A Rovereto con strumenti originali

26 ottobre 2006

Si svolgerà a Rovereto, dal 1° al 5 novembre, la nona edizione del Concorso Internazionale di Musica da Camera su Strumenti Originali. Insieme al Concorso, sabato 4 novembre si terrà il primo Forum Internazionale sulla Musica Antica, nel Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.

A Rovereto la nona edizione del Premio Bonporti e il Primo Forum Internazionale sulla Musica Antica.
Si svolgerà a Rovereto, dal 1° al 5 novembre, la nona edizione del Concorso Internazionale di Musica da Camera su Strumenti Originali. Insieme al presidente della giuria Jesper Christensen, faranno parte della commissione Alfredo Bernardini, Sandro Boccardi, Kees Boeke, Michele Dall’Ongaro, Emilio Moreno, Elizabeth Wallfish. Questi gli appuntamenti aperti al pubblico che si terranno nella Sala Filarmonica: mercoledì 1 e giovedì 2 novembre (prova eliminatoria); venerdì 3 novembre (prova semifinale); domenica 5 novembre (prova finale). La proclamazione dei vincitori e la premiazione è prevista per domenica 5 novembre presso il Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.
Insieme al Concorso, sabato 4 novembre si terrà il primo Forum Internazionale sulla Musica Antica, nel Palazzo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.

Concorrenti (archi)
Johannes Heim (Germania), violino
Boris Begelman (Russia), violin
Dmitry Sinkovsky (Russia), violino
Jesenka Bali (Danimarca), violino
Benedict Ziervogel (Austria), violone
Jörg Ulrich Krah (Austria), violoncello
Christine Trinks (Germania), violino
Kerstin Reinboth (Germania), violino
Wiebke Roterberg (Germania), violoncello
Emilio Percan (Macedonia), violino
Franziska Romaner (Italia), violoncello
Anna Banaszkiewicz (Polonia), violino
Amber Day(Gran Bretagna), violoncello
Andoni Mercero (Spagna), violino
Swantje Hoffmann (Germania), violino
Rebecca Ferri (Italia), violoncello

Info
Accademia di Musica Antica – Palazzo Balista, Corso Rosmini, 13 38068 Rovereto (TN)
tel/fax: 0464.437689
e-mail: press@premiobonporti.org
www.premiobonporti.org

di Susanna Persichilli

I Bayerischen Rundfunks al Festival Anima Mundi

26 ottobre 2006

Gran finale per Il Festival Anima Mundi: Mariss Jansons dirige la Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks

Ad una delle principali orchestre europee – Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks – con la direzione di Mariss Jansons è affidato il concerto di chiusura della sesta edizione del Festival Anima Mundi in programma sabato 28 nella Cattedrale di Pisa.

Un’occasione da non perdere – Rai Radio Tre registrerà il concerto – che contribuirà a far ricordare il programma dell’edizione 2006 del Festival Anima Mundi, stilato da Sir John Eliot Gardiner per onorare la grandezza e sontuosità della Piazza dei Miracoli e per la Cattedrale in particolare.
L’Orchestra Sinfonica e il Coro della Radio di Baviera devono il vastissimo repertorio ai direttori che si sono succeduti dal loro anno di nascita, il 1949, ma anche all’enorme flessibilità e sicurezza stilistica di cui sono dotati i musicisti che ne fanno parte. L’Orchestra vanta una serie di direttori stabili che portano i nomi indimenticabili di Rafael Kubelík, dal 1961 al 1979 e di Sir Colin Davis, dal 1983 al 1992; e successivamente, dal 1993 al 2002, Lorin Maazel. Un nuovo, felice capitolo iniziò nell’ottobre del 2003, quando il candidato favorito tra tutti i musicisti, Mariss Jansons, assunse il ruolo di Direttore Stabile del coro e della orchestra, riuscendo immediatamente a creare un’eccellente atmosfera , che ha portato a nuovi e straordinari risultati artistici. Tra questi, la presenza al Festival di Pasqua di Lucerna quale Orchestra in residence fino al 2008.
Jansons ha diretto e dirige le più importanti orchestre europee e extraeuropee, con un curriculum eccezionale nel quale brilla la “Stella del Reale Ordine Norvegese al Merito”, la laurea onorifica dell’Accademia musicale di Oslo nel 2003 e la medaglia Hans von Bülow dell’Orchestra Filarmonica di Berlino. Nel 2004 la Royal Philharmonic Society di Londra lo ha nominato ‘Conductor of the Year’ e nel gennaio 2006 il Midem di Cannes lo ha nominato ‘Artist of the Year’.
Sarà quindi un concerto prezioso che Pisa si appresta a onorare nel migliore dei modi. Il 1813 è una data di riferimento per questa serata musicale: in quell’anno nacque Wagner e in quell’anno Beethoven compose la Settima Sinfonia. Proprio di Wagner – direttore di leggendarie esecuzioni di Beethoven – è la definizione che descrive la partitura “una apoteosi della danza” e infatti la Sinfonia n .7 si discosta dalle precedenti per la fusione di forme diverse, quella sinfonica e quella della suite di danze, che creano in alcuni momenti quasi un gioco illusionistico. Tale affermazione ha però allontanato la Settima dal suo nucleo generativo: che non è affatto la danza, né astratta, né concreta, né sublime, né volgare, bensì, come ognuno può facilmente constatare con le proprie orecchie, il ritmo. Il concerto si apre con due celebrati brani wagneriani – l’ouverture del Tännhauser e il Preludio e morte di Isotta.

Segreteria Opera della Primaziale Pisana
Info tel 0503872229/210 fax 050560505
www.opapisa.it

di Susanna Persichilli

Nuove Carriere a Torino

25 ottobre 2006

Nuove Carriere a Torino
Si svolgerà a Torino dal 26 al 29 ottobre la nuova edizione di Nuove Carriere. Da sempre impegnato a favorire l’inizio della carriera dei giovani musicisti italiani, il CIDIM ha creato iniziative quali Suono Giovane, Galleria di Suoni, Concertiamo, il Bando di Ascolto Rec & Play, dal quale sono stati scelti i giovani presenti quest’anno. I musicisti infatti sono stati selezionati, dopo un lungo ed accurato lavoro di ascolto, dalla Commissione Artistica del CIDIM formata da Aldo Bennici, Pietro Borgonovo, Filippo Juvarra, Giorgio Pugliaro.

Nuove Carriere a Torino
Si svolgerà a Torino dal 26 al 29 ottobre la nuova edizione di Nuove Carriere. Da sempre impegnato a favorire l’inizio della carriera dei giovani musicisti italiani, il CIDIM ha creato iniziative quali Suono Giovane, Galleria di Suoni, Concertiamo, il Bando di Ascolto Rec & Play, dal quale sono stati scelti i giovani presenti quest’anno. I musicisti infatti sono stati selezionati, dopo un lungo ed accurato lavoro di ascolto, dalla Commissione Artistica del CIDIM formata da Aldo Bennici, Pietro Borgonovo, Filippo Juvarra, Giorgio Pugliaro. Durante la rassegna è previsto un incontro di operatori musicali e musicisti per una verifica e un’analisi delle prospettive della musica in Italia. Si tratta di uno spazio utilizzato per ascoltare dalla voce dei più eminenti esponenti dell’organizzazione musicale italiana e di molti musicisti, i provvedimenti più urgenti per un rilancio delle attività musicali nel nostro Paese.
I protagonisti della rassegna, tutti giovanissimi, sono i violinisti Stefano Mhanna, Laura Marzadori, Markus Placci, Edoardo Zosi; i pianisti Leonora Armellini, Vanessa Benelli Mosell, Gabriele Carcano, Roberto Plano, Michele Sampaolesi; la soprano Serena Daolio; il clarinettista Angelo Montanaro e il violista Giuseppe Russo Rossi. Saranno affiancati dalla solida professionalità di pianisti come Roberto Arosio, Leonardo Bartelloni, Maria Clementi e Viviana Velardi. Le formazioni cameristiche presenti sono: Eolo Ensemble (ance), il Trio Broz (archi) e il David Trio. I concerti si svolgeranno in luoghi di particolare valore artistico cme la Sala del Conservatorio “G. Verdi” di Torino,Villa della Regina, Reggia di Venaria Reale. Hanno collaborato alla realizzazione di questa edizione istituzioni musicali prestigiose come il Teatro Regio, l’Unione Musicale, l’Orchestra Filarmonica di Torino, l’Accademia di Musica di Pinerolo.

Segnaliamo i concerti dedicati agli archi:
Giovedì 26 ottobre
Sala del Conservatorio “G. Verdi” di Torino
Laura Marzadori, violino
Roberto Arosio, pianoforte

Venerdì 27 ottobre
Trio Broz
Barbara Broz, violino
Giada Broz, viola
Klaus Broz, violoncello

Sabato 28 ottobre
Teatro Vittoria
Markus Placci, violino
Leonardo Bartelloni, pianoforte
Teatro Regio – Sala del Toro
David Trio
Claudio Trovajoli, pianoforte
Daniele Pascoletti, violino
Giovanni Gnocchi, violoncello

Teatro Regio
Orchestra Filarmonica di Torino
Daniele Giorgi, direttore
Stefano Mhanna, violino
Leonora Armellini, pianoforte
Serena Daolio, soprano

Domenica 29 ottobre
La Reggia di Venaria Reale
Edoardo Zosi, violino
Maria Clementi, pianoforte
Angelo Montanaro, clarinetto
Giuseppe Russo Rossi, viola
Viviana Velardi, pianoforte

Luoghi delle Manifestazioni
Conservatorio Statale di Musica “G. Verdi” di Torino
Accademia di Musica di Pinerolo
Villa della Regina
Teatro Vittoria
Teatro Regio di Torino
Reggia di Venaria Reale

Info: CIDIM – Comitato Nazionale Italiano Musica
Largo di Torre Argentina, 11 – 00186 Roma
tel: 06 6819 06 58 / 42 – fax: 06 6819 0651
e-mail: direzioneartistica@cidim.it – www.cidim.it

di Susanna Persichilli

FRANCESCO MARIA VERACINI: GENIO E SREGOLATEZZA.

Il Settecento musicale è costellato di figure di grande rilievo nel doppio ruolo di compositori e virtuosi del violino. Basti pensare a Corelli, Torelli, Vivaldi, Tartini, Locatelli, Nardini e altri. Tra tutte queste personalità, che hanno in comune la ricchezza di esperienza a livello europeo, spicca Francesco Maria Veracini, un personaggio originale per alcuni aspetti caratteriali che certamente influenzarono la sua produzione musicale.

F.M.Veracini nasce a Firenze il 1° Febbraio 1690 da Maria Elisabetta e da Agostino, uno dei pochi uomini della famiglia a non aver intrapreso la carriera di compositore-violinista.

Il nonno paterno era un noto violinista e compositore come lo zio Antonio con cui Francesco Maria intraprende gli studi.

I suoi studi si completano con Giovanni Maria Casini, organista nella cattedrale di S. Maria del Fiore, e in Germania grazie al musicista Giuseppe Antonio Bernabei.

Nella prima metà degli anni ’10 Veracini si reca e si ferma a Venezia dove suona come solista nella Basilica di S.Marco e in altre chiese della città in occasione delle funzioni religiose; entra in contatto con Albinoni e Vivaldi ed è proprio da qui che inizia la sua brillante carriera internazionale.

All’epoca Francesco Maria è poco più che ventenne ed è già accompagnato da una fama leggendaria: pare che G.Tartini, dopo averlo ascoltato suonare a Palazzo Mocenigo (forse nel 1712), sarebbe rimasto talmente colpito e nello stesso tempo mortificato dal virtuosismo del rivale, specialmente nella tecnica dell’arco, che decise di ritirarsi ad Ancona per perfezionare l’arte. Questa notizia sembra avvalorata dal fatto che fu diffusa dal musicista Antonio Vandini, molto vicino a G.Tartini.

Sempre a Venezia, Veracini conosce Federico Augusto di Sassonia al quale dedica una raccolta di 12 Sonate che escono in stampa. Il principe lo assume nel 1719 a servizio a Dresda, con il compito di scegliere cantanti italiani per la stagione d’opera; inoltre gli assegna un ruolo stabile nell’orchestra della cappella come solista, con salario forse superiore a quello dei musicisti più in vista della città. Questa posizione non gli rende la vita facile: nell’ambiente nascono malumori e rivalità, tanto che, pare, in un eccesso di follia o d’ira, Veracini nel 1722 si getta dalla finestra di un edificio fratturandosi una gamba della quale rimane zoppo.

Veracini, più tardi a tal proposito, allude ad un intrigo che sarebbe stato ordito per invidia e gelosia.

Altri storici del periodo, invece attribuiscono l’evento all’eccentricità del compositore, al suo carattere

particolare. Difatti, da alcune testimonianze raccolte da suoi contemporanei e dai suoi stessi scritti si evidenzia la stravaganza, la presunzione, l’arroganza e la determinazione a difendere a tutti i costi la propria indipendenza e libertà, come da ogni buon fiorentino verace.

Difatti, ad eccezione del periodo di Dresda, Veracini si guarda bene dal mettersi al servizio o dal vincolarsi troppo ad uno stesso signore; sceglie i rischi della libera professione e riesce a difendere la propria autonomia soprattutto grazie al suo virtuosismo che prende corpo e si realizza perlopiù in sonate anziché in concerti.

I suoi contemporanei spesso interpretano questi tratti caratteriali, questa volontà di indipendenza e di seguire il proprio demone interiore, come follia.

Lo storico musicale Charles Burney (1726-1814), nella sua opera di storia della musica “A general history of Music from the earliest Ages to the present Period” (1789) vol.2, cita aneddoti e storielle sulla stravaganza di Veracini e per definire il suo temperamento, utilizza l’espressione italiana “capo pazzo”, testa matta.

La sua produzione musicale risente sicuramente di questa originalità evidenziando percorsi controcorrente rispetto all’evoluzione della musica settecentesca.

Nelle sue opere si possono cogliere aspetti conservatori e nel contempo innovativi; lo stile compositivo risente delle sue esperienze tedesche, inglesi e veneziane, e ancora, dell’influenza corelliana. E’ un autore che compone con stili diversificati e l’ascolto dunque attrae per l’aspetto sfuggente, mai univoco. Comunque il tratto fondamentale e innovativo del Veracini consiste nell’invenzione del trattamento affettivo delle melodie strumentali intese in senso perlopiù operistico, lirico e cantabile. In buona sostanza, a differenza di quasi tutti gli altri violinisti-compositori italiani dell’epoca, le opere di Veracini sono costituite da opere teatrali e cantate, e musica sacra soprattutto nei suoi ultimi anni.

Dal punto di vista tecnico-virtuosistico Charles Burney mette in evidenza la “sua tecnica dell’arco, il suo trillo, i suoi sapienti arpeggi e un timbro così sonoro e chiaro che poteva essere udito anche attraverso la più folta orchestra di una chiesa o di un teatro”.

Ma torniamo alle vicende della sua vita: una nuova ripresa della sua attività si verifica con il trasferimento a Londra nel 1733 dove rimane fino al 1738, e poi dal 1741 al 1745. Qui egli si esibisce come solista nei teatri e come autore di melodrammi per la compagnia italiana “Opera of the Nobility”, rivale del maestro tedesco Georg Friedrich Haendel con il quale, più tardi, avrà comunque contatti. Sempre a Londra compone quattro opere cantate per il King’s Theatre.

Nel 1745 lascia l’Inghilterra e durante l’attraversamento della Manica subisce un naufragio in cui si salva, ma perde i suoi due preziosi violini Stainer soprannominati, secondo C.Burney, S.Pietro e S.Paolo.

Da quest’ultimo episodio c’è un vuoto d’informazioni fino a giungere al 1750, anno in cui Veracini torna nella sua Firenze e viene nominato maestro di cappella in alcune chiese. Come già detto, negli ultimi anni si occupa di musica sacra e stila manoscritti che riguardano la teoria musicale.

Le ultime composizioni si contraddistinguono per l’accento al contrappunto e alla musica polifonica e per una maggior presenza dell’attività del basso. Fra le opere scritte risaltano “Dissertazioni sopra l’opera quinta del Corelli”, e “Il trionfo della pratica musicale” in cui, sconfinando spesso in toni espressivi pedanti e polemici, muove una critica allo stile omofonico, anche se da lui stesso trattato in passato, perché a suo avviso ormai sorpassato, monotono e risultato dell’ignoranza.

Veracini muore solo, a Firenze il 31 Ottobre 1768. Il funerale viene organizzato per sua volontà in pompa magna e, sempre per suo volere, la grossa eredità viene divisa in tante piccole parti: alla fedele serva, ai suoi allievi, ai poveri della città e perfino ai parenti con i quali non andava molto d’accordo… E pensare che per anni aveva minacciato la moglie di accoltellarla e diseredarla a favore di una vedova inglese! Lei invece è scomparsa diversi anni prima, per un “accidente”; il corpo di Veracini le riposa accanto nella tomba di famiglia presso la chiesa d’Ognissanti a Firenze.

La conclusione alle parole dello scrittore Charles de Brosses che, dopo averlo ascoltato a Firenze nel 1745,così lo definisce: “…il primo, o almeno uno dei primi violinisti in Europa…” giudicando la sua esecuzione “…esatta, sapiente, nobile e precisa, seppur piuttosto priva di grazia…”.

Bibliografia essenziale: * John Walter Hill: “The life and works of Francesco

Maria Veracini”, UMI RESEARCH PRESS, 1979.

Nota: Articolo a cura di Grazia Rondini.

MAXIM VENGEROV PREMIA IL VINCITORE RUSSO DEL I° PICCOLO VIOLINO MAGICO

01 settembre

Dmitry Smirnov, 12 anni, ha vinto la 1/a edizione del Concorso Internazionale per Giovanissimi Violinisti e Orchestra IL PICCOLO VIOLINO MAGICO conclusasi ieri sera a Portogruaro.

Il neo-vincitore, proveniente da San Pietroburgo, si è aggiudicato, oltre all’ammissione a una masterclass presso la Scuola di Musica di Fiesole, una borsa di studio di 5,000 Euro. Smirnov, che ha iniziato lo studio del violino a 4 anni, è risultato anche vincitore del Premio Speciale della giuria grazie al quale la Fondazione Pro Canale onlus di Milano gli ha affidato in prestito gratuito per un anno un violino Giuseppe Gagliano (1782). Smirnov è stato premiato da Maxim Vengerov, considerato il più grande violinista dell’ultima generazione, giunto appositamente in Italia per essere presente alla finale del Concorso su invito del direttore artistico Pavel Vernikov. Insieme a Smirnov e all’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Lev Markiz Vengerov ha eseguito la parte del secondo violino nel Concerto in re minore di Bach per due violini e orchestra. 2° classificata, Kim Ye Rang (12 anni, Corea del Sud), 3° Thomas Lefort (12 anni, Francia), 4/a Ririko Noborisaka (11 anni, Giappone).

CENNI DI STORIA DELLA LIUTERIA CREMONESE (II parte)

20 giugno 2006

La seconda parte dell’articolo che Grazia Rondini ha dedicato alla storia della liuteria Cremonese, scritto come sempre con stile divulgativo ed appassionato.

IL “TARDO” STILE CREMONESE (II metà del ‘700 – periodo moderno).

Abbiamo visto che, probabilmente a causa della concorrenza della liuteria di altre città italiane, dalla seconda metà del ‘700 la produzione cremonese è meno raffinata e precisa. In questo periodo si assiste a una flessione della richiesta di strumenti nuovi, sia per la concorrenza di liutai che ormai risiedono in altre città, sia per la riduzione del mercato. Gli strumenti di questo periodo sono semplificati, meno personalizzati e ricercati; la scelta dei materiali non è più così fondamentale, perchè, come già detto, i liutai mirano a ridurre le spese. Paradossalmente, l’opera di Antonio Stradivari segna sia l’apice della liuteria cremonese, sia il principio della sua decadenza. Alla morte dei suoi figli, Francesco e Omobono, la bottega passa nelle mani di Carlo Bergonzi, liutaio di grande talento che muore molto presto (1747), lasciando pochissimi strumenti.

LA DINASTIA BERGONZI

I violini e maggiormente i violoncelli di Carlo Bergonzi posseggono una grande bellezza di forme e una grande purezza di suono; portentoso è il lavoro delle chiocciole e splendida la vernice dei suoi strumenti. E’ da notare che egli colloca le SS un poco più in basso di quel che faceva Antonio Stradivari e che, in alcuni particolari, sembra accostarsi allo stile del grande Guarneri Del Gesù: alcuni esperti hanno concluso che egli abbia mirato a fondere insieme le migliori qualità dei due famosi predecessori. Alla sua morte, i figli Michele Angelo e Zosimo, rilevano l’attività. Michele Angelo pare non abbia formato nessun apprendista forse a causa, anche lui come il padre, di una morte precoce (1721-1758), mentre Zosimo nella propria bottega forma i figli Nicola (1754-1832) e Carlo II (1757-1836). Sebbene Nicola dimostri chiaramente la volontà di recuperare la raffinatezza del nonno, all’atto pratico i suoi strumenti falliscono. Carlo II è il liutaio meno conosciuto della famiglia e pare che collabori saltuariamente e con impegno discontinuo con il fratello Nicola. Per questo motivo si pensa che si sia dedicato maggiormente allo studio e alla costruzione di chitarre, limitandosi alla realizzazione sporadica di violini e viole.

LORENZO STORIONI

Lorenzo Storioni (1744-1816) è il liutaio più conosciuto e apprezzato del periodo “tardo cremonese”; su di lui non esiste nessuna informazione che faccia pensare ad un apprendistato presso botteghe di altri liutai, probabilmente è un autodidatta. Storioni è un artista straordinario e forse è l’unico di questo periodo di cui si possa dire che abbia risollevato le sorti della liuteria cremonese. Egli non vuole riprodurre l’eleganza e la raffinatezza dei maestri cremonesi, ma vuole lasciare un’impronta che qualifichi lo strumento con caratteristiche personali, tutto il resto lo considera superfluo e ornamentale. Per questo motivo i suoi strumenti sono quasi tutti diversi l’uno dall’altro. Va ricordato, inoltre, che in questo periodo gli esemplari delle famiglie Amati, Guarneri e Stradivari sono oramai scomparsi da Cremona ed è forse questo il motivo che forse rende più difficile il suo lavoro, anche se pare molto probabile che siano stati gli strumenti dei suoi illustri predecessori, la principale fonte d’ispirazione. Lorenzo Storioni, intanto, alleva nella bottega Giovanni Rota che ben presto lascerà la città per aprire bottega a Mantova dove, però, lavorando autonomamente, non riuscirà a creare uno stile personale. Alla scomparsa di Storioni, la bottega in Contrada Coltellai passa nelle mani di Giovanni Battista Ceruti.

LA DINASTIA CERUTI

Giovanni Battista Ceruti (1756-1817) in realtà non è mai stato allievo diretto di Storioni, però si può definire il suo erede diretto in quanto le sue scelte appaiono raffinate e si avvicinano alle linee degli antichi maestri. Pare abbia lasciato 365 strumenti. Suo figlio Giuseppe (1785-1860) opera nella bottega del padre di cui tenta di seguirne le orme stilistiche, anche se le notizie storiche non lo descrivono come un liutaio di successo. Il figlio di Giuseppe, Enrico (1806-1883) eredita la bottega e gli insegnamenti di padre e nonno; evita comunque di imitare i modelli classici di Stradivari e Guarneri come fanno i suoi colleghi all’estero. Egli ritiene che l’imitazione lasci poco spazio alla creatività del liutaio. E con la sua morte, si può definire conclusa la produzione dei violini di classe di Cremona.

EPILOGO DELLA SUPREMAZIA DELL’ATTIVITA’ LIUTARIA CREMONESE

All’attività dei Ceruti a Cremona corrisponde l’attività rivale Torinese ad opera di G.F.Pressenda (1777-1854) e del suo allievo G.Rocca (1807-1865), fedeli agli antichi modelli cremonesi. A Cremona l’unico continuatore di Enrico Ceruti è Gaetano Antoniazzi (1825-1897) che però è anche l’autore del definitivo spostamento della scuola di liuteria al capoluogo lombardo. Antoniazzi si trasferisce a Milano con i figli e qui afferma la sua attività proseguendo le orme delle antiche tradizioni cremonesi, nel periodo che va fra la fine dell’ottocento e il primo novecento. Egli dimostra notevole preparazione di liutaio ma purtroppo la sua opera alterna strumenti di ottima fattura ad altri di scarsa qualità e grossolanità. Nello stesso periodo, e giungendo fino al periodo “moderno”, a Cremona l’attività si può definire scarsa, di poca rilevanza sia dal punto di vista commerciale che qualitativo; i rappresentanti più significativi sono Pietro Grulli (1831-1898), Aristide Cavalli e Giuseppe Beltrami (primi anni ’30 del novecento) che lavorano perlopiù per violini di serie, talvolta rozzi, ormai con pochi riferimenti alla liuteria classica cremonese. Alla Scuola Cremonese va, comunque, il merito di aver portato l’arte della liuteria alla sua maggiore perfezione e di aver generato quasi tutte le altre scuole. A lei si possono riconnettere quelle di Bologna, Modena, Venezia, Udine, Milano, Genova, Firenze, Napoli, o perchè derivate da allievi di maestri cremonesi o perchè influenzate dai modelli di quei costruttori.

Bibliografia essenziale:
– “Guida alla liuteria cremonese” Ed. Cremonabooks
– “Storia del violino, dei violinisti e della musica per violino” di Arnaldo Bonaventura Ed.Lampi di Stampa

Grazia Rondini

CENNI DI STORIA DEL PERIODO CLASSICO DELLA LIUTERIA CREMONESE (1505-1744). (I Parte)

15 maggio 2006

La nostra Grazia Rondini compie per noi una interessante panoramica in due parti sulla storia della liuteria classica. L’articolo non intende essere esaustivo, ma fornisce all’appassionato di liuteria indicazioni utili riguardo i più importanti personaggi che hanno caratterizzato la leggendaria liuteria cremonese. Anche il liutaio e l’appassionato esperto troveranno utili spunti che potranno essere discussi nel nostro forum.

Premessa

Presso l’università del South Dakota, nella cittadina di Vermillion, sorge l’America’s National Music Museum che custodisce 17 preziosi strumenti fra Stradivari, Amati, Guarneri, Bergonzi e Storioni. Qui, l’anno scorso, in occasione del cinquecentenario della nascita di Andrea Amati si è svolto il simposio internazionale “Segreti, vita e violini dei grandi liutai cremonesi, 1505-1744”. Il tema più interessante attorno a cui gli interventi dei relatori si sono alternati è stata la domanda: ”Perché Cremona e non la più prosperosa Venezia?” L’ipotesi più accreditata è stata che gli Amati e gli altri facevano ricerca fondamentale in geometria, applicata sul violino stesso, sia per migliorare la sonorità acustica che l’estetica; inoltre sono stati chimici geniali in grado di conferire agli strumenti gioventù e bellezza per secoli.
In conclusione il segreto dei liutai cremonesi sembra sia stata la scienza. Il fondatore di questa liuteria “di lusso”, che affermò la supremazia della città di Cremona nel mondo per una durata di un secolo e mezzo, è stato Andrea Amati.

LE FAMIGLIE CHE CONTRADDISTINSERO IL PERIODO “D’ORO”.
LA DINASTIA DEGLI AMATI
L’origine del violino è ancora avvolta nell’oscurità anche se alcuni documenti la fanno risalire a circa 500 anni fa. Cremona si distinse subito grazie all’attività di una sola famiglia, gli Amati, che produssero strumenti di alta qualità e pregio, soddisfacendo le richieste di corti italiane e straniere. Quindi si può affermare con certezza che il fondatore della scuola liutaria cremonese fu Andrea Amati, il capostipite della famiglia, che nacque nel 1505. La più significativa testimonianza della fama raggiunta dalla liuteria Amati nella seconda metà del ‘500 fu l’ordinazione di strumenti destinata alla costituzione di un’intera orchestra per la Corte di Francia. Questi strumenti vengono rifiniti con la massima accuratezza; decorazioni con simboli allegorici e dipinti raffigurano le armi del re di Francia Carlo IX. Grazie a questo evento Andrea Amati raggiunse il vero successo commerciale, e alla sua morte (1577) lascia ai due figli, Antonio e Gerolamo, un’attività e una bottega ben avviata. I due lavorano per molto tempo assieme ed è per questo che sui loro strumenti apposero etichette con entrambi i nomi e oggi sono noti come i “fratelli Amati”. Se il padre Andrea pose le basi di cosa fosse lo strumento violino, fissando canoni e caratteristiche validi ancora oggi, ai figli va il merito di aver lavorato a stretto contatto con musicisti e quindi aver affinato le conoscenze sulle sonorità, sempre realizzando strumenti di altissima qualità. Alla morte di Gerolamo (1630) successiva a quella di Antonio(1607), l’attività viene rilevata dal figlio del primo, Nicolò, che per anni, grazie anche alla sua raffinatezza ed esperienza, diventa l’unico punto di riferimento mondiale, privo di rivali per chi avesse voluto acquistare strumenti di un certo pregio. Dopo la morte di Nicolò nel 1684 il figlio Gerolamo, anche se abile liutaio non riesce comunque ad ottenere lo stesso successo dei suoi predecessori.

LA DINASTIA DEI GUARNERI
Da questo momento il predominio dell’attività liutaria a Cremona e nel mondo passa ad un’altra dinastia familiare, quella dei Guarneri che ha come fondatore capostipite Andrea (1623-1698), già allievo promettente di Nicolò Amati. Questa famiglia di liutai sarà attiva per oltre mezzo secolo sia a Cremona sia in altri centri dell’Italia del nord, grazie ai due figli di Andrea: Pietro il primogenito e Giuseppe detto anche “filius Andreae”. Mentre Pietro prosegue l’arte appresa dal padre aprendo una bottega a Mantova, Giuseppe eredita la bottega paterna mettendo in pratica tecniche di eccellente livello. Giuseppe ebbe a sua volta un figlio chiamato anch’egli Giuseppe (1698-1744)che si può ritenere il più celebrato della famiglia, noto anche come “del Gesù”. Giuseppe, figlio e nipote d’arte, viene istruito nella bottega di famiglia e col tempo matura una tecnica e uno stile originali che si distaccano dalla tradizione cremonese. Dopo il 1740 Giuseppe Guarneri, spinto dalla ricerca a migliorare l’acustica dei suoi strumenti realizza alcuni violini dall’aspetto e conformazione totalmente innovativi come il celebre “cannone” di Paganini. E’ in tal periodo che acquisisce il soprannome “del Gesù” derivante da un bollo che riporta una croce con le lettere IHS (probabile segno della sua devozione a Gesù) che applica sulle etichette dei suoi strumenti. Dopo la sua morte le sue opere vengono dimenticate per essere poi rivalutate e apprezzate più tardi, nell’età romantica.

ANTONIO STRADIVARI
Quasi contemporaneamente all’opera dell’ultimo esponente della famiglia Guarneri, e precisamente nel 1680, lo sconosciuto Antonio Stradivari acquisisce una enorme e lussuoso edificio nello stesso isolato in cui operano e vivono gli Amati e i Guarneri. Di Antonio Stradivari non si conoscono le origini e la provenienza, né la preparazione; forse è nato a Cremona nel 1644 ca., forse anche lui, come Andrea Guarneri, è apprendista di Nicolò Amati. E’ questo il motivo per cui si dice che sia apparso quasi improvvisamente sul mercato cremonese dove in poco tempo acquisisce la supremazia nel settore degli strumenti di grande pregio. La produzione della bottega è rilevante anche dal punto di vista quantitativo ed è presumibile che abbia sostituito ben presto quella degli Amati. Molti i nobili del tempo che si sono rivolti a lui per ordinare strumenti dalle rifiniture di lusso, destinati alle piccole orchestre di corte. Questo genere di produzione risale al primo periodo di attività stradivariana e si rifà ai canoni e ai modelli “Amati”; nel contempo apporta però alcune modifiche nella cassa armonica che si allunga, e nell’impostazione delle bombature del fondo e della tavola. Più tardi, all’età di oltre sessant’anni, Antonio Stradivari modifica ulteriormente il suo modello e lo stile di rifinire: gli strumenti di questo periodo oggi sono considerati i canoni di riferimento nella storia del violino, e fondamentali nella formazione di molti liutai. Oltre che del violino Stradivari si occupa anche del violoncello introducendo anche qui innovazioni fondamentali: riducendo la forma della cassa armonica ottiene strumenti più maneggevoli favorendo così, la diffusione dello strumento non più solo come accompagnamento ma anche come strumento solistico. Nella sua bottega Antonio Stradivari è accompagnato dai due figli Francesco nato nel 1671 e Omobono nato nel 1679. Quando nel 1737 Antonio Stradivari muore i figli hanno rispettivamente 58 e 66 anni ed ereditando un’enorme fortuna economica non sentono l’esigenza di continuare necessariamente l’attività e comunque la loro produzione da questo momento è caratterizzata da un livello qualitativo assai inferiore a quella del padre. Scompaiono a pochi anni di distanza dal padre, e l’uno dall’altro: Omobono nel 1742 e Francesco nel 1743.

DECLINO DEL PERIODO D’ORO E NASCITA DELLO STILE “TARDO CREMONESE”
L’anno 1744 , con la scomparsa di esponenti delle famiglie Amati, Guarneri e Stradivari, viene generalmente indicato come la data in cui la grande liuteria cremonese termina, ma in realtà approfondendo gli avvenimenti che la seguirono, ci accorgiamo quanto sia più appropriato parlare di graduale declino più che di fine improvvisa. Le cause di questo declino sono state diverse: alcune famiglie di liutai trasferivano la loro attività in altre città del nord Italia come Torino e Milano; nel contempo in questo periodo storico vi è una forte riduzione nella richiesta di strumenti nuovi. Quindi assistiamo alla crescita di una concorrenza che probabilmente spinge i liutai cremonesi ad un’attività non più caratterizzata da ricercatezza di materiali e vernici pregiati; essi forse sono solo preoccupati di ridurre le spese dei loro laboratori e i prezzi dei loro strumenti. Nel prossimo articolo incontreremo i rappresentanti di questa fase, fino a giungere al periodo cosidetto “moderno” dell’attività liutaria cremonese.

 

Venezia e il prete col violino

22 marzo 2006

E’ una biografia dell’abate violinista e compositore Antonio Vivaldi, ma non solo: una lettura piacevole e allo stesso tempo seria e attendibile grazie all’autore, frequentatore di archivi e segugio di documenti, che è riuscito a creare un”immagine di Vivaldi con i suoi vizi e le sue virtù.

L’immagine finale è priva degli svolazzi dei biografi che sovente hanno romanzato quello che non c’era.
Così l’autore richiama gli scritti di C.Goldoni, secondo cui Vivaldi era un eccellente suonatore di violino ma un abate che “rinuncia a dir messa” giustificandosi con una malattia definita come “strettura di petto” che gli impedisce di svolgere la sua funzione ecclesiastica al punto da dover abbandonare, talvolta all”improvviso, l”altare; ma che poi ci insospettisce in quanto capace di affrontare una mole di impegni musicali e teatrali. Nel corso della lettura incontriamo richiami alla sua tecnica e pratica violinistica, al suo virtuosismo riportati su documenti scritti da personaggi dell”epoca presso i quali Vivaldi era stato ospite.Il barone Von Uffenbach così descrive la pratica delle posizioni sovracute: “… Egli saliva con le dita fino a un pelo dal ponticello, tanto da non lasciare quasi più spazio per l”arco…”.
Formichetti ci ricorda anche le tracce dell”influenza di Vivaldi sulle composizioni di maestri indiscutibili dell”epoca e sulla formazione dello stesso J.S.Bach. Quindi, biografia, ma non la solita biografia come dicevo sopra, in quanto l”autore ha saputo trasferirsi e immergere la figura di Vivaldi nella sua affascinante Venezia dell”epoca: una Venezia dissoluta, cosciente della fine di un periodo storico che l”aveva vista protagonista e che proprio per questo si opponeva al cambiamento esprimendo un autunnale incendio di vitalità che aveva il fascino e il brivido dell’imminente dissoluzione. Venezia in quegli anni era una sorte di grande ammaliatrice di bel vivere europe che nel contempo era capace di offrire un connubio di arte e musica come nessuna città al mondo. Così il Nostro, chiamato anche “prete Rosso” per la capigliatura che aveva di tal colore, ci appare come un personaggio esuberante e contradditorio, partecipe e vivo nella società del suo tempo. “Venezia e il prete col violino” di Gianfranco Formichetti
edizioni Tascabili Bompiani (euro 8).

Grazia Rondini

Basso elettrico, contrabbasso e tuba

22 marzo 2006

Di Fiorenzo Bernasconi: Basso elettrico, contrabbasso e tuba sono strumenti diversi, ma tutti accomunati dalla pratica dell’accompagnamento musicale, laddove la funzione del basso è quella di sottolineare la fondamentale dell’accordo e di contribuire alla formazione del ritmo.

Il presente metodo parte da questo presupposto e, pur utilizzando la notazione tradizionale, si rivolge sia al principiante, sia a chi ha già pratica strumentale, proponendo – in modo graduale – accompagnamenti estremamente liberi, basati sull’interpretazione degli accordi usati nella musica jazz. Il volume è accompagnato da un utile CD, con la registrazione di brani tradizionali e alcune composizioni inedite su cui esercitarsi. Direttamente dalle parole dell’autore, Fiorenzo Bernasconi:
“Lo spunto per scriverlo di getto è nato da un fatto triste: lascomparsa, a distanza di un mese uno dall’altro, di due amici musicisti: Francesco Montori (carissimo amico polistrumentista, concui ho suonato molto negli ultimi anni) e Mario Pezzotta (trombonistache prima della guerra mosse i primi passi in banda, per poi giungere alla notorietà: orch. Kramer, Scala, RAI, Cons. di Verona,…). Io non sono un pigro, ma ogni tanto mi dico “Lo farò domani”. Ora è benericordare che il domani non sempre esiste, e che alcune cose non fatte restano irrimediabilmente tali. Da qui è nata la spinta a scrivere illibro, esplicitamente dedicato ai due amici, come una specie di muto dialogo, dicendomi spesso:”Cosa direbbe l’uno, cosa direbbe l’altro?”Insomma un metodo, ma a leggerlo bene, una specie di chiacchierata ideale, con alle spalle quasi trent’anni di insegnamento. L’ideale utente è il principiante o anche chi, sapendo già suonare, vuole fare una pausa di ripasso. A me pare che sulle basi si possa suonare conprofitto e anche divertendosi. Come si può constatare l’approccio è atipico, perché coinvolge strumenti apparentemente diversi ma accomunati nella funzionedell’accompagnamento.” In vendita presso i negozi di musica e online all’indirizzo: www.berben.it

Gidon Kremer e la Kremerata Baltica

21 marzo 2006

CONCERTI DI MOZART E… DINTORNI – Gidon Kremer. Il gruppo, e il suo maestro, tornano Venerdì 7 aprile all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con uno dei suoi imprevedibili concerti.
 “Kremerata” è un gioco di parole fra Camerata, intesa come complesso strumentale, e il nome del grande, grandissimo violinista (tra i massimi dei nostri tempi) che la fondò nel 1997: Gidon Kremer. Il gruppo,e il suo maestro, tornano Venerdì 7 aprileall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con uno dei suoi imprevedibili concerti: un curioso percorso di avvicinamento aMozart nell’anno del 250enario della sua nascita, interamentegiocato sul dialogo tra passato e contemporaneo: tre compositoriviventi, un polacco e due russi, rimeditano con fantasia e ironia (è il caso dei 5 minuti dalla vita di W.A.M. – Wolfgang AmadeusMozart…- di Alexander Raskatov, del brano di Auberbach,ispirato allo Stabat Mater di Pergolesi, del pezzo di Gorecki,dal significativo titolo Tre pezzi in stile antico) i canoni musicali del secolo di Amadeus, e preparano all’ascolto del suoQuinto ed ultimo Concerto per violino e orchestra K 219, eseguito da Gidon Kremer con il suo prezioso Guarneri del Gesù del 1730, e della spensierata Serenata Notturna K 239. La Kremerata si chiama Baltica, perché fu precisa intenzione del suo fondatore riunire giovani musicisti provenienti dalle tre, allora giovani, Repubbliche Baltiche (Lettonia, Estonia e Lituania) motivandoli con un credo artistico che considera la musica un meraviglioso dono all’umanità intera. I progetti della Kremerata, tutti confluiti in fortunate incisioni discografiche, accostano con disinvoltura Vivaldi, Astor Piazzolla, le colonne sonore del Cinema, Mozart, e compositori di oggi che hanno scritto pezzi proprio per Kremer e la sua orchestra. Tra i meriti di Kremer, c’è anche quello di essersi impegnato in prima persona e con tanto entusiasmo, non solo nella fondazione di una propria orchestra, ma anche in una strenua e convinta promozione della musica contemporanea presso il grande pubblico. Tanta passione ha richiamato nel corso degli anni i più prestigiosi solisti e direttori d’orchestra, che nella collaborazione con la Kremerata hanno trovato l’opportunità di fare musica secondo criteri decisamente inediti ed originali.
Venerdì 7 Aprile ore 21 – Sala Santa Cecilia – Auditorium Parco della Musica Kremerata Baltica Gidon Kremer direttore e violinista Gorecki Three pieces in old style Auerbach Dialogues on Stabat Mater Raskatov 5 Minuten aus dem Leben des W.A.M. Mozart Concerto per violino e orchestra K. 219 Mozart Serenata notturna n.6 in Re maggiore K. 219
Info 06 80 82 058 www.santacecilia.it