Oggi invito gli utenti del Portale del
Violino alla lettura di un articolo a firma del Prof. Renato Meucci
dal titolo “Antico e Nuovo”, che compare nel numero di Settembre
della rivista Amadeus. Si tratta di uno scritto che a mio parere affronta il tema degli strumenti della liuteria antica e contemporanea in modo piuttosto superficiale. Ho quindi deciso
di scrivere a mia volta un articolo in risposta che tenti di
bilanciare almeno in parte il danno che si è perpetrato
all'immagine della nostra liuteria. Il peggio,
purtroppo, è che il danno lo si è fatto pensando di fare un omaggio
alla nostra tradizione.
Ma veniamo ai fatti.
L'articolo esordisce con una domanda
retorica: “chi è stato il più grande liutaio della storia?”
Naturalmente si risponderà “Antonio
Stradivari!”. E poi come non menzionare i Guarneri, gli Amati e
tutti gli altri grandi della classicità cremonese?
A questo punto il Prof. Meucci constata
che nella rosa dei nomi dei “migliori” difficilmente sarà
incluso un nome di un liutaio contemporaneo e si spinge alla
formulazione di un'altra domanda retorica, che io sintetizzo per amor
di brevità: “Ma allora i liutai contemporanei a chi vendono i loro
strumenti? Solo a studenti di conservatorio e a musicisti mediocri?
(nell'articolo si parla più opportunamente di musicisti di “discreto
talento”).
Si rende necessaria una prima
riflessione: io e molti dei miei colleghi liutai non ci siamo mai
posti il problema del “migliore”, e anche il Prof. Meucci
dovrebbe sapere molto bene che in ambito scientifico e
storico-artistico, il “migliore” è un concetto del tutto
aleatorio che nemmeno il più sprovveduto degli studenti si
sognerebbe di usare. Si guarda alla storia della liuteria italiana, o
meglio si dovrebbe guardare in modo obiettivo. Ogni autore, da
quello che ha segnato un'epoca, a quello cosiddetto “minore”, è
portatore di una originalità di pari dignità, e non è mai stato
raro il caso di liutai che si ispirarono e si ispirano ancora oggi al
lavoro dei “minori” con ottimi risultati estetici e acustici.
Forse il professore voleva parlare dei
liutai più “famosi”, anziché di quelli “migliori”?
Procedendo nella lettura, si viene
informati del fatto che anche oggi vengono costruiti strumenti di
grande valore artistico, ma sono preso da una leggero senso di vuoto:
dove sono andate a finire tutte quelle generazioni di liutai che
hanno fatto la storia della liuteria dalla seconda metà del 1700
fino a tutto il 1900? Possibile che uno Storioni, un Candi, un
Soffritti, uno Scarampella, un Capicchioni, solo per citarne
qualcuno a caso, non siano stati capaci di costruire capolavori?
A giudicare dalle cifre piuttosto alte
a cui vengono venduti questi violini cosiddetti “d'epoca”, non si
direbbe che siano così scadenti.
Secondo l'articolo la differenza più
grande tra un violino antico (probabilmente si intende di epoca
stradivariana), e uno contemporaneo (quelli dell'800 nemmeno a
parlarne), sembra consistere nel fatto che i primi sono venduti a
prezzi esorbitanti rispetto ai secondi. La constatazione è
deprimente: “la quotazione dei migliori strumenti contemporanei non
raggiunge nemmeno quella dei più scadenti esemplari del passato”.
Ancora una volta ci si pone la
questione del “migliore”, ma davvero vorrei spiegata in termini
comprensibili la differenza tra un violino migliore e uno peggiore,
perché mi sembra che l'articolo faccia intuire che qualcuno quelle
differenze sia ben capace di percepirle. Purtroppo a me non è dato
di possedere altrettanta chiarezza di idee, anzi, ogni volta sono
costretto a passare svariate ore nei teatri per cercare di capire la
natura dei suoni. Ho come il vago presentimento che, differenze di
prezzo a parte, si stia tentando di far passare l'idea che gli
strumenti contemporanei suonino bene come quelli antichi, che tutti
lo sapevano ma nessuno si è mai azzardato a dirlo. Ma forse sono
troppo sospettoso, meglio andare avanti con la lettura.
Nel prosieguo dell'articolo ci si
sofferma su alcune “dimenticanze” che si provvede a a recuperare
per il bene del nostro intelletto e della nostra liuteria: ci si
dimentica troppo spesso che gli strumenti antichi sono “ammodernati”
e che non suonano più come erano nati. E non si dice mai che i
violini antichi sono strumenti fragilissimi e delicatissimi che
richiedono infinite cure (invece gli strumenti contemporanei non
hanno bisogno di nulla, funzionano sempre e non si rompono mai?).
E non si dice nemmeno che certi famosi
solisti, pur possedendo strumenti antichi di valore, non di rado, e
con fare quasi truffaldino aggiungo io, amano presentarsi al pubblico
con strumenti ben più moderni!
E invece noi del pubblico, poveri
ingenui, pensavamo di essere di fronte a chissà quale famoso
Stradivari o Guarneri.
Purtroppo, secondo il Prof. Meucci, gli
strumenti di nuova o recente costruzione non posseggono lo stesso
velo di suggestione e di mito che caratterizza gli strumenti antichi.
Chissà, mi domando io osservando gli strumenti dei liutai
contemporanei, se questo velo mitologico caratterizza anche il suono,
oltre che l'apparenza degli strumenti antichi?
Eppure, non riesco a togliermi dalla
testa il pensiero che il pensiero che qui si stia tentando di farci
capire che le uniche differenze tra violino antico e contemporaneo
siano nella testa di chi li osserva e che invece ci sia una
equivalenza pressoché assoluta per ciò che riguarda il suono.
E che dire poi di quei “gravi casi di
cronaca recente”, in cui le famiglie si sono rovinate investendo
cospicui capitali in strumenti del tutto sovrastimati? Lasciamo che
siano i “grandi investitori” a prendersi i rischi del caso.
Invece uno strumento contemporaneo è un investimento sicuro e sempre
garantito? Ai musicisti l'ardua risposta. Ma soprattutto coloro che
hanno già fatto incauto acquisto di violini antichi o d'epoca,
potranno dormire sonni tranquilli.
Molto onestamente il Prof. Meucci
omette di fare una lista dei “migliori” liutai contemporanei,
probabilmente temendo una specie di rivolta da parte di altri
“migliori” inopinatamente esclusi dall'Empireo. Ci si limita alla
vaga segnalazione di una quindicina di maestri che secondo il Prof.
Meucci rappresenterebbero il meglio della produzione italiana, ma
bisogna prendersi la briga di scoprirli da soli questi “migliori”.
Ritengo che sia una fortuna che il
Prof. Meucci non li abbia fatti quei nomi, per quanto mi è dato di
sapere, egli non è mai stato né un liutaio, né un musicista,
quindi non capisco a chi sia destinato questo suo articolo.
Probabilmente non ai musicisti, che pure in molti amano leggere
Amadeus, e probabilmente nemmeno ai liutai.
Infine, il Prof. Meucci cede alla
tentazione e cita un liutaio e anche l'occasione in cui uno dei suoi
strumenti è stato suonato: il M° Greiner e il vincitore
dell'edizione 2006 del Premio Paganini, Feng Ning. Questa è la
prova provata, inconfutabile ed incontrovertibile: si può vincere un
concorso importante anche con uno strumento contemporaneo, senza
necessariamente sfoggiare uno strumento antico e dal nome
altisonante. Come se nelle passate edizioni del Premio Paganini i
concorrenti si siano presentati tutti con strumenti di Stradivari,
Guarneri, Amati e via dicendo. Come se il solo fatto di possedere uno
strumento antico importante costituisca un biglietto d'ingresso per
il paradiso, o il discrimine che distingue il musicista “migliore”
da quello “discreto”.
Si dà il caso che il sottoscritto sia
un liutaio dedito solo alla costruzione di strumenti nuovi, niente
commercio di strumenti antichi, e che pure dovrebbe essere grato a
chi ha perorato in modo così appassionato la causa degli strumenti
contemporanei, anche se probabilmente il mio nome non sarà mai
compreso nell'Empireo dei quindici “migliori”. E forse dovrò
accontentarmi solo di aver permesso a molti studenti di conservatorio
di diventare musicisti “discreti”.
Le considerazioni fatte in questo
articolo mi offendono, così come offendono la dignità del lavoro di
molti colleghi che pure affrontano la loro fatica quotidiana con
coscienza e passione, che ogni giorno studiano il lavoro degli
antichi maestri per capirne non solo l'aspetto tecnico, ma anche
quell'essenza spirituale che nell'articolo viene definita come “velo
di mito e suggestione”. Si vorrebbe far intendere che ormai la
liuteria classica non ha più segreti, e che magari non esistano più
incertezze e lacune riguardo gli strumenti antichi, ma così non è e
non sarà mai.
Oggi in una realtà di mercato
globalizzato che funesta anche la produzione liutaria contemporanea,
il “miglior” liutaio è quello che riesce a sviluppare e a tener
fede ad una propria identità, a non cedere alle tentazioni
stereotipizzanti di un certo mercato, a contenere la propria
produzione nei limiti dell'umano senza ricorrere all'aiuto delle
macchine utensili a controllo numerico e a fare a meno di strumenti e
pezzi prelavorati in Cina o nell'est europeo.
Ovviamente il mercato del violino
antico ha, da sempre, le sue contraddizioni e i suoi problemi: il
modo in cui vengono redatti i certificati e vengono realizzati i
restauri sono spesso causa di controversie tecniche e legali. Ma è
soprattutto la quasi totale mancanza di controllo su ciò che viene
stabilito dagli esperti di fama internazionale, quasi sempre senza
neppure uno straccio di una documentazione scientifica, come avviene
in altri campi dell'arte come la pittura o la scultura.
E' contro il nostro stesso interesse
ergere differenze tra gli strumenti di ieri e quelli di oggi. La
continuità della tradizione tra strumento antico e moderno è ancora
molto aldilà dall'essere recuperata, paradossalmente è proprio il
lavoro di alcuni dei “migliori”, sia italiani che stranieri, ad
essere spesso avvolto da un mito artificiale creato a bella posta per
la seduzione delle anime belle.
Spero che l'edizione di quest'anno di
Mondomusica serva anche a questo genere di riflessioni e non solo a
mere questioni di mercato, ma che soprattutto a parlare di liuteria
siano i liutai e i musicisti.