
Lo scorso 3 Marzo, si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza il Quartetto Modigliani, per il ciclo Minerva della Istituzione Universitaria dei Concerti (I.U.C.).
Questa la composizione e il programma del quartetto:
- Amaury Coeytaux, violino
- Loïc Rio, violino
- Laurent Marfaing, viola
- François Kieffer, violoncello
Programma:
- Joaquín Turina La oración del torero op. 34
- Joseph Haydn Quartetto in fa maggiore op. 77 n. 2 Hob III: 82 “Lobkowitz”
- Maurice Ravel Quartetto in fa maggiore

Non bisognerebbe mai parlare di un concerto a partire dagli strumenti, poiché una regola non scritta dal buon senso vuole che sia sempre la musica la protagonista assoluta dell’evento, non i mezzi con cui viene eseguita.
Ma l’eccezione è d’obbligo perché in questo caso davvero non si può fare a meno di notare come il Quartetto Modigliani si presenti con un biglietto da visita di altissimo livello:
- Primo violino Stradivari 1715 “Prince Leopold”.
- Secondo violino Giovanni Battista Guadagnini 1780.
- Viola Giuseppe Guadagnini 1780.
- Violoncello Matteo Goffriller 1706.

Certamente, la musica e la bravura dei musicisti hanno sempre l’ultima parola, ma personalmente penso di non aver mai udito uno Stradivari dal suono così bello. Memorabile per me fu quello suonato da Mariana Sirbu nel Trio di Milano, uno Stradivari del 1702 “ex Conte de Fontana”, appartenuto ad Ojstrach: un’immensità di suono nella semplicità di uno strumento a quattro corde, la cui soavità e ampiezza di suono mai fu dimenticata.

In questa occasione, lo Stradivari del 1715 nelle capacissime mani di Amaury Coeytaux ha espresso un suono di una qualità inaudita, al punto che si è rischiato più volte durante il concerto di non fare attenzione anche agli altri strumenti.
A nostro modesto parere un violino dal suono così grandioso (ricordo che questo strumento, assieme al “Cremonese 1715” e al “Soil 1714” sono tra le eccellenze assolute del cosiddetto “periodo d’oro” di Stradivari). Forse per questa ragione potrebbe essere lecito dubitare se una simile miracolosa qualità di suono sia la più adatta per suonare in un quartetto, dove il suono risultante è sempre dato dalla fusione equilibrata dei quattro strumenti.

Ma in questo caso lo Stradivari, pur nei più sommessi e discreti sussurri, ha sempre dominato la scena con discrezione.
Tenendo conto di un quartetto d’archi che si esibisce su pregiati strumenti storici, quindi una responsabilità che può mettere in soggezione anche il più esperto dei musicisti, il suono è risultato semplicemente grandioso: i musicisti non sembrano essersi fatti intimidire dalla grandi fama e qualità dei loro strumenti.
L’esecuzione del Quartetto in Fa Maggiore di Ravel ha chiuso in bellezza la serata con le sue atmosfere misteriose ed imprevedibili, offerte al pubblico in modo semplice e senza noiose sovrastrutture, che talvolta possono tradire l’insicurezza anche dei musicisti più esperti. È pur vero che lo Stradivari ha dominato in modo pressoché assoluto, ma lo ha fatto con garbo, senza annichilire gli altri strumenti. Perché la qualità di un grande strumento non è quella di sbaragliare, ma di esaltare gli altri con le proprie qualità.

Infine, alla domanda se sia tutto vero ciò che si dice intorno ai violini di Stradivari, la risposta che ci sentiamo di confermare è sì: è tutto vero. Ma non tutti gli Stradivari sono uguali, non tutti gli Stradivari sono conservati allo stesso modo, non tutti gli Stradivari sono sempre messi bene a punto. Ma soprattutto, non bisogna più parlare di “segreti”, perché per molto, troppo tempo, si sono scritte assurdità attorno alla liuteria stradivariana/cremonese, senza mai entrare nel merito di quella che è a tutti gli effetti una tradizione artistica.
Fu grazie al grande Simone Fernando Sacconi, che iniziò il percorso virtuoso di un approccio razionale alla ricerca del suono stradivariano, ma questa è un’altra lunga, bellissima storia che avremo modo di raccontare in altre occasioni.
Testo e Foto di Claudio Rampini



















