Ansia...

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Fede_Rinhos
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Messaggio da Fede_Rinhos » martedì 14 settembre 2010, 21:22

è come se una persona soffrisse d'asma e gli si impedisse di usare il ventolin perché "è una scorciatoia" :?

nigel
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Messaggio da nigel » martedì 14 settembre 2010, 21:27

no è che se uno fa 3/4 concerti a settimana e si piglia ogni volta l'inderal è un macello.. non ne viene più fuori.
dipende dai concerti, dallo stress del momento, dalla pressione psicologica della settimana, da troppi fattori.

io trovo più giusto prenderlo per dei soli, o tuttalpiù ai concorsi, dove studi mesi e mesi e ti giochi tutto in pochi minuti.

Per esempio portare ad un concorso il KV219 di Mozart che inizia con un adagio veramente bastardo per i tremori, senza inderal, lo trovo veramente rischioso, se uno soffre di questi problemi.

poi bisogna saper dire basta e rendersi conto delle proprie possibilità.

se un violinista vuole fare il solista (se ne è nelle sue capacità) e soffre di tremori incontrollabili e/o paura estrema del pubblico, forse è un segnale che non ha il carattere giusto per fare il solista.

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Atomino
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Messaggio da Atomino » martedì 14 settembre 2010, 21:36

Fede_Rinhos ha scritto:è come se una persona soffrisse d'asma e gli si impedisse di usare il ventolin perché "è una scorciatoia" :?
Scusami ma le due situazioni non sono neppure lontanamente paragonabili....
- Alberto Soccini -

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claudio
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Messaggio da claudio » mercoledì 15 settembre 2010, 13:31

Il problema, spesso, è proprio quello di definire "patologia" quel che patologia non è, ma che rischia di assurgere a tale ruolo semplicemente perchè il soggetto in questione, il musicista, non è in grado di gestire la tensione di un concerto. Non sono un medico, ma credo che sia un errore mettere su piani diversi lo stress psicologico e certe manifestazioni somatiche quali le palpitazioni, tremori e crisi varie, perchè sono facce della stessa medaglia. Da quel che leggo qui e dai contatti che ho con i musicisti mi sono fatto l'idea che il musicista negli anni di studio abbia dedicato il suo tempo esclusivamente alla parte tecnico-musicale e sia stata completamente trascurato quell'aspetto dell'interpretazione legato al contatto con il pubblico. Il luogo comune è quello di credere che se un musicista suona bene ed ha un grande potenziale da esprimere, sia automaticamente capace di affrontare il pubblico. Non c'è niente di più sbagliato. Gli attori di teatro oltre a studiare il copione, passano una parte cospicua del loro tempo ad analizzare il cosiddetto "linguaggio del corpo" e le emozioni che scaturiscono durante la recitazione. Assistito da un bravo regista e dai componenti della compagnia, l'attore si fa sempre più padrone della parte e non avvertirà grossi sconvolgimenti il giorno del debutto, se non la normale tensione presente in ogni prima che si rispetti.

Ciò detto, se il musicista è lasciato solo a studiare nella sua stanza senza mai aver affrontato la tematica dell'incontro con il pubblico, allora l'esibizione può assumere i contorni di una vera e propria tortura. Purtroppo la maggior parte dei musicisti viene colta da improvvisa e violenta febbre del palcoscenico solo dopo il diploma o i corsi di perfezionamento, giacchè tutti i concerti tenuti precedentemente sono stati raramente in grado di colpire nel profondo. Un saggio di fine d'anno, una banale "marchetta" e simili non sono in grado di mettere per bene il musicista con le spalle al muro.

Ma sarà quel certo concorso, quella certa audizione oppure quella certa esibizione da solista da cui dipende la propria vita che saranno in grado di mettere veramente alla prova l'individuo e di esporre a "cielo aperto" tendini e nervi. Non saprei quanto possa essere oggettiva questa mia impressione, ma oggigiorno vedo sempre più musicisti esprimere una musica molto precisa dal punto di vista dello spartito, ma assolutamente povera di interpretazione, ho il dubbio che la maggior parte di questi faccia uso di betabloccanti e ansiolitici...

Scherzi a parte, se da un certo punto di vista l'uso del farmaco si rende indispensabile per controllare ansia e tremori dell'arco, il prezzo da pagare è sicuramente un maggior distacco del musicista dalla sua musica e dal suo pubblico. Se una parte del musicista vuol fuggire dall'incontro del pubblico bisognerà che un giorno o l'altro si decida a chiedersene il perchè e magari provi a rispondersi, meglio se con un buon insegnante particolarmente dotato di capacità analitico-introspettive anche dal punto di vista personale.

Penso e spero che siamo tutti d'accordo sul fatto che i farmaci siano un male necessario perchè non si hanno altri strumenti per risolvere il problema del pubblico, nei tempi ristretti che precedono l'esibizione può essere benissimo di essere colti da disturbi vari che vanno da una banale crisi d'ansia ad un vero e proprio attacco di panico, ho visto tantissimi musicisti di talento mutare radicalmente di fronte al pubblico, il suono diventare povero di armonici e lui, il musicista, sparire letteralmente dietro il suo strumento, niente più di quella musica straordinaria che pure era capace di suonare in modo altrettanto straordinario durante le prove.

E poi quante prove! giorni, mesi e anni a ripassare minutamente ogni più piccola nota concentrandosi su ogni pausa e ogni respiro, pur sapendo in fondo a se stessi, ma non volendolo ammettere, che di fronte ad una giuria o un normale pubblico, le prestazioni crolleranno senza rimedio, e così anche la sua reputazione si svaluterà irrimediabilmente tale che non potrà in futuro nemmeno più competere con uno uno di quei mendicanti che suonano il violino agli angoli delle strade. Il Disastro.

Allora si fa ricorso al betabloccante e/o ansiolitico che sicuramente saranno in grado di potere aver ragione di ogni tremore e ogni possibile angoscia, senza tuttavia rendersi conto che la sua musica non sarà affatto migliore rispetto alla versione "ansiosa", ma che importa? l'importante è superare l'incidente, la tortura di quel terribile senso di vuoto e di insicurezza, tanto il pubblico queste cose non le capisce mica.

Purtroppo nei conservatori spesso insegnano (spesso anche maluccio), che il saper suonare è tutto, in realtà il saper suonare è solo una faccia della medaglia, l'altra è il mostrarsi al pubblico e il sapersi "vendere". Il pubblico, a torto o a ragione, ama vedere il sangue e se un artista non butta sangue sul palcoscenico non rimane soddisfatto, ho sempre ammirato la capacità di quei tanti solisti che hanno la capacità di passare indenni attraverso un numero impressionante di concerti ogni anno, attraversando nazioni e continenti, uno stress continuo per sè e i loro strumenti, anche per questo qualche giorno fa ho chiesto a Krylov "cosa pensa un musicista quando suona?" e se aveva paura del pubblico, lui mi ha risposto che fino ad oggi non aveva mai avuto problemi del genere.

Quel "fino ad oggi" mi è rimasto particolarmente impresso, perchè anche un grande solista non vive mai nella certezza che andrà sempre tutto liscio, probabilmente se avesse questa sicurezza la sua musica ne soffrirebbe. E di sicuro ne soffre, perchè il suonare per "routine" è distintamente avvertibile in quei musicisti e solisti che per svogliatezza, stanchezza o semplicemente perchè devono "timbrare il cartellino", li si sente eseguire per l'ennesima volta quel famoso concerto per violino di Mozart in un modo che farebbe sbadigliare anche un ippopotamo.

Per contro esistono anche solisti che hanno la capacità di far sentire il pubblico come un estraneo, tra questi metterei proprio l''amato Misha Maisky, il quale suonando non solo esprime sicurezza e grande suono, ma addirittura ti fa trattenere il respiro come se tu stessi spiando il padrone di casa dal buco di una serratura. Ma qui parliamo di grandi solisti, invece la realtà è che il musicista "normale" ha bisogno qualche volta di prendere il betabloccante e/o l'ansiolitico altrimenti non riesce a suonare, perchè per arrivare a tanto la sua musica deve essere sicuramente di grado eccelso. Ovviamente con queste poche righe non pretendo di esaurire l'infinito argomento della febbre del palcoscenico e relative nevrosi, mi basterebbe che il musicista, pur continuando con betabloccanti e/o ansiolitici, non smetta la ricerca, sia dal punto di vista musicale che personale, che lo porti a percepire la propria emotività come una ricchezza a cui attingere a piene mani e non come un ostacolo da eliminare.
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Messaggio da nigel » mercoledì 15 settembre 2010, 15:16

posso solo dire che spesso si confonde il betabloccante con l'ansiolitico:
il betabloccante, a mio parere, non incide assolutamente sull'interpretazione, anche perchè il betabloccante si occupa solo di rallentare o 'tenere a bada' i battiti del cuore.
mentre l'ansiolitico è ben diverso, incide sia sulla performance che sull'interpretazione, perchè spesso annebbia un pò la mente, confonde, fa venire tremori..

la paura del pubblico può venire anche dopo 1000 concerti. basta un concerto storto, una giornata storta, una paura nascosta, un pubblico poco attivo... davvero, sono veramente migliaia i fattori che possono scatenare la paura del pubblico.

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Messaggio da claudio » mercoledì 15 settembre 2010, 16:57

Conosco bene la differenza tra un ansiolitico e un betabloccante, ma nella sostanza il discorso non cambia: delegare al farmaco il compito di colmare un vuoto tra sé e il pubblico può produrre effetti deleteri per la musica, inoltre ci si ostina a trattare la paura come un puro e semplice fenomeno fisico ignorandone i profondi legami con il vissuto del musicista. Il fatto che la paura possa venire anche dopo 1000 concerti è un segnale che il professionista deve saper cogliere, i conflitti evolutivi sono il pane dell'artista. E questo vale anche per le cause scatenanti la paura, che di solito si attribuiscono in modo opportunistico a cause esterne. Ci sono milioni di persone che ogni giorno nelle attività umane più disparate affrontano problemi simili, sarebbe un bel guaio se tutti fossimo costretti a far ricorso a betabloccanti e ansiolitici. Ma riconosco che per gli episodi acuti possa essere utile prendere la pillola, così come è difficile distruggere lo scoglio al quale per paura di annegare si è disperatamente attaccati.
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Messaggio da ariele » mercoledì 15 settembre 2010, 19:39

affrontando l'argomento con la mia insegnante due anni fa mi disse :
" in certe situazioni io a volte cerco una persona del pubblico che mi colpisce e mi dico, suonerò per lui/lei". questo modo secondo me annulla o attenua la moltitudine e crea davanti a sè una persona singola, individuo amico ( pur se sconosciuto) con cui la musica tesserà la relazione.

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Messaggio da claudio » mercoledì 15 settembre 2010, 22:31

Caro Ariele, senz'altro il suggerimento della tua insegnante è positivo può essere utile nell'immediato, ma mi chiedo se questa tua insegnante, che penso sia una valente musicista, abbia mai provato i morsi della paura sulla propria pelle.

C'è paura e paura, dipende dal carattere che si ha, alcuni cominciano a strillare per un graffio, ed altri rimangono a soffrire in silenzio di fronte alle ferite più profonde e dolorose. In genere si tende all'esagerazione fino a trasfomare il pubblico in una sorta di mostro orrendo, inavvicinabile ed intrattabile, difficile venire a patti quando si hanno immagini così terrificanti nella mente.

Ma il problema davvero grosso è quando si è certi di avere paura del pubblico, ma al tempo stesso non la si ammette e con mille scuse si evitano non solo concerti, ma anche audizioni, concorsi et similia, prediligendo solo esibizioni di poco conto in cui il proprio talento non rischia di essere messo in discussione.

Con musicisti del genere non c'è verso di spuntarla, ogni sforzo dall'esterno che li possa aiutare è come gettato al vento e il "soccorritore" si trova spesso nell'imbarazzante situazione di uno che ha puntato tutto su un cavallo dalle ottime potenzialità, ma che ha giurato a se stesso di perdere sempre e comunque. Sono esperienze dolorose non solo per chi vive la paura, ma anche per chi vive vicino al "pauroso", che necessitano sempre di grande delicatezza, rispetto e in cui è molto importante evitare ogni genere di coinvolgimento.

Ignoro completamente se la paura del pubblico è inversamente proporzionale al talento del musicista, ma ho visto molti musicisti vedere pregiudicata la loro carriera a causa dei loro problemi emotivi, forse non sarebbero mai diventati grandi solisti, ma il sapere affrontare le grandi occasioni dove si decide una vita, come i concorsi e le audizioni, forse avrebbe dato loro una chance in più di riuscita.

Queste cose le racconto perchè ho vissuto molto spesso sulla mia pelle il riflesso delle paure degli altri con il mio lavoro, per questo posso dire con sicurezza che il liutaio deve fare il liutaio, e che mai gli venga in mente di trasformarsi in una specie di amico o di psicoterapeuta surrogato. Se si ha bisogno del terapeuta si vada dalla persona giusta, il liutaio deve pensare allo strumento, anche se è importante non farsi sfuggire le componenti caratteriali di un cliente e del suo strumento.

Con questa chiacchierata voglio solo ribadire che sulle paure si può agire in moltissimi modi e trovata la via giusta, sempre da ricercare nel proprio vissuto di persona e musicista, si possono liberare importanti energie che chiunque non potrà fare a meno di non notare. Bisogna solo abituarsi all'idea di soffrire un pò, d'altra parte anche il liutaio che sceglie di sottoporre ai giudizi più contrastanti i suoi strumenti, non ha una sorte diversa da quella del musicista.
andante con fuoco

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Messaggio da Giancly75 » domenica 4 gennaio 2015, 1:08

Dalla serie..si dice il peccato ma non il peccatore. Nessuno in 9 pag. è stato in grado di uscire il nome di un farmaco..

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Messaggio da claudio » domenica 4 gennaio 2015, 16:01

Gentile Giancly75, benvenuto nel portale del violino. Questa discussione risale al 2008 e si è affrontato l'argomento dell'ansia da un punto di vista personale e senza pretese di essere esaustivo. Qui non facciamo nomi di farmaci perchè non siamo medici e anche se lo fossimo non staremmo a far diagnosi attraverso un forum. Inoltre auspico che l'uso di farmaci per l'ansia non rischi di diventare un'abitudine e che siano riservati per i casi più gravi e per un periodo di tempo limitato.

ps
è gradita la presentazione presso l'apposito spazio.
andante con fuoco

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Messaggio da Giancly75 » domenica 4 gennaio 2015, 16:11

Speriamo,
perché dal 2008 l'assunzione "consapevole" (specie in nord Europa) sembra essere aumentata..

Cordialmente

Giancly

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