Brunello: Sonate e Partite per violoncello piccolo

Il 6 novembre, presso il Museo degli strumenti musicali dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, si è svolta la conferenza stampa di presentazione del Cd “Sonates & Partitas” che inaugura la collaborazione di Mario Brunello con l’etichetta Arcana.

Il CD fa parte di una collana composta da tre volumi, “Bach Brunello Series”, nella quale importanti pagine violinistiche del catalogo bachiano saranno affrontate con uno strumento inedito, il violoncello piccolo, per mettere sotto nuova luce i capolavori bachiani.

Il primo volume di questo progetto unico e originale, è dedicato alle Sonate & Partite, a cui faranno seguito i Concerti e le Sonate per violino e cembalo.
Vincitore nel 1986 del Cajkovskij di Mosca, come è noto, Mario Brunello si è imposto come uno dei massimi violoncellisti viventi e da qualche anno si è avvicinato al mondo dell’esecuzione storicamente informata dedicandosi alla riscoperta del “violoncello piccolo” a 4 corde, strumento di dimensioni leggermente inferiori al violoncello, oggi noto per l’impiego che Bach ne fece in alcune cantate sacre, ma che sicuramente nel Sei-Settecento ebbe un utilizzo molto più ampio di quanto il repertorio oggi conosciuto ci porterebbe a pensare.
La lettura di Brunello delle Sonate & Partite con violoncello piccolo, senza rincorrere o ricalcare interpretazioni violinistiche, vuole riscoprire una voce e un differente punto di vista, confermando una prassi, cara anche a Bach, del far suonare stesse opere con strumenti diversi.
«Voglio affrontare le Sonate e Partite dal basso in tutti i sensi – sottolinea Brunello – da violoncellista, portando nelle Sonate e Partite l’esperienza fatta con le Suites per violoncello, una musica più scarna, mancante di molti elementi. I violinisti vedono la musica da lassù, dal canto. La mia è una lettura speculare, una conquista della vetta per un’altra via».

Il libretto del doppio CD è riccamente illustrato e contiene testi in italiano dello specialista bachiano Peter Wollny, dello scrittore Alessandro Baricco e dello stesso Mario Brunello.

Mario Brunello suona generalmente un prezioso violoncello Maggini dei primi del Seicento al quale affianca, dagli ultimi anni, il violoncello piccolo a quattro corde per il quale ha sviluppato un profondo interesse. Nelle sue performance che riguardano brani del repertorio barocco per violino, Brunello è riuscito a sfruttare a pieno le potenzialità di questo strumento, concentrandosi in particolare sui capolavori di Bach, Vivaldi e Tartini.

Arcana, fondata nel 1992 dal leggendario Michel Bernstein, è tra le migliori etichette indipendenti sulla scena discografica internazionale. Dal 2012 fa parte del gruppo Outhere. Nascosto, segreto, misterioso… la parola Arcana, dal latino arcanus, sintetizza con efficacia la vocazione dell’etichetta, attenta ad allargare la conoscenza del repertorio e scovare ciò che ancora si trova riposto e dimenticato al suo interno.

Grazia Rondini http:www.lachiavediviolino.it

GLIARCHIENSEMBLE PROPONGONO IL REQUIEM DI MOZART SOLO PER ARCHI

Solo archetti e corde che vibrano…per la prima volta il celeberrimo quanto controverso Requiem di W. A. Mozart K626 vede la luce nella versione per Quartetto d’archi di Peter Lichtenthal (1780-1853) eseguita dalla formazione da camera siciliana GliArchiEnsemble.

L’opera pubblicata dalla Da Vinci Records è una versione senza voci e per solo archi che, tuttavia, restituisce la grandezza dell’originale grazie ad una trascrizione fedele e accurata. Il CD nella sua versione digitale, non a caso, nel 2018 è risultato il più ascoltato tra i brani di musica classica con oltre 560.000 streaming, secondo i dati raccolti dalla Da Vinci e dal distributore digitale “Believe Digital”.

Peter Lichtenthal nacque nell’odierna Bratislava e visse a Milano per molto tempo; ebbe una prolifica attività di compositore di musica e danze da camera; fu inoltre letterato, saggista, medico, ma viene ricordato maggiormente per la sua attività di divulgazione dello stile mozartiano e perché, grazie a rapporti familiari con gli eredi di Mozart, produsse alcune biografie relative all’attività del compositore di Salisburgo.

Per quanto riguarda il Requiem mozartiano, Lichtenthal non propose una sua rilettura né un completamento, ma una libera trascrizione per Quartetto d’Archi, quindi una versione più “asciutta”, probabilmente nel rispetto dell’idea embrionale del compositore austriaco: come sappiamo l’opera, rimasta incompleta, fu sviluppata e portata a termine dall’allievo Sussmayr nel tentativo di interpretare le intenzioni del suo maestro. GliArchiEnsemble in questa edizione presentano una versione più articolata di quella di Lichtenthal, adattandola ad un ensemble più ampio composto da sei violini, due viole, due violoncelli, un contrabbasso, raggiungendo un risultato finale molto piacevole all’ascolto.

Così, Domenico Marco, primo violino dell’ensemble nato a Palermo nel 2003, commenta l’incisione: “Oltre all’aggiunta del contrabbasso per dare più profondità ai passaggi più scuri della partitura, la nostra versione è esasperata in certi punti, come nel Dies Irae, per esempio, per restituire quell’impeto e quell’urgenza così evidente. Abbiamo potuto contare sui consigli di Giovanni Antonini (fondatore dell’Orchestra Il Giardino Armonico) con il quale abbiamo avuto un incontro prima dell’incisione“.

La formazione dell’Orchestra da Camera GliArchiEnsemble:
Violini: Domenico Marco, Salvatore Tuzzolino, Sergio Guadagno, Marco Badami, Filippo Di Maggio, Maurizio Rocca

Viole: Vincenzo Schembri, Giuseppe Brunetto

Violoncelli: Giorgio Gasbarro, Francesco Pusateri

Contrabbasso: Luca Ghidini

Grazia Rondini www.lachiavediviolino.it

Il Quartetto Ebène, rigore e leggerezza.

Sempre per il ciclo “Minerva” dell’Istituzione Universitaria dei Concerti (IUC), il secondo concerto della nuova stagione all’Aula Magna della Sapienza si è aperto con il Quartetto d’archi Ebène, composto nel 1999 da quattro giovani musicisti francesi, fattisi notare fin dai loro primordi per l’originalità dello stile e una certa agilità nel passare da un genere musicale all’altro senza apparenti sofferenze.

In programma musiche di Beethoven, Ravel e Brahms (il programma completo lo potete trovare qui), che per ampiezza cronologica e peculiarità di esecuzione richiede effettivamente non comuni qualità interpretative.

Ottimo il suono espresso dai giovani francesi , eseguito su strumenti antichi italiani (eccettuata la viola, proveniente dall’area tirolese),  che al di là del loro valore intrinseco, ci sono sembrati ben assemblati per un ottimo impasto sonoro, sia per qualità, che per volume.

Il quartetto op. 18 n. 5 di Beethoven ci è sembrato mancante di quella tensione drammatica a cui siamo abituati, ma considerando gli evidenti richiami mozartiani, anche questo tipo di interpretazione può avere una sua ragion d’essere.

Su Ravel niente da dire, la leggerezza metafisica era ben presente ed è stata restituita tutta la sua bellissima poesia. A questo punto verrebbe da fare una bella lista di luoghi comuni per cui agli italiani viene bene Verdi, ai tedeschi Wagner, agli spagnoli De Falla, e via dicendo.

Certamente il background culturale influisce moltissimo sulle esecuzioni e loro interpreti, ma sappiamo che la cosa non è poi così scontata fortunatamente, si pensi ad esempio alle leggendarie esecuzioni del Quartetto Italiano o del Quartetto Amadeus, che hanno espresso qualità ed eccellenza un po’ per tutti i compositori da loro frequentati.

Forse nel Quartetto Ebène è stata un po’ troppo prevalente la presenza del primo violino e una certa tendenza all’asetticità, che a nostro modesto parere caratterizzano spesso le esecuzioni dei giovani interpreti.

Impressione confortata dal fatto che eseguendo il bis “Milestones” di Miles Davis, improvvisamente è stata proiettata tutta la carica di calore e spontaneità che ci è sembrata mancare per i compositori classici, Brahms incluso.

Testo e foto di Claudio Rampini

Il nuovo disco del Trio Archè è dedicato al compositore Marco Enrico Bossi



Esce per Brilliant Classics il nuovo disco del Trio Archè, una delle più prestigiose formazioni europee da camera, dedicato a Marco Enrico Bossi (1861-1925), definito da Gabriele D’Annunzio come “alto signore dei suoni”.
Così inizia la grande produzione cameristica tardoromantica italiana: due trii, Op. 107 e Op. 123, due esempi di musica assoluta, un atteggiamento nuovo e di respiro europeo, tramandato da Bossi ai suoi allievi, tra cui ricordiamo Gian Francesco Malipiero e Giorgio Federico Ghedini.
È un progetto di riscoperta quello che il Trio Arché, composto da Francesco Comisso (violino), Dario Destefano (violoncello) e Francesco Cipolletta (pianoforte), ha appena prodotto per Brilliant Classics, un unicum nel catalogo dell’etichetta olandese.
La scoperta di Marco Enrico Bossi (Salò 1861- Oceano Atlantico 1925), compositore di spiccata personalità che a cavallo tra due secoli, 800 e 900, si fece interprete di una concezione musicale transnazionale e che, di fatto, inaugurò la grande produzione tardoromantica della musica da camera italiana, fino ad allora praticamente inesistente.
I due trii incisi, l’Op. 107 e l’Op. 123, sono due esempi emblematici di questa nuova idea di far musica e dell’estetica compositiva di Bossi. L’espressività dei tre strumenti non è solo il mezzo attraverso il quale far veicolare il pensiero dell’autore, ma il fine stesso. Due esempi di musica pura, assoluta, libera da qualsivoglia legame testuale o riferimento letterario, in perfetta forma-sonata.
Ma se il primo è ascrivibile a una scrittura classica, stilisticamente equilibrata e composta, il secondo è squisitamente romantico, irruento, a tratti dal sapore operistico. Il virtuosismo dei tre strumenti fa eco a soluzioni armoniche organistiche, strumento con il quale Bossi intraprese la carriera concertistica e per il quale fu assimilato ai colleghi e amici Cesar Franck e Camille Saint-Saëns.

TRIO ARCHÉ

Nato a Torino nel 2001 dall’incontro di tre affermati solisti, il Trio Archè intraprende fin da subito un percorso concertistico di levatura internazionale. Dario Destefano e Francesco Cipolletta con il violinista Massimo Marin prima, e con Francesco Comisso oggi, riconoscono in questa formazione una terra comune in cui il dialogo fra le parti scaturisce dal culto della forma e del suono. 
Il suono, principio generatore (in greco ἀρχή, archè) della musica, è quindi il punto di partenza e luogo d’incontro di questa formazione. Ed è attraverso la cultura del suono che da oltre quindici anni il Trio Archè si dedica sia alla grande letteratura cameristica composta per questa formazione, sia alla rivalutazione di quel tesoro nascosto che è il repertorio cameristico italiano, per secoli ottenebrato dal repertorio operistico. Alle composizioni dei grandi autori (Beethoven, Brahms, Schumann, Dvořák, Mendelssohn, Ravel e Šostakovič), il trio abbina con disinvoltura opere di compositori italiani come Bossi, Busoni, Casella, Martucci e Wolf-Ferrari. Il virtuosismo strumentale tipicamente italiano e l’esperienza concertistica internazionale dei tre interpreti si fondono in una lega forte e sincera.
Grazia Rondini      www.lachiavediviolino.net

Il Quartetto Guadagnini a Roma: l’incontro.


 

La mia esperienza di conoscenza del Quartetto Guadagnini inizia da lontano, e non parlo di ascolto perché li ho conosciuti prima ancora di averli ascoltati, risale ormai ad alcuni anni fa. Infatti ho avuto occasione di parlarne qui e qui senza mai averli potuti ascoltare veramente in concerto. Questo approccio così atipico e diluito nel tempo mi ha dato modo di iniziare con loro un vero e proprio processo di conoscenza che per me, liutaio e cultore di musica, ha significato approfondire le spesso misteriose dinamiche che regolano la vita musicale ed umana di un quartetto d’archi e dei loro strumenti.

Ma veniamo ai fatti: il Quartetto Guadagnini si è esibito lo scorso 27 marzo 2018 presso l’aula magna della Sapienza di Roma con un programma di tutto rispetto:

  • Haydn, quartetto op.76 n.3 “Kaiserquartet”
  • Webern, sei bagatelle op.9
  • Brahms, quartetto op.51 n.1

L’occasione mi è stata particolarmente gradita perché oltre ad incontrare vecchi amici (cosa che il sottoscritto, che pure nutre un minimo di pretesa di recensore di concerti, non dovrebbe mai fare per preservare un minimo di obiettività), è stata per me una conferma che la sala della Sapienza sia in grado di offrire una esperienza acustica di ascolto di tutto rispetto, come ho più volte avuto occasione di appurare. Questo luogo consente al suono di correre in modo lineare e pulito, cosa che non sempre accade in altre sale magari più blasonate e nate specificamente per le esecuzioni musicali.

Come ho sempre detto in questi miei articoli la mia esperienza di ascolto è concentrata molto sull’aspetto del suono, lasciando alla musica quasi esclusivamente un mero ruolo di impatto emotivo, poiché anche se ne fossi in grado, non starei mai ad ascoltare brani di musica classica con lo spartito in mano a contare le note, il che se da una parte può lasciarmi sfuggire possibili (e sempre più che probabili), arbitrii nell’interpretazione, cioè a dire “suonate pure la vostra musica come meglio credete”, dall’altra sappiamo bene che il suono non perdona.

Infatti non c’è niente di peggio di un concerto bene interpretato, il cui suono è svilito da una sala acusticamente povera, o magari da strumenti non all’altezza. Al contrario, un buon suono che bene si diffonda in una buona sala e da strumenti bene assemblati, può far perdonare anche le imprecisioni. Nel concetto di “buon suono” rientra ovviamente la prerogativa fondamentale di una intonazione di cui si dovrebbe essere più che sicuri, si può suonare infatti con buona intonazione e al tempo stesso non apparire convincenti perché incerti o non maturi.

Dalle prime note di apertura del “Kaiserquartet” il Quartetto Guadagnini esordisce dunque con un buon suono, senza la pretesa di dover piacere per forza, gli armonici si avvertono in modo piuttosto distinto, e cosa più importante, senza il prevalere di uno strumento sull’altro. Questa mi è apparsa una caratteristica molto positiva fin dalle mie esperienze di ascolto nel tempo con il Quartetto di Cremona (evidentemente trasmesse quasi geneticamente ai loro allievi), e prima di loro dal Quartetto Italiano.

Può sembrare strano o magari scontato, ma il suono di un quartetto, che tra tutti gli ensemble musicali, è quello che possiede caratteristiche sinfoniche peculiari, per cui il quartetto suona come un’orchestra senza esserlo. Un pò come la storia del calabrone che secondo la fisica dovrebbe essere impossibilitato a volare, ed invece lui vola lo stesso. Oppure, se nell’intento di una pulizia e nitidezza del suono, il fronte sonoro appare talmente definito da risultare fastidioso.

Invece questo buon suono il Quartetto Guadagnini ce lo ha regalato, anzi, a mio parere avrebbero potuto anche concedersi qualche libertà in più, specialmente nel quartetto di Brahms eseguito nella seconda parte del concerto. Ma per me è andato benissimo, poichè comunque il risultato del loro lavoro di ricerca si è bene percepito, così da assicurare uno “standard” di resa (definizione odiosa, ma rende l’idea), comunque alto.

Il Quartetto Guadagnini suona abitualmente con strumenti moderni, in particolare ho gradito il violino di Fabrizio Zoffoli (primo violino) e la viola di Matteo Rocchi, che a tratti emergevano con nuances delicate e gradevoli, soprattutto negli adagi. Nella fattispecie si trattava rispettivamente di un violino di Marino Capicchioni degli anni ’60 del 1900 e di una viola di Filippo Fasser, invece il secondo violino è stato costruito da Massimo Nesi e il violoncello sempre dalla mano di Filippo Fasser.

A coloro che pensano che pregiati strumenti antichi dovrebbero esser sempre presenti nelle mani dei musicisti, dovrebbero imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi meglio, perché il metodico studio in comune ed una buona messa a punto, attenta e costante nel tempo, nel caso di un quartetto, sono in grado di produrre veri miracoli uditivi.

Nota a margine, ma non tanto: il Quartetto Guadagnini stasera ha suonato con corde della premiata ditta danese “Jargar”, un nuovo tipo che io ho ascoltato in questa occasione per la prima volta, che come da loro tradizione non sono mai state famose per la morbidezza del loro suono, sono state pur capaci di conferire al suono un colore “giusto” e bene proiettato nella sala. In particolare le “bagatelle” di Webern, che così bene si sono sposate con la mano di Sironi (l’autore dell’affresco che domina l’aula magna), e che l’hanno per così dire svuotata di ogni contenuto ideologico restituendoci alla storia in un’atmosfera metafisica, forse avrebbero avuto meno significato suonate con il timbro accattivante di corde più morbide.

Testo e fotografie di Claudio Rampini