che nei due violini, ma anche nella viola e nel violoncello, vediamo bombature generose e tese sulle sgusce, quasi squadrate nella zona del ponticello.

Già a guardarli questi strumenti suggeriscono l’idea di un suono ampio e generoso, così pure la vernice, di un colore marrone con una vena molto discreta di rosso, evidenzia le figure dell’acero e dell’abete senza troppi effetti speciali, in un rigore semplice quanto suggestivo. Una lezione che troviamo spesso nei liutai del 1900, che a mio parere dovremmo tenere sempre presente nella produzione degli strumenti di oggi.

Così pure i ricci di tutti questi strumenti appaiono inconfondibilmente della mano di Capicchioni, in uno stile splendidamente omogeneo, con un “occhio” di dimensioni generose che chiude le volute in modo deciso e spontaneo, senza nulla concedere al superfluo, ma soprattutto senza scimmiottare i maestri classici.

Direi che Capicchioni, assieme ad altri celebrati liutai del 1900, sembra essere consapevole di appartenere alla sua epoca, e ne è padrone senza ombra di pentimento.
Ma le osservazioni sugli strumenti lasciano ben presto lo spazio alle note del “Quartettsatz” di Schubert e la stanza si riempie meravigliosamente di note, che pur familiari, sembra di ascoltare sempre per la prima volta.


Il coordinamento tra i musicisti mi sembra veramente buono e quelle che percepisco sono note “mature”, frutto sicuramente di un lungo lavoro di studio e di una discussione che è, e deve restare aperta. Le interruzioni sono frequenti, come del resto è naturale che sia in sede di prova, si cerca sempre di perfezionare, limare, impastare il suono al meglio che si è capaci di fare.
Non c’è una predominanza di un componente del quartetto rispetto agli altri, sia Fabrizio, che Giacomo (secondo violino), Matteo (viola) ed Alessandra (violoncello), danno il loro contributo di riflessione e di suono in modo determinato e pacato.

Fabrizio, che è il primo violino, ascolta attentamente e mi sorprende che non sia quello che più si impone rispetto agli altri, bensì sembra possedere una buona qualità di “ascolto attivo”, cosa che mi sorprende piacevolmente e mi fa sorridere, perchè forse sono male abituato ad immagini mentali di primi violini autoritari che impongono una direzione.

Personalmente non ho mai dato troppa importanza alla precisione dell’intonazione, specialmente nelle esecuzioni dal vivo, ritengo che l’interpretazione valga su tutto, anche in quei casi imperfetti di strumenti trascurati o montati male, o di musicisti che hanno studiato poco o male, perchè se l’interpretazione è per me giusta, l’esecuzione mi risulta comunque gradevole.
Ciò non toglie che nei passaggi di forza e nei complicati fraseggi di Schubert quando le dita dei musicisti passano alle posizioni alte sui registri acuti, io non mi aspetti qualche sbavatura, o qualche ritardo o anticipo rispetto agli altri strumenti.
Invece in questa occasione, musicisti che per ragioni anagrafiche ti aspetteresti più imperfetti, dimostrano invece ottima capacità nel saper padroneggiare ogni criticità, un po’ come quando vedi il funambolo che facendo acrobazie a trenta metri di altezza senza rete, inconsciamente ti aspetti che cada. E qui invece non cade nessuno, quasi una delusione. Ascoltandoli ad appena poco più di qualche metro di distanza, la musica riempie la stanza in modo tale che è impossibile per me non farmi rapire, ed ascolto in silenzio, deliziato, osservando l’ondeggiare del grano verde fuori della finestra, nel campo oltre la strada.

Il tempo passa veloce e arriviamo all’ora di pranzo, vengo amichevolmente invitato a tavola, e senza interruzione tra uno spaghetto e l’altro, parliamo di musica e di strumenti. Mi produco perfino nel racconto di Athanasius Kircher e sulle recenti scoperte alchemiche e simboliche che tanto hanno governato le leggi dell’arte e quindi anche quelle della liuteria.

Non mi aspetto di essere compreso, anche perchè fresco di studi e quindi ben lontano dalla sintesi, invece non solo non mi prendono per pazzo, ma il discorso si approfondisce e si sviluppa senza incertezze o imbarazzi. In buona sostanza abbiamo formato un quintetto.
Ne approfitto anche per scattare qualche foto al meraviglioso violino Pressenda suonato da Fabrizio, mi avevano parlato molto bene della vernice di questi strumenti, e in effetti è difficile trovare qualche cosa che non vada in una luminosa e trasparentissima vernice di un colore rosso molto caldo, laddove il legno sottostante sembra vibrare di vita propria in un tripudio di luce dorata.


Il tempo scorre e corre senza che me ne accorga, dopo la pausa ancora prove, è la volta del “Quartetto Americano” di Dvorak, una scelta per me particolarmente felice perchè ho riscoperto questa bellissima opera in tempi recenti così come si incontra un vecchio amico e si scorgono in lui nuove qualità che te lo rendono più prezioso.

Nelle orecchie ho le note dell’Emerson Quartet e questa non è quasi mai una buona cosa perchè una registrazione è per forza di cose sempre più “pulita” rispetto ad un’esecuzione dal vivo, ma è anche vero che il fronte sonoro di una “imperfetta” esecuzione dal vivo non ha eguali, ed è per questo che io preferisco di gran lunga un quartetto stonato che suona dal vivo, alla più perfetta delle registrazioni del miglior quartetto del mondo.


Questo l’ho capito anche ascoltando di persona le varie opere di Bartok, Berg, Schoenberg, laddove il sapore a volte aspro degli archi ti restituisce tutta la loro dimensione metafisica, che sulle registrazioni si fa sempre fatica a percepire.
Ma sto divagando un po’ troppo, e tutto per dire, in poche parole, che sono partito all’ascolto piuttosto prevenuto, anche se molto fiducioso e curioso per l’interpretazione che il Quartetto Guadagnini saprà dare.

Partono direttamente con il secondo movimento ed è subito un colpo al cuore: tutta la dolce e struggente malinconia emerge subito prepotente dal primo violino per essere poi ripresa dal violoncello. Alessandra dice di non trovarsi in condizioni ideali con il violoncello, lo strumento avrebbe bisogno di essere “svegliato” e non restituisce tutti quegli armonici che sarebbe in grado di dare con un esercizio continuo.
Meno male, penso io, figuriamoci cosa avrei potuto ascoltare se avessero suonato con i loro strumenti!

Poi si ritorna al primo movimento con l’apertura della viola di Matteo, solo un breve ripasso per ribadire le intese sui tempi, ma mi è parso di non capire bene. E allora oso ciò che non ho mai osato in vita mia: chiedo di ripetere. Forse in altre occasioni sarei stato scacciato in malo modo o perlomeno avrei creato qualche imbarazzo, invece la mia osservazione viene colta senza colpo ferire e il brano viene ripetuto, così che Matteo esprime tutto il suo notevole potenziale sulla formidabile viola di Capicchioni. Altro colpo al cuore. Chi conosce il Quartetto Americano di Dvorak sa bene come quelle note apparentemente facili di apertura della viola al primo movimento costituiscano una vera e propria ipoteca che condizionerà tutto il resto dell’esecuzione, e sono contento di aver potuto ascoltare il brano eseguito su una viola così bella e importante, forse una delle migliori che abbia mai ascoltato.

Così pure il violino di Giacomo, gemello identico a quello suonato da Fabrizio, crea un’uniformità di suono che forse non è esattamente corrispondente al ruolo del secondo violino, questo è sempre un rischio che gli strumenti di un quartetto costruito da uno stesso autore devono affrontare, ma Giacomo sembra fare di necessità virtù e riesce ad imporsi.
Casomai non si fosse capito abbastanza, se un musicista ha qualcosa da dire lo dirà comunque, e questa è per me una interpretazione in positivo della legge di Murphy.
Le note continuano a scorrere e non mi rendo conto che la luce del sole proiettata dalla finestra si allunga quasi a vista d’occhio, trascorrono altre due ore veloci e leggere fino al momento del congedo che mi riporterà sui monti dell’appennino abruzzese in direzione Roma.

Per me è stata un’esperienza bella, profonda e memorabile, sembra che il Quartetto Guadagnini abbia ben tollerato la presenza dell’intruso, tanto che ci ripromettiamo di incontrarci di nuovo, sempre lì e allo stesso modo, durante le prove, al cuore della musica e degli strumenti.

Nota: Testo e fotografie di Claudio Rampini

Il “Cremonese” a Roma!

06 giugno 2015

Bellissimo concerto ieri al Parco della Musica per celebrare il 300° anniversario del leggendario violino di Antonio Stradivari costruito nel 1715 e su cui si sono scritte tra le più belle pagine del repertorio classico. Grazie alla giovane e bella Anastasiya Petryshak abbiamo potuto apprezzare l’incredibile forma sonora e artistica di questo strumento, che è stato uno dei primi ad entrare nella collezione della città di Cremona grazie ai buoni uffici di Fernando Sacconi, il liutaio romano trasferitosi negli USA negli anni ’30 del 1900 e divenuto una figura di riferimento per i liutai e i musicisti di tutto il mondo.

Quando hai occasione di ascoltare la voce di un violino simile capisci subito che è “la voce”, un po’ come succede oggi quando si ascolta Maria Callas in “Casta Diva” o Frank Sinatra in “Strangers in the night”, una gamma di sfumature sonore infinite e una dinamica che consentono a questo strumento di poter affrontare qualsiasi tipo di musica senza mai incertezze o esitazioni, al tempo stesso mai aggressivo o sgraziato, riesce a pervarderti con i suoi bassi incantati e coloriti ed acuti di incredibile finezza e dolcezza.
Nota: Altre foto in alta risoluzione della serata a questo indirizzo:
Il Cremonese a Roma.

 

 

Cuore e rigore: il Quartetto Guadagnini.

Quella di parlare di un quartetto d’archi di cui non si è mai ascoltato un disco e non si è mai avuto occasione di ascoltare dal vivo non è la migliore delle idee che possa venire in mente, poiché bisognerebbe sempre parlare di ciò che si conosce. Invece stavolta ho voluto giocare la mia mano di poker come si suol dire “al buio”, ossia senza avere un’idea delle carte che si hanno in mano. Tutto quello che posseggo è una serie di indizi: una breve registrazione su Youtube di un quartetto di Smetana “Dalla mia vita”, quattro strumenti moderni, il Quartetto Italiano, Cristiano Gualco e Simone Gramaglia, una stazione ferroviaria, ed infine un telefono cellulare.

Iniziamo dal primo indizio: la registrazione su Youtube non è di qualità eccelsa, inoltre sono solo sette minuti, tuttavia la prima impressione, oltre a quella della struggente bellezza dell’opera di Smetana, è l’energia con cui viene eseguito il brano. Eppure in apparenza non sembra niente di speciale, vedi solo quattro giovani musicisti che suonano in una chiesa, alle loro spalle un altare, e tutto sembra filare nel più normale dei modi. Man mano che la musica prosegue mi pare di avvertire qualcosa di familiare, un rigore ed una precisione che ho già sentito altrove, ma che per rispetto e prudenza preferisco non concretizzare in un nome.

Vorrei ascoltare di più, la musica mi prende, ma purtroppo i sette minuti scadono implacabili ed io rimango con la bocca asciutta. Quindi faccio una breve ricerca in rete al nome “Quartetto Guadagnini” e fortunatamente mi trovo di fronte al loro sito, con tanto di indirizzi mail e numeri di telefono. Guardo le loro facce giovani, ritrovo la stessa energia che ho ascoltato poco prima nel filmato su youtube, e poi mi imbatto nel calendario dei concerti, che si scioglie in una lunghissima lista di impegni passati, presenti e futuri. Davvero niente male in tempi come questi di oggi, così duri per la musica.
Purtroppo tra le date programmate non ce n’è una che abbia luogo a Roma o zone vicine, dovrò attendere il momento propizio per soddisfare la mia curiosità. Però una cosa la posso fare già da subito, quella di comporre un numero di telefono e intanto fare conoscenza.

Leggi tutto “Cuore e rigore: il Quartetto Guadagnini.”

Il suonatore di ghironda di Anna Serova.

Il 29 Aprile all’Auditorium Conciliazione in Roma, in occasione del ciclo di concerti per i dieci anni dell’Orchestra Sinfonica di Roma, Anna Serova si è esibita nel “Der Schwanendreher” (il suonatore di Ghironda, anno 1935) di Paul Hindemith, diretta dal direttore messicano Jesus Medina. Ma prima di entrare nel merito dell’esecuzione, è doverosa una premessa: ero interessato a contattare Anna Serova in occasione dei suoi concerti con la viola “Stauffer” costruita da Antonio e Girolamo Amati nel 1615 per avere avere le sue impressioni, e quindi recensire il suo CD (http://www.klyomusic.com/1/cd_dvd_1928014.html) .

 

Ma come succede spesso, noi liutai rischiamo di mettere sempre in primo piano lo strumento rispetto al musicista e conscio di questo rischio, complice anche il fatto che in una registrazione non è possibile valutare la bontà di uno strumento, mi sono goduto il suo disco ed ho lasciato che si presentasse l’occasione giusta per ascoltarla dal vivo, se non la viola Amati, almeno Anna Serova.
Tuttavia Anna Serova mi ha gentilmente elargito delle sue impressioni sulla viola Amati, ricordo che le impressioni di prima mano di un musicista sono importantissime per un liutaio perché consentono di formare la cosiddetta “coscienza sonora” che serviranno  poi a guidare la mano nella costruzione di nuovi strumenti. Ecco cosa mi ha riferito Anna Serova in un messaggio del mese di Settembre 2012:
“La viola Amati per me ha una particolarità, mi sembra di aver sempre suonato quello strumento, non so se è per le dimensioni comode o perché è semplicemente perfetto. Non mi è mai servito molto tempo per abituarmi alla viola prima delle registrazioni dei vari CD (ho usato la viola Amati per il cd del 2002, concerto ripreso dalla Sky Classica nel 2006 e per il cd del 2010).

A parte la bellezza incredibile dello strumento, la perfetta armonia di tutte le sue forme, la viola ti trasmette una particolare energia accumulata in tutta la sua storia e per me è una grande emozione di farne parte.
Il suono è talmente bello che vorresti non staccarti mai dallo strumento. Gli strumenti così sono in grado di insegnarti! Ho avuto questa fortuna di poter imparare tanto dalla viola Amati.” 
Fatta questa doverosa premessa, l’esecuzione di “Der Schwanendreher” diretta dal rigoroso Jesus Medina mi è apparsa più che convincente. Confesso di non conoscere bene questo pregiato brano che Hindemith compose nel 1935, periodo in cui la viola era da considerare un vero e proprio strumento del suo mestiere, per cui non posso fare confronti con altri musicisti, ma tenendo conto del fatto che si ispira a brani di musica popolare, credo che la difficoltà del violista in questo caso non sia limitata al puro solismo, bensì abbia il compito di intercettarne gli originari umori terreni. Anna Serova ha affrontato questo difficile concerto con una viola lunga 41.5, costruita da un autore contemporaneo di area cremonese, data la sua elevata statura, mi è sembrato che questa violista preferisca strumenti di dimensioni “umane” che le consentano agili passaggi di forza senza dover sforzare in modo eccessivo muscoli e tendini del braccio sinistro. L’orchestra pur essendo piccola come nel caso di “Der Schwanendreher”, risulta comunque temibile per la presenza degli ottoni, che rischiano di sopraffare non solo una viola, ma qualunque strumento solista.
Tuttavia l’abilità della composizione di Hindemith, unità a quella di Anna Serova e della sua viola, non sembrano avere avuto timori reverenziali. Mi preme dire che quando si ha personalità non si ha bisogno di mostrarla, la personalità se c’è si mostra da sé, ed Anna Serova a me è sembrata dotata di grande sicurezza, tant’è che già dalle prime note emesse dal suo strumento mi sono sentito subito di lasciarmi cullare. In particolare mi ha colpito il bel vibrato, veloce ed espressivo, discreto e mai eccessivo, forse animato da una certa sensualità. Sull’arco c’è poco da dire, non ho mai visto un musicista di uno qualunque dei paesi dell’Est con una brutta condotta del braccio destro, Anna Serova anche in questo caso non fa eccezione, il suo suono appare molto pulito e soprattutto non ama “schiacciare” il suono.
Insomma Anna Serova non sembra particolarmente colpita dall’ansia di farsi sentire fino agli ultimi posti del teatro, perché quel segreto sta appunto nel non violentare lo strumento, viola, violino o violoncello che sia. Purtroppo la tendenza moderna, oltre a quella di eseguire la musica secondo una certa “qualità CD”, quindi rigida e priva di calore, è quella di percuotere lo strumento, “uccidendo” così le ultime possibilità degli armonici di poter raggiungere le orecchie dell’inclito pubblico.
Anna Serova si muove bene, vedi le sue gambe flettersi leggermente per meglio accompagnare l’arco nei momenti più espressivi, il suo viso accompagna il gesto del direttore senza esserne succube, in questo caso si può ben dire che non è solo la viola che suona, ma un corpo ed un cuore, il suo suono ci restituisce emozioni delicate che vanno sapute anche cogliere, qui non siamo alla ricerca di effetti speciali.
Signori, la musica è questa!

Claudio Rampini 
29 Aprile 2013

Archi Magazine – Luglio/Agosto

21 maggio 2012

Cari amici,arrivata l’estate ci apprestiamo ad intraprendere un nuovo viaggio musicale. Tuttavia è un viaggio alquanto insolito quello che vi proponiamo nel numero di luglio/agosto di ARCHI magazine, perché andremo indietro nel tempo, torneremo a cento anni fa.Ripercorrendo la brillante carriera del violoncellista Tito Rosati (1881- 1954), a lungo Prima parte delle Orchestre dell’Augusteo e della RAI e componente di formazioni cameristiche come il Quartetto di Roma e il Quartetto dell’Accademia di Santa Cecilia, ci ritroviamo nella Roma degli anni ’10 e ’20 del Novecento, quando il fermento artistico, culturale e scientifico davano alla città «il definitivo impulso verso una dimensione di grandezza europea». Proviamo ad immaginare di essere lì e fare due passi lungo Via Veneto o sederci ad un caffè dietro Corso Umberto I (oggi Via del Corso): non sarà poi così difficile imbattersi in personaggi come Molinari, Respighi, Casella, Mascagni.


Stesso periodo ma 500 chilometri più a nord, nel cuore di Genova, contrada dei Servi. Con un po’ di fortuna possiamo sentire da una finestra al secondo piano il suono di un violino. Probabilmente è un cliente di Enrico Rocca che sta provando un nuovo strumento. D’altronde all’inizio degli anni ’10 Rocca di clienti ne ha tanti; dopo anni di sacrifici e duro lavoro come barcaiolo, marinaio, artigiano nei cantieri del porto e falegname, con perseveranza, caparbietà e tenacia è diventato il liutaio più rispettato della città. E costruisce ottimi violini, viole e violoncelli che allo stesso tempo rendono omaggio al padre  Giuseppe e si ispirano ai modelli classici reinterpretati in chiave moderna. Aprile 1912: seguiamo gli otto musicisti e il liutaio lucano che si sono imbarcati sul Titanic. C’è chi si ritrova per la prima volta a suonare su un transatlantico, chi paragona questo incarico ad una vincita alla lotteria, chi invece ha già suonato su altre navi e nonostante un sogno premonitore della madre che lo implora di non imbarcarsi non sa rinunciare ad andare per mare, e chi invece non vede l’ora di tornare a casa per poter riabbracciare la fidanzata. Tante storie tragicamente finite sul fondo dell’Atlantico. E due violini che ancora oggi nascondono il loro segreto…Buon viaggio e buona estate a tutti!

Il violoncello di Silvia Chiesa sul Monte Amiata.

03 agosto 2011

Gli appassionati della grande musica di Nino Rota sono avvisati: mancano ormai poche settimane all’uscita del cd con i suoi due Concerti per violoncello interpretati da Silvia Chiesa con l’Orchestra Sinfonica della Rai diretta da Corrado Rovaris (Sony). A breve sarà disponibile anche l’album con musiche di Brahms e Schubert che la violoncellista milanese ha inciso in duo con il pianista Maurizio Baglini (Decca). Nel frattempo ecco dove si può ascoltare Silvia Chiesa dal vivo in Italia, in un ricco repertorio di musica da camera che spazia da Bach a Debussy, da Beethoven a Richard Strauss e Dall’Ongaro. A dividere il palcoscenico con lei saranno, tra gli altri, Alessandro Carbonare, Amanda Favier e Guido Corti. Dal 7 al 28 agosto sono quattro gli appuntamenti da non perdere, tutti in Toscana, nella suggestiva cornice dell’Amiata Piano Festival.
 

Domenica 7 agosto ore 19, Poggi del Sasso, Grosseto, Sala Musica Colle Massari Silvia Chiesa, violoncello; Maurizio Baglini, pianoforte; Wolfram Schmitt Leonardy, pianoforte Musiche di Debussy, Schubert, Mozart, Bach;

Sabato 13 agosto ore 19, Poggi del Sasso, Grosseto, Sala Musica Colle Massari Amanda Favier, violino; Marco Rogliano, violino; Silvia Chiesa, violoncello; Maurizio Baglini, pianoforte Musiche di Debussy, Shostakovich, Dall’Ongaro;
Giovedì 25 agosto ore 19, Poggi del Sasso, Grosseto, Cantina di Colle Massari Silvia Chiesa, violoncello; Maurizio Baglini, pianoforte; Alessandro Carbonare, clarinetto Musiche di Beethoven, Rota, Brahms;
 
Domenica 28 agosto ore 19, Poggi del Sasso, Grosseto, Cantina di Colle Massari Guido Corti, corno; Tedi Papavrami, violino; Silvia Chiesa, violoncello; Maurizio Baglini, pianoforte Musiche di Hindemith, R. Strauss, Brahms.
Amiata Piano Festival Informazioni per il pubblico:
 
Biografia
Milanese di nascita e bolognese per scelta, Silvia Chiesa è la più conosciuta violoncellista italiana sulla scena internazionale. Dopo gli studi con Filippini,  Brunello e Janigro, ha intrapreso una brillante carriera solistica  e si esibisce regolarmente in Francia (dove di recente la tv France 3 le ha dedicato una puntata dell’ambito programma Toute la musique qu’ ils aiment), ma anche in Inghilterra, Cina, Usa, Russia e Israele. Per lei hanno scritto compositori come Azio Corghi, Nicola Campogrande, Aldo Clementi, Michele Dall’Ongaro, Peter Maxwell Davies, Matteo d’Amico e Giovanni Sollima. Violoncellista  del Trio Italiano dal 1997 al 2002, continua a dedicarsi alla musica da camera: in duo con il pianista Maurizio Baglini – suo partner anche nella vita – ed esibendosi anche con interpreti come Mario Brunello, Bruno Canino, Raina Kabaivanska, Andrea Lucchesini e Shlomo Mintz. E’ in uscita per Sony il suo CD con i due Concerti  di Nino Rota – di cui nel 2011 si celebra il centenario della nascita – insieme con l’Orchestra Rai di Torino diretta da Corrado Rovaris. Suona un violoncello Giovanni Grancino del 1697.
 
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