CENNI DI STORIA DEL PERIODO CLASSICO DELLA LIUTERIA CREMONESE (1505-1744). (I Parte)

15 maggio 2006

La nostra Grazia Rondini compie per noi una interessante panoramica in due parti sulla storia della liuteria classica. L’articolo non intende essere esaustivo, ma fornisce all’appassionato di liuteria indicazioni utili riguardo i più importanti personaggi che hanno caratterizzato la leggendaria liuteria cremonese. Anche il liutaio e l’appassionato esperto troveranno utili spunti che potranno essere discussi nel nostro forum.

Premessa

Presso l’università del South Dakota, nella cittadina di Vermillion, sorge l’America’s National Music Museum che custodisce 17 preziosi strumenti fra Stradivari, Amati, Guarneri, Bergonzi e Storioni. Qui, l’anno scorso, in occasione del cinquecentenario della nascita di Andrea Amati si è svolto il simposio internazionale “Segreti, vita e violini dei grandi liutai cremonesi, 1505-1744”. Il tema più interessante attorno a cui gli interventi dei relatori si sono alternati è stata la domanda: ”Perché Cremona e non la più prosperosa Venezia?” L’ipotesi più accreditata è stata che gli Amati e gli altri facevano ricerca fondamentale in geometria, applicata sul violino stesso, sia per migliorare la sonorità acustica che l’estetica; inoltre sono stati chimici geniali in grado di conferire agli strumenti gioventù e bellezza per secoli.
In conclusione il segreto dei liutai cremonesi sembra sia stata la scienza. Il fondatore di questa liuteria “di lusso”, che affermò la supremazia della città di Cremona nel mondo per una durata di un secolo e mezzo, è stato Andrea Amati.

LE FAMIGLIE CHE CONTRADDISTINSERO IL PERIODO “D’ORO”.
LA DINASTIA DEGLI AMATI
L’origine del violino è ancora avvolta nell’oscurità anche se alcuni documenti la fanno risalire a circa 500 anni fa. Cremona si distinse subito grazie all’attività di una sola famiglia, gli Amati, che produssero strumenti di alta qualità e pregio, soddisfacendo le richieste di corti italiane e straniere. Quindi si può affermare con certezza che il fondatore della scuola liutaria cremonese fu Andrea Amati, il capostipite della famiglia, che nacque nel 1505. La più significativa testimonianza della fama raggiunta dalla liuteria Amati nella seconda metà del ‘500 fu l’ordinazione di strumenti destinata alla costituzione di un’intera orchestra per la Corte di Francia. Questi strumenti vengono rifiniti con la massima accuratezza; decorazioni con simboli allegorici e dipinti raffigurano le armi del re di Francia Carlo IX. Grazie a questo evento Andrea Amati raggiunse il vero successo commerciale, e alla sua morte (1577) lascia ai due figli, Antonio e Gerolamo, un’attività e una bottega ben avviata. I due lavorano per molto tempo assieme ed è per questo che sui loro strumenti apposero etichette con entrambi i nomi e oggi sono noti come i “fratelli Amati”. Se il padre Andrea pose le basi di cosa fosse lo strumento violino, fissando canoni e caratteristiche validi ancora oggi, ai figli va il merito di aver lavorato a stretto contatto con musicisti e quindi aver affinato le conoscenze sulle sonorità, sempre realizzando strumenti di altissima qualità. Alla morte di Gerolamo (1630) successiva a quella di Antonio(1607), l’attività viene rilevata dal figlio del primo, Nicolò, che per anni, grazie anche alla sua raffinatezza ed esperienza, diventa l’unico punto di riferimento mondiale, privo di rivali per chi avesse voluto acquistare strumenti di un certo pregio. Dopo la morte di Nicolò nel 1684 il figlio Gerolamo, anche se abile liutaio non riesce comunque ad ottenere lo stesso successo dei suoi predecessori.

LA DINASTIA DEI GUARNERI
Da questo momento il predominio dell’attività liutaria a Cremona e nel mondo passa ad un’altra dinastia familiare, quella dei Guarneri che ha come fondatore capostipite Andrea (1623-1698), già allievo promettente di Nicolò Amati. Questa famiglia di liutai sarà attiva per oltre mezzo secolo sia a Cremona sia in altri centri dell’Italia del nord, grazie ai due figli di Andrea: Pietro il primogenito e Giuseppe detto anche “filius Andreae”. Mentre Pietro prosegue l’arte appresa dal padre aprendo una bottega a Mantova, Giuseppe eredita la bottega paterna mettendo in pratica tecniche di eccellente livello. Giuseppe ebbe a sua volta un figlio chiamato anch’egli Giuseppe (1698-1744)che si può ritenere il più celebrato della famiglia, noto anche come “del Gesù”. Giuseppe, figlio e nipote d’arte, viene istruito nella bottega di famiglia e col tempo matura una tecnica e uno stile originali che si distaccano dalla tradizione cremonese. Dopo il 1740 Giuseppe Guarneri, spinto dalla ricerca a migliorare l’acustica dei suoi strumenti realizza alcuni violini dall’aspetto e conformazione totalmente innovativi come il celebre “cannone” di Paganini. E’ in tal periodo che acquisisce il soprannome “del Gesù” derivante da un bollo che riporta una croce con le lettere IHS (probabile segno della sua devozione a Gesù) che applica sulle etichette dei suoi strumenti. Dopo la sua morte le sue opere vengono dimenticate per essere poi rivalutate e apprezzate più tardi, nell’età romantica.

ANTONIO STRADIVARI
Quasi contemporaneamente all’opera dell’ultimo esponente della famiglia Guarneri, e precisamente nel 1680, lo sconosciuto Antonio Stradivari acquisisce una enorme e lussuoso edificio nello stesso isolato in cui operano e vivono gli Amati e i Guarneri. Di Antonio Stradivari non si conoscono le origini e la provenienza, né la preparazione; forse è nato a Cremona nel 1644 ca., forse anche lui, come Andrea Guarneri, è apprendista di Nicolò Amati. E’ questo il motivo per cui si dice che sia apparso quasi improvvisamente sul mercato cremonese dove in poco tempo acquisisce la supremazia nel settore degli strumenti di grande pregio. La produzione della bottega è rilevante anche dal punto di vista quantitativo ed è presumibile che abbia sostituito ben presto quella degli Amati. Molti i nobili del tempo che si sono rivolti a lui per ordinare strumenti dalle rifiniture di lusso, destinati alle piccole orchestre di corte. Questo genere di produzione risale al primo periodo di attività stradivariana e si rifà ai canoni e ai modelli “Amati”; nel contempo apporta però alcune modifiche nella cassa armonica che si allunga, e nell’impostazione delle bombature del fondo e della tavola. Più tardi, all’età di oltre sessant’anni, Antonio Stradivari modifica ulteriormente il suo modello e lo stile di rifinire: gli strumenti di questo periodo oggi sono considerati i canoni di riferimento nella storia del violino, e fondamentali nella formazione di molti liutai. Oltre che del violino Stradivari si occupa anche del violoncello introducendo anche qui innovazioni fondamentali: riducendo la forma della cassa armonica ottiene strumenti più maneggevoli favorendo così, la diffusione dello strumento non più solo come accompagnamento ma anche come strumento solistico. Nella sua bottega Antonio Stradivari è accompagnato dai due figli Francesco nato nel 1671 e Omobono nato nel 1679. Quando nel 1737 Antonio Stradivari muore i figli hanno rispettivamente 58 e 66 anni ed ereditando un’enorme fortuna economica non sentono l’esigenza di continuare necessariamente l’attività e comunque la loro produzione da questo momento è caratterizzata da un livello qualitativo assai inferiore a quella del padre. Scompaiono a pochi anni di distanza dal padre, e l’uno dall’altro: Omobono nel 1742 e Francesco nel 1743.

DECLINO DEL PERIODO D’ORO E NASCITA DELLO STILE “TARDO CREMONESE”
L’anno 1744 , con la scomparsa di esponenti delle famiglie Amati, Guarneri e Stradivari, viene generalmente indicato come la data in cui la grande liuteria cremonese termina, ma in realtà approfondendo gli avvenimenti che la seguirono, ci accorgiamo quanto sia più appropriato parlare di graduale declino più che di fine improvvisa. Le cause di questo declino sono state diverse: alcune famiglie di liutai trasferivano la loro attività in altre città del nord Italia come Torino e Milano; nel contempo in questo periodo storico vi è una forte riduzione nella richiesta di strumenti nuovi. Quindi assistiamo alla crescita di una concorrenza che probabilmente spinge i liutai cremonesi ad un’attività non più caratterizzata da ricercatezza di materiali e vernici pregiati; essi forse sono solo preoccupati di ridurre le spese dei loro laboratori e i prezzi dei loro strumenti. Nel prossimo articolo incontreremo i rappresentanti di questa fase, fino a giungere al periodo cosidetto “moderno” dell’attività liutaria cremonese.

 

Venezia e il prete col violino

22 marzo 2006

E’ una biografia dell’abate violinista e compositore Antonio Vivaldi, ma non solo: una lettura piacevole e allo stesso tempo seria e attendibile grazie all’autore, frequentatore di archivi e segugio di documenti, che è riuscito a creare un”immagine di Vivaldi con i suoi vizi e le sue virtù.

L’immagine finale è priva degli svolazzi dei biografi che sovente hanno romanzato quello che non c’era.
Così l’autore richiama gli scritti di C.Goldoni, secondo cui Vivaldi era un eccellente suonatore di violino ma un abate che “rinuncia a dir messa” giustificandosi con una malattia definita come “strettura di petto” che gli impedisce di svolgere la sua funzione ecclesiastica al punto da dover abbandonare, talvolta all”improvviso, l”altare; ma che poi ci insospettisce in quanto capace di affrontare una mole di impegni musicali e teatrali. Nel corso della lettura incontriamo richiami alla sua tecnica e pratica violinistica, al suo virtuosismo riportati su documenti scritti da personaggi dell”epoca presso i quali Vivaldi era stato ospite.Il barone Von Uffenbach così descrive la pratica delle posizioni sovracute: “… Egli saliva con le dita fino a un pelo dal ponticello, tanto da non lasciare quasi più spazio per l”arco…”.
Formichetti ci ricorda anche le tracce dell”influenza di Vivaldi sulle composizioni di maestri indiscutibili dell”epoca e sulla formazione dello stesso J.S.Bach. Quindi, biografia, ma non la solita biografia come dicevo sopra, in quanto l”autore ha saputo trasferirsi e immergere la figura di Vivaldi nella sua affascinante Venezia dell”epoca: una Venezia dissoluta, cosciente della fine di un periodo storico che l”aveva vista protagonista e che proprio per questo si opponeva al cambiamento esprimendo un autunnale incendio di vitalità che aveva il fascino e il brivido dell’imminente dissoluzione. Venezia in quegli anni era una sorte di grande ammaliatrice di bel vivere europe che nel contempo era capace di offrire un connubio di arte e musica come nessuna città al mondo. Così il Nostro, chiamato anche “prete Rosso” per la capigliatura che aveva di tal colore, ci appare come un personaggio esuberante e contradditorio, partecipe e vivo nella società del suo tempo. “Venezia e il prete col violino” di Gianfranco Formichetti
edizioni Tascabili Bompiani (euro 8).

Grazia Rondini

Basso elettrico, contrabbasso e tuba

22 marzo 2006

Di Fiorenzo Bernasconi: Basso elettrico, contrabbasso e tuba sono strumenti diversi, ma tutti accomunati dalla pratica dell’accompagnamento musicale, laddove la funzione del basso è quella di sottolineare la fondamentale dell’accordo e di contribuire alla formazione del ritmo.

Il presente metodo parte da questo presupposto e, pur utilizzando la notazione tradizionale, si rivolge sia al principiante, sia a chi ha già pratica strumentale, proponendo – in modo graduale – accompagnamenti estremamente liberi, basati sull’interpretazione degli accordi usati nella musica jazz. Il volume è accompagnato da un utile CD, con la registrazione di brani tradizionali e alcune composizioni inedite su cui esercitarsi. Direttamente dalle parole dell’autore, Fiorenzo Bernasconi:
“Lo spunto per scriverlo di getto è nato da un fatto triste: lascomparsa, a distanza di un mese uno dall’altro, di due amici musicisti: Francesco Montori (carissimo amico polistrumentista, concui ho suonato molto negli ultimi anni) e Mario Pezzotta (trombonistache prima della guerra mosse i primi passi in banda, per poi giungere alla notorietà: orch. Kramer, Scala, RAI, Cons. di Verona,…). Io non sono un pigro, ma ogni tanto mi dico “Lo farò domani”. Ora è benericordare che il domani non sempre esiste, e che alcune cose non fatte restano irrimediabilmente tali. Da qui è nata la spinta a scrivere illibro, esplicitamente dedicato ai due amici, come una specie di muto dialogo, dicendomi spesso:”Cosa direbbe l’uno, cosa direbbe l’altro?”Insomma un metodo, ma a leggerlo bene, una specie di chiacchierata ideale, con alle spalle quasi trent’anni di insegnamento. L’ideale utente è il principiante o anche chi, sapendo già suonare, vuole fare una pausa di ripasso. A me pare che sulle basi si possa suonare conprofitto e anche divertendosi. Come si può constatare l’approccio è atipico, perché coinvolge strumenti apparentemente diversi ma accomunati nella funzionedell’accompagnamento.” In vendita presso i negozi di musica e online all’indirizzo: www.berben.it

Gidon Kremer e la Kremerata Baltica

21 marzo 2006

CONCERTI DI MOZART E… DINTORNI – Gidon Kremer. Il gruppo, e il suo maestro, tornano Venerdì 7 aprile all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con uno dei suoi imprevedibili concerti.
 “Kremerata” è un gioco di parole fra Camerata, intesa come complesso strumentale, e il nome del grande, grandissimo violinista (tra i massimi dei nostri tempi) che la fondò nel 1997: Gidon Kremer. Il gruppo,e il suo maestro, tornano Venerdì 7 aprileall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con uno dei suoi imprevedibili concerti: un curioso percorso di avvicinamento aMozart nell’anno del 250enario della sua nascita, interamentegiocato sul dialogo tra passato e contemporaneo: tre compositoriviventi, un polacco e due russi, rimeditano con fantasia e ironia (è il caso dei 5 minuti dalla vita di W.A.M. – Wolfgang AmadeusMozart…- di Alexander Raskatov, del brano di Auberbach,ispirato allo Stabat Mater di Pergolesi, del pezzo di Gorecki,dal significativo titolo Tre pezzi in stile antico) i canoni musicali del secolo di Amadeus, e preparano all’ascolto del suoQuinto ed ultimo Concerto per violino e orchestra K 219, eseguito da Gidon Kremer con il suo prezioso Guarneri del Gesù del 1730, e della spensierata Serenata Notturna K 239. La Kremerata si chiama Baltica, perché fu precisa intenzione del suo fondatore riunire giovani musicisti provenienti dalle tre, allora giovani, Repubbliche Baltiche (Lettonia, Estonia e Lituania) motivandoli con un credo artistico che considera la musica un meraviglioso dono all’umanità intera. I progetti della Kremerata, tutti confluiti in fortunate incisioni discografiche, accostano con disinvoltura Vivaldi, Astor Piazzolla, le colonne sonore del Cinema, Mozart, e compositori di oggi che hanno scritto pezzi proprio per Kremer e la sua orchestra. Tra i meriti di Kremer, c’è anche quello di essersi impegnato in prima persona e con tanto entusiasmo, non solo nella fondazione di una propria orchestra, ma anche in una strenua e convinta promozione della musica contemporanea presso il grande pubblico. Tanta passione ha richiamato nel corso degli anni i più prestigiosi solisti e direttori d’orchestra, che nella collaborazione con la Kremerata hanno trovato l’opportunità di fare musica secondo criteri decisamente inediti ed originali.
Venerdì 7 Aprile ore 21 – Sala Santa Cecilia – Auditorium Parco della Musica Kremerata Baltica Gidon Kremer direttore e violinista Gorecki Three pieces in old style Auerbach Dialogues on Stabat Mater Raskatov 5 Minuten aus dem Leben des W.A.M. Mozart Concerto per violino e orchestra K. 219 Mozart Serenata notturna n.6 in Re maggiore K. 219
Info 06 80 82 058 www.santacecilia.it

Un libro dedicato ad Arcangelo Corelli

23 febbraio 2006

Massimo Privitera è l’autore dell’interessante monografia dedicata ad Arcangelo Corelli e pubblicata dalla casa editrice l’Epos di Palermo.

MASSIMO PRIVITERA
Arcangelo Corelli
L’Epos, 15 euro

La casa editrice l’Epos di Palermo si distingue per la pubblicazione di volumi molto curati graficamente e dedicati non solo ai grandi della musica, ma anche a tutti quei compositori che hanno gettato le fondamenta della storia musicale come appunto Arcangelo Corelli al quale è dedicato il presente volume. Il libro fa parte della collezione “Constellatio musica” dedicata alla musica antica, rinascimentale e barocca e curata da Paolo Emilio Carapezza e Giuseppe Collisani. L’autore del libro, Massimo Privitera (Catania, 1956), è docente di Storia della Musica presso il Conservatorio di Cosenza e di Storia della musica medievale e rinascimentale presso l’Università della Calabria.
Arcangelo Corelli ebbe il raro privilegio di osservare le reazioni del mondo alla sua morte quando, nel 1708, fu dato per errore l’annuncio della sua scomparsa, confusa con quella di Torelli; il compositore si rese così conto di quale fama avesse raggiunto all’epoca. Eppure, nonostante Corelli fosse considerato ai suoi tempi un “Novello Orfeo”, in Italia non era stata ancora scritta una monografia a lui dedicata (escludendo il volume di Mario Rinaldi che risale al 1953).
Il lavoro è suddiviso in due grandi capitoli dedicati rispettivamente alla vita (trascorsa tra Fusignano, Bologna e Roma) e alle opere del musicista, per concludersi con un elenco delle opere, una bibliografia e discografia scelta; il tutto accompagnato da sette bellissime immagini a colori. La storia della vita del compositore si legge con grande piacere, grazie alle numerose citazioni di scritti dei contemporanei su Corelli (tra le quali un divertente viaggio nell’impetuoso ambiente napoletano che scosse profondamente il timido e gentile carattere di Corelli) ma anche a una visione intelligente e ampia dell’autore che spazia dal Barocco a Luciano Berio. Impariamo a conoscere così le abitudini e le passioni del compositore, amante della pittura, della bellezza e dell’equilibrio. Il volume prosegue con l’analisi delle opere di Corelli, con grande alla tecnica compositiva e alle forme praticate dal compositore: Sonate a tre, Sonate per violino, Concerti grossi.
Gusto, stile e caratteri dell’opera corelliana sono analizzati attraverso le lettere dei suoi contemporanei, in particolare quelle che riguardano la “Polemica delle quinte” che si scatenò sul passaggio iniziale dell’Allemanda della terza sonata dell’opera due (1685): come spesso capita nella storia della musica, i grandi compositori vanno oltre le regole armoniche e contrappuntistiche. Sembra che Corelli delle quinte “se ne infischiò”. L’autore si addentra poi negli aspetti pi profondi della poetica corelliana: il virtuosismo, le ornamentazioni, il suono, caratterizzato da una “incontaminata purezza degli archi”: Corelli era un poeta dell’Arcadia e il suo essere violinista si ritrova nell’immagine di Apollo che suona la lira. Un libro fondamentale, interessante e appassionante, per tutti coloro che sono innamorati dell’intramontabile “Follia” (alla quale però l’autore preferisce la Ciaccona dell’opera II).
L’Epos Società Editrice
www.lepos.it

di Susanna Persichilli

Le audizioni dell’Orchestra Regionale Toscana

21 febbraio 2006

L’Orchestra Regionale Toscana bandisce un concorso per posti a tempo indeterminato per spalla dei secondi violini con obbligo della fila. Scadenza: 29 aprile 2006.
Info: Fondazione Orchestra Regionale Toscana, via Verdi 5, 50122 Firenze. Tel. 055 2340710 – 055 2342722; e-mail: info@orchestradellatoscana.it; www.orchestradellatoscana.it alla voce “Audizioni e Concorsi “

Masterclass di Stefan Milenkovich a Gorizia

21 febbraio 2006

Il 4 marzo prossimo il violinista Stefan Milenkovich terrà una masterclass presso l’Istituto di Musica “Antonio Vivaldi” di Monfalcone (Gorizia).

L’Istituto di Musica “Antonio Vivaldi” è una realtà presente sul territorio di Monfalcone (Gorizia) da più di trent’anni. Da anni l’Istituto organizza masterclass; da sottolineare, quest’anno, la quinta edizione della “Masterclass di Alto Perfezionamento” in pianoforte tenuta da Marian Mika e la seconda edizione di quella Internazionale per violoncello e di musica da camera tenuta dal violoncellista francese Alain Meunier e dedicata a giovani artisti dei paesi transfrontalieri adriatici.
Il 4 marzo sarà la volta della masterclass di Stefan Milenkovich, già ospitato presso l’Istituto in maggio scorso per una giornata di studi violinistici conclusasi con un concerto del solista, docente presso la Julliard e la New York University. Quest’anno Milenkovich sarà nuovamente al “Vivaldi” per una giornata di lavoro che lo vedrà impegnato in una serie di lezioni individuali, con violinisti già diplomati o iscritti al triennio e biennio dei conservatori. Gli incontri avranno prossimamente regolare cadenza, in tal modo la scuola di musica potrà garantire la continuità didattica ai professionisti che intendano proseguire il perfezionamento con Milenkovich. E’ prevista la possibilità di partecipare in qualità di allievi effettivi e di allievi uditori per chiunque voglia assistere alle lezioni; gli interessati possono rivolgersi per informazioni alla segreteria dell’Istituto.
Istituto “Antonio Vivaldi”: lunedì-venerdì 10.00 – 12.00/17.00 – 19.00.
Tel. 0481 45770 o 320 3297470
E-mail: istvivaldi@istvivaldi.it

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Stefan Milenkovich
Ha iniziato lo studio del violino all’età di tre anni con il padre, che è rimasto suo insegnante fino all’età di diciassette. A cinque anni risale la sua prima apparizione come solista con orchestra all’età. A sette conquista il suo primo premio al Jaroslav Kozian International Violin Competition. L’anno successivo tiene il suo primo concerto a Belgrado, cui fanno seguito serate in tutto il mondo: Russia, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Finlandia, Svizzera, Israele, Gran Bretagna, Spagna, Turchia, Croazia, Polonia, Bulgaria, Sri Lanka, Messico, Cina e Australia. Milenkovich ha partecipato a diversi concorsi internazionali, risultando vincitore del “Lipizer” in Italia e del “Ludwig Spohr” in Germania. Medaglia d’argento al “Paganini” di Genova, al Concorso di Indianapolis e al “Tibor Varga” in Svizzera. E ancora: terzo posto al “Queen Elizabeth” eallo “Yehudi Menuhin”. Dopo aver vinto, nel 1997, le “Young Artists International Auditions”, si è trasferito a New York, alla Juilliard School. All’età di dieci anni ha effettuato la sua prima incisione: i concerti di Mendelssohn e Kabalevskij per la Metropolitan Records. La sua discografia comprende le Sonate e le Partite di Bach e l’integrale (2003) delle composizioni per violino solo di Paganini per la Dynamic. Interessato all’insegnamento e alla musica da camera, Milenkovich dal 2002 è assistente di Perlman alla Juilliard School di New York.

14 febbraio 2006

1974-2004 FIESOLE
30 ANNI DI VITA
Scuola di Musica di Fiesole
Aida Edizioni, euro 19,00

In occasione dei festeggiamenti per i trent’anni di vita la Scuola di Musica di Fiesole pubblica un volume dedicato a tutti i docenti, gli allievi ed ex allievi, i compositori, i direttori d’orchestra, i mecenati, i padri fondatori, gli amici che hanno lavorato all’interno della prestigiosa struttura

Scuola di Musica di Fiesole
Aida Edizioni, euro 19,00

In occasione dei festeggiamenti per i trent’anni di vita la Scuola di Musica di Fiesole pubblica un volume dedicato a tutti i docenti, gli allievi ed ex allievi, i compositori, i direttori d’orchestra, i mecenati, i padri fondatori, gli amici che hanno lavorato all’interno della prestigiosa struttura. Il libro, dedicato a Carlo Maria Giulini, raccoglie le testimonianze di chi ha collaborato alla fondazione dell’istituzione, di chi ha insegnato e degli allievi che ora lavorano nel campo della musica: tutti raccontano la loro storia di vita e di musicisti all’interno della scuola. Trent’anni di fotografie (tra le tante, Massimo Quarta e Danilo Rossi giovanissimi), dediche, manifesti, disegni per un continuo scambio di culture diverse e di diverse esperienze.
Riporto un passo dell’intervento di Norbert Brainin, storico primo violino del Quartetto Amadeus: “(gli allievi) … credono che suonare “sottile” sia bello perché non offende, non caratterizza: infatti, non è espressivo. Ho sempre cercato di farli suonare cantando. Loro non cantano, sussurrano e bisogna far capire bene la differenza. I ragazzi suonano seguendo la dinamica, ma non suonano cercando l’espressione: suonano forte e piano, questa è la dinamica. Vedono nella partitura “piano” così suonano con un suono sottile, vedono “forte” e magari non succede niente, la dinamica rimane veramente piccola. Quando riescono ad arrivare all’espressione e al carattere, allora è veramente grandioso, non ci sono più limiti: ed è questo il nostro compito. Se c’è scritto “Forte” significa un certo modo di espressione, quando vedi piano è un’altra espressione e in mezzo c’è tutto il resto. … Toscanini diceva “Cantare, cantare, sempre cantando”, lo urlava con il massimo della voce.”
Allegato al libro un DVD dell’Orchestra Giovanile Italiana diretta da Daniele Gatti che esegue l’Incantesimo del Venerdì Santo dal “Parsifal” di Richard Wagner e la “Sinfonia n. 9 in re maggiore” di Gustav Mahler; una registrazione del 2004 al Teatro Comunale di Modena per i festeggiamenti dei vent’anni della formazione.
www.scuolamusica.fiesole.fi.it
info@scuolamusica.fiesole.fi.it

Articolo a cura di Susanna Persichilli.

Concorsi per violino

10 febbraio 2006

I concorsi dedicati al violino, in Italia e all’estero.

Fermo (AP) “Concorso Violinistico Internazionale Andrea Postacchini”, 22-27 maggio. Scadenza iscrizioni 8 aprile. Info: 0734 224137, email: concorsopostacchini@interfree.it

Sendai (Giappone) Concorso Internazionale “Sendai”, 20 maggio-23 giugno 2007. Scadenza iscrizioni: 1 settembre 2006. Info: Secretariat of Sendai International Music Competition, 3-27-5 Asahigaoka Aoba-ku, Sendai City, 981-0904 Japan. Email: info@simc.jp

Versailles (Francia) Concorso Internazionale Canetti, 8-12 luglio. Categorie: 11-16 anni, 17-27. Info: Robert Canetti Foundation, P.O.Box 6290, 31062; mobile: +972 54 7288845, +972 544380910 tel/fax: +972 48 346857 Email: canetti_ensemble1@email.com

Genova Concorso Internazionale Premio Paganini, 22- settembre-1 ottobre. Scadenza iscrizioni: 2 maggio. Info: Concorso Premio Paganini, c/o Archivio Generale del Comune di Genova, via XX Settembre 15, 16121 Genova. Tel. 010 5574215, fax 010 5574326; email: violinopaganini@comune.genova.it

Il violino irlandese

10 febbraio 2006

Per gli amanti della Musica d’Irlanda un’intervista a Marco Fabbri, violinista che da anni si dedica alla tradizione musicale irlandese.

Intervista a Marco Fabbri

Quando è nato il suo interesse per la tradizione irlandese?
Nel 1978 ho scoperto il Folkstudio del compianto Giancarlo Cesaroni che, in pieno Folk-revival, era il locale magico che molti ricordano. Nel 1979 Cesaroni organizzò il primo festival di musica celtica con gruppi tra i più famosi dell’epoca e fu frequentatissimo. Lì vidi per la prima volta una session e ne rimasi entusiasta. Un anno dopo il mio primo viaggio in Irlanda…

Quali sono le caratteristiche della musica irlandese?
Sicuramente la sua grande vitalità, che ha saputo rinnovarsi e accrescere il consenso anche tra le ultime generazioni; oltretutto il luogo dove vede gran parte della sua sublimazione è il “pub”, vero e proprio luogo di socializzazione dove le sessions informali sono spesso quotidiane.

Che differenza c’è tra la tecnica strumentale classica e quella richiesta da questo repertorio?
Gran parte della musica tradizionale occidentale è caratterizzata dall’uso di strumenti tipici per lo più diatonici come cornamuse e organetti.
Questo già evidenzia una enorme differenza nell’uso delle ottave e delle scale, il violino irlandese, ad esempio, viene quasi sempre suonato in prima posizione e raramente, in alcuni stili regionali come il repertorio della contea del Donegal o dei “cugini” scozzesi, vengono usate posizioni superiori.
Altre differenze tecniche derivano dalle differenti funzioni che ha la musica tradizionale, che normalmente non è suonata per essere ascoltata in un ambiente acusticamente idoneo ma per accompagnare momenti conviviali che necessitano di ritmo, timbri e dinamiche adeguate. Da questo deriva, ad esempio nel violino, un uso dell’arco ritmico e percussivo, o la capacità da parte di uno o più esecutori di dare ad un brano strutturalmente semplice un interpretazione virtuosistica basata sull’uso delle ornamentazioni ritmiche e melodiche.

Che tipo di studio comporta?
La prima cosa è sicuramente ascoltare molto, sia perché la musica tradizionale è a trasmissione orale e non scritta ma anche perché è fondamentale apprendere uno stile, cioè accenti, ornamentazioni e altro, che non sono trascrivibili e sono fortemente legati alla cultura e la personalità del musicista. Inoltre allo studio individuale sicuramente bisogna affiancare la pratica nel suonare con gli altri, per sviluppare quella sensibilità necessaria a creare l’affiatamento indispensabile a una musica normalmente eseguita all’unisono.
Nei miei seminari uso spesso un detto irlandese: “You can’t play a tune if you can’t sing it” (Non puoi suonare un pezzo se non lo sai cantare….)

Come è riuscito ad entrare nello spirito irlandese in modo così profondo?
Ho vissuto per lunghi periodi di tempo in Irlanda, Scozia e Bretagna e questo mi ha permesso di apprendere non solo la storia e lo stile della musica in sé, ma come sentirla dentro, attraverso la conoscenza di quella quotidianità della quale la musica è un’espressione. Questo è stato importante per capire anche il modo di suonare in session che è, con le sue regole non scritte, tra i migliori luoghi d’apprendimento.

Nelle musiche che esegue che importanza ha l’improvvisazione?
Nonostante oggi ci siano moltissime raccolte scritte facilmente reperibili, non è possibile stabilire quale sia l’esatta versione di un brano, possiamo dire però che una trascrizione semplificata alla semplice struttura melodica, priva perciò di qualsiasi abbellimento o notazione, può essere indicativa per l’esecuzione; per fare un esempio, nei seminari utilizzo l’ausilio di trascrizioni che io stesso preparo, ma solo perché facilitano l’apprendimento e mi permettono di lavorare sullo stile.
Il concetto d’improvvisazione è legato alla capacità del musicista di interpretare i brani con l’uso dei vari abbellimenti e piccole variazioni, spesso corrispondenti a stili regionali, simile, per certi versi, a quello adottato nella musica barocca.

Suonare a memoria arricchisce il musicista?
Credo che l’esecuzione “a memoria” sia in qualsiasi contesto musicale più vantaggiosa, favorisca cioè la libertà espressiva del musicista e nel caso della musica tradizionale è comunque alla base dell’apprendimento.

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Marco Fabbri – curriculum

Nell’estate del 1981 frequenta un seminario di “Irish fiddle” a Listowel (Co. Kerry, Irlanda) e inizia una lunga collaborazione, con passaggio obbligato al Folkstudio romano di Giancarlo Cesaroni, con numerosi gruppi della scena folk. Nell’aprile del 1985 si stabilisce a Belfast dove approfondisce lo studio della tecnica tradizionale tanto da raggiungere “notevole stima tra i musicisti locali per l’autenticità e la dinamicità del suo stile” (Belfast Telegraph, giugno ’85); ed è infatti con il gruppo Ultàn che girerà l’Europa per due anni in diverse tournée collaborando anche a seminari di danze irlandesi in Bretagna. Nel 1987, dopo la partecipazione al Folkest di S.Daniele del Friuli e al Festival Interceltico di Lorient (Bretagna) collabora con la Sedon Salvadie (musica Friulana) in due tournée nel Nord Europa e nel disco di Francesco De Gregori “Terra di nessuno”. Nel 1988 partecipa con il chitarrista di Belfast Paul Mc Sherry al Folkfestival di Barnbach (Austria). Nel ‘90 è con i Malbruk (musica Piemontese) e suona al Folk festival di Budapest.
Un anno dopo inizia una lunga collaborazione con la Scuola Popolare di Musica di Testaccio e fonda il Laboratorio di Musica di Tradizione Orale come insegnante, e con Mariano De Simone al banjo 5-corde (musica tradizionale irlandese e nord-americana) si esibisce in tutta la penisola. Nel 1994 è ospite del prestigioso Fringe festival di Edimburgo (Scozia) dove si stabilisce per sei mesi studiando più a fondo la tradizione musicale locale. Nel 1995 partecipa al Folk Festival di Edimburgo e collabora in un anno di tournée con il gruppo folk-rock “The Gang” suonando anche nel successivo CD “Fuori dal controllo”. Nel ’97 è ospite in una prestigiosa trasmissione radiofonica della BBC Northern Ireland di Belfast ed organizza a Roma tre festival di musica tradizionale irlandese (Fleadh Ceoil) invitando musicisti direttamente dall’isola verde. Alla fine degli anni ‘90 suona in diversi locali di Belfast, Derry e Dublino e tiene seminari di tecnica violinistica irlandese in Italia. Dal 2000 è presente nella “session trail” dell’annuale Trad Festival di Ennis (Co. Clare) e Gig’n the Bann di Portglenone (Co.Derry).

La tradizione musicale irlandese

Nelle antiche comunità rurali irlandesi la musica tradizionale seguiva il naturale ciclo lavorativo agricolo. Oggi si è spinta oltre queste usanze e può essere ascoltata nelle sessions dei pub, nelle serate di danza, nei convivi sociali e nei numerosi festival annuali delle varie regioni.
Sebbene le moderne tecnologie di registrazione, la diffusione mediatica e il crescente interesse commerciale abbiano contribuito a una maggiore espansione della tradizione con inevitabili contaminazioni, la musica strumentale possiede ancora riferimenti precisi negli stili delle varie contee.
Una gran parte del repertorio, soprattutto melodico, è databile tra il XVIII e il XIX secolo ed è oggi eseguito su numerosi strumenti tra cui il flauto traverso d’ebano, il Fiddle (termine inglese per indicare il violino nella tradizione orale), la Uillean pipe (cornamusa irlandese), il Tin Whistle (flauto diritto di metallo), l’Organetto diatonico, il Banjo Tenore, la Concertina (piccolo organetto di forma esagonale o ottagonale). Con l’eccezione del Bodhràn (tamburo a cornice suonato con un piccolo bastoncino impugnato nel mezzo), le bones (sorta di nacchere ottenute da due costole di bovino) e il piccolo set della batteria usata nelle Ceili bands (paragonabili alle nostre bande di ottoni e legni) gli strumenti a percussione sono di minore importanza lasciando spesso alla melodia e l’interpretazione la responsabilità ritmica.
I brani da danza più comuni sono Reels, Jigs, Hornpipes, Slides e Polkas. Generalmente consistono di due segmenti da otto battute, ogni parte è suonata due volte ripetendo la sequenza più volte prima di passare, senza soluzione di continuità, ad un nuovo pezzo.
Sono molto diffuse anche le Slow Airs (melodie lente), basate di solito sulle Sean Nos (canzoni in irlandese).

a cura di Susanna Persichilli