Ho fatto il mio primo ingresso nella Scuola di Musica di Fiesole nel
1993, ma non ero lì per
studiare come uno dei tantissimi allievi, bensì per far conoscere il mio
lavoro di giovane liutaio agli
insegnanti. Mi aggiravo nei corridoi della Scuola con una certa
circospezione e cautela per timore di
dare disagio nell'interrompere le lezioni. E poi non ho mai amato fare
il piazzista, ma per farmi
conoscere da qualche parte dovevo cominciare. Da perfetto sconosciuto
percorrevo i corridoi in
silenzio, aspettandomi un “scusi lei dove va?” e di essere cacciato da
un momento all'altro; dal
primo all'ultimo piano sentivo suonare tanti strumenti, un florilegio di
note che mi dava un certo
conforto.

Sembravano tutti così indaffarati, vedevo tanti allievi scendere e salire le scale con le
custodie dei loro strumenti, tutti giovani e perfino bambini con i loro genitori, era un'immagine
inconsueta per me e lentamente cominciai a capire che forse non avrei trovato nessun guardiano del
tempio a sbarrarmi il passo, forse potevo anche avere l'ardire di chiedere qualche informazione in
segreteria. E così fu, non solo mi furono indicate le aule e gli orari degli insegnanti, ma fui accolto
perfino con qualche sorriso, non nascondo che fui preso da un certo euforico ottimismo.
Gli
insegnanti che conobbi furono tutti molto gentili, disponibili e prodighi di consigli, mi fu addirittura
commissionata una viola piccola per un giovane studente fiorentino, ma il mio incontro con il M°
Farulli avvenne più tardi, non avevo alcuna fretta perché avevo un timore reverenziale così forte nei
suoi confronti, che il solo pensiero di incontrarlo mi dava un leggero capogiro. Invece conobbi
Adriana, con cui ho avuto un rapporto splendido fin da subito e che mi chiese se potevo procurare
una custodia per la preziosa viola Sderci del Maestro.
Fui felice di accettare l'incarico, ma il motivo di soddisfazione più grande fu quello di instaurare
prima di tutto un rapporto di parità sul piano umano, e che la qualità dell'amicizia non è dettata dai
biglietti da visita; io ho sempre creduto questo nella mia vita e questo ho trovato nella Scuola.
Restava tuttavia l'incognita dell'incontro con il Maestro, sentivo parlare di lui dagli allievi e dai loro
insegnanti e più collezionavo racconti e aneddoti, più aumentava la mia paura di trovarmelo
davanti, egli era diventato nella mia mente una specie di Convitato di Pietra.
Non si trattava di
racconti dell'orrore, nessuno è mai stato divorato dal M° Farulli, quel che emanava l'atmosfera è
riassumibile in una sola parola sola: Impegno.
Ricordo quando Adriana mi parlava della durezza degli esordi della Scuola, della fatica
dell'impegno e della passione che ne derivava, ricordo il Maestro suonare con tutti, dal più giovane
degli allievi, al musicista di fama mondiale.
Ma le mie esitazioni e i miei timori ebbero vita breve perché nella Scuola non c'è mai stato tempo
per i convenevoli e si badava soprattutto all'essenziale, non c'era tempo per sentirsi a disagio perchè
da quelle parti il coinvolgimento è travolgente.
Fu così che iniziai la mia partecipazione alle lezioni
concerto presso le scuole fiorentine, i miei amici musicisti suonavano, ed io raccontavo gli
strumenti e il lavoro per costruirli. Fu un lavoro molto bello e importante, era una gioia poter
trasmettere ai bambini il senso vero, artigianale dell'esperienza musicale. I risultati furono talmente
incoraggianti che mi fu concesso di organizzare una mostra di liuteria presso la Biblioteca
Nazionale di Firenze, ma sarebbe stata un'esibizione monca se non ci fosse stata completa
disponibilità degli amici musicisti e degli allievi della Scuola. Spesso, anche oggi, vengono
organizzate mostre di liuteria dove non si sente suonare un solo musicista, dove gli strumenti
giacciono appesi nelle vetrine, inanimati, ridotti al silenzio.
Invece la nostra mostra doveva essere
viva, rumorosa, popolata da tante persone, dove i bambini e gli adulti potevano toccare gli
strumenti, vederli, annusarli, solo così avrebbero potuto capire che la musica ha una sorgente.
Furono più di dieci giorni di piena immersione nella musica, ogni giorno c'erano due concerti, uno
la mattina e un altro il pomeriggio, ed io sempre impegnato a guidare le scolaresche nel percorso
didattico.
E' stata per me una lezione indimenticabile e che porto avanti ancora oggi, l'ultima lezione concerto
l'ho tenuta ultimamente nel comune di Castel Madama dove ho trasferito da qualche tempo il mio
laboratorio, ed altre lezioni ci saranno in futuro.
Ma, a parte gli incontri nel suo studio, nelle aule durante le lezioni e una conferenza stampa che
facemmo insieme a Palazzo Vecchio per annunciare la mostra, non potevo dire di avere veramente
incontrato il M° Farulli. E' vero, gli avevo portato a far vedere una mia viola, mi aveva raccontato
dei suoi trascorsi con Sderci e qualche volta mi prendeva perfino in giro quando mi incontrava nei
corridoi, come quando mi disse da lontano “morirai di fame!”. Me lo aveva già detto una volta,
quando mi parlava della durezza del mio lavoro, io mi misi a ridere e gli risposi “grazie Maestro,
cercherò di ricordarmelo!”.
Lui sorrise con quella sua aria sorniona e beffarda prima di sparire in
una delle tante aule a far lezione.
Dopo tanti anni ho capito che aveva ragione, e che se vuoi fare bene il tuo lavoro, lo stomaco è
l'ultima cosa a cui devi pensare.
Tuttavia sentivo sempre mancarmi un'occasione d'incontro con il Maestro, mi portavo dentro un
senso di irraggiungibilità che non riuscivo a spiegarmi e che senz'altro dipendeva da un certo mio
modo di interpretare i rapporti umani. Non era una cosa che si poteva risolvere con una cena, o
semplicemente facendo una passeggiata parlando di musica.
Occasioni del genere c'erano anche
state, come quando partecipavo alle bellissime feste della musica del 24 Giugno, insieme abbiamo
ascoltato la musica tutto il giorno e la sera tutti eravamo ripagati da una formidabile cena alla luce
delle stelle con il panorama fiorentino sotto i nostri occhi.
Gli anni sono passati e ho sviluppato un amore viscerale per la musica da camera, nessuna altra
formazione può permetterti meglio di un quartetto di ascoltare l'essenza degli strumenti ad arco.
Non ricordo come avvenne esattamente, eppure il Maestro mi aveva parlato delle incisioni che
aveva fatto con il Quartetto Italiano per la Philips, ma non le conoscevo molto bene.
Quella è stata
una mia mancanza molto grave, ma non mi sentivo in colpa perché ho avuto la fortuna di ascoltare
il Maestro dal vivo nei concerti per gli amici e durante le lezioni. Ma quando, anni dopo, scoprii la
grandezza dell'integrale dei quartetti di Beethoven del Quartetto Italiano, caddi come in una specie
di stato contemplativo, ogni nota, ogni colpo d'arco, ogni respiro, presero vita. Fu un'esperienza così
intensa che volli sapere tutto il possibile sul Quartetto Italiano: ho conosciuto le persone che li
hanno ascoltati, ho ripercorso le tappe del loro inizio a Carpi, ho ascoltato musica negli stessi luoghi
dove loro hanno suonato.
E mi sono perfino ricordato di aver assistito ad un concerto del Maestro
insieme ad altri giovani, una sera alla Badia Fiesolana, erano i primi anni '80 ed io non sapevo
nemmeno come era fatto un violino. Ne parlai anche con il compianto amico Arrigo Quattrocchi,
che definì le esecuzioni del Quartetto Italiano in modo perfetto “razionalità vuol dire il primato
della ragione sull'emozione, o meglio una emozione che scaturisce proprio dal rigore della
ragione.”
Mi ricordai dei giorni passati alla scuola, mi sono rivisto passare davanti gli allievi, i loro strumenti
e le loro note, l'ho visto che faceva ritorno a casa una sera, accompagnato da Adriana dopo aver
assistito ad un concerto al Teatro Verdi ed io che andavo loro incontro per salutarli. Non hai senso
se non hai una storia, e non c'è nessun senso in quello che fai se non lo trasmetti agli altri, è stato
per questo che tempo fa decisi di fare dono alla Scuola di una delle mie viole, uno strumento del
1994, con il desiderio di far parte anch'io di quella grande storia. Era l'anno in cui frequentavo la
Scuola in modo più assiduo e qualche volta aiutavo Adriana a sistemare le sedie per i concerti della
Festa della Musica, dove ho visto molti bambini diventare musicisti.
Nota: Articolo di Claudio Rampini, ottobre 2009 su "Civiltà Musicale"