
La stagione numero 82 della IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti) si è aperta lo scorso sabato 17 ottobre con un programma molto impegnativo dedicato a Beethoven, di cui stiamo per celebrare il 200° anniversario della morte. Si sono esibiti la giovane violinista olandese Hawijch Elders, e l’Orchestra da camera Canova diretta da Enrico Pagano.
Quale scelta migliore se non affidare a giovani interpreti il concerto per violino e orchestra op. 61 e la Sinfonia n.2? A mio modo di vedere i giovani posseggono in grande quantità il dono indiscutibile della freschezza, che non necessariamente può coincidere con la maturità.

Ma assistere a concerti eseguiti da giovani interpreti non dovrebbe essere occasione di giudizio e pregiudizio: se da una parte Beethoven è un mostro sacro il cui repertorio mette spesso alla prova i talenti più acclamati, dall’altra non bisognerebbe mai trascurare il fatto che proprio i giovani interpreti possano offrire del grande compositore di Bonn esecuzioni molto convincenti e nuove, nel rispetto della prassi esecutiva.
In particolare il concerto per violino di Beethoven fa capire fin dalle primissime note se l’orchestra prima, e il violinista poi, siano all’altezza del compito. Pur non offrendo particolari difficoltà esecutive, il problema di Beethoven risiede proprio nel canto e nella sua immediata semplicità, per cui proprio i più grandi violinisti, da cui il pubblico si aspetta di più, credendo spesso di conferire al brano una particolare ventata di novità, in realtà ne esasperano i contorni.
E Beethoven sparisce ben presto dalla scena, volatilizzato completamente.
Quindi, per mia deformazione professionale di liutaio che giudica il suono prima della musica, mi trovo per forza di cose piuttosto prevenuto di fronte alla spesso concreta e triste eventualità di assistere all’ennesimo tradimento di Beethoven, che accade regolarmente nelle esecuzioni dei suoi quartetti, nelle sue sinfonie, nelle sue sonate per violino e pianoforte: Beethoven a mio parere continua a mietere vittime con il suo caratteraccio!

Ma fin dalle prime note emesse dal bellissimo Guadagnini 1755 della Elders, ogni tensione ed ansia per le sorti di Beethoven si sono sciolte come neve al sole: un bel suono italiano, ampio e generoso ha attraversato deciso la sala senza ambiguità e false cerimonie.
Anche l’orchestra è apparsa subito a proprio agio con quello che io ho percepito un gran desiderio di fare bene le cose, senza timori reverenziali o riserve mentali di alcun tipo: credo che il connubio Elders/Canova abbia iniziato da subito a dare buona prova di sé.
La cadenza, grazie al cielo e al talento della Elders, è stata semplice, immediata e diretta allo scopo: quello di creare un diversivo senza far dimenticare i temi proposti dal concerto. Ma soprattutto avendo la capacità esprimere la propria personalità in senso verticale, di profondità, non mera superficialità dettata dal bisogno di fare vedere quanto si è bravi.
Poiché è dato quasi per scontato che qualsiasi musicista che si accinge ad eseguire Beethoven ne abbia tutti i requisiti necessari, non c’è bisogno che stia lì a ricordarcelo ad ogni pié sospinto.

La Elders ha per questo espresso veramente un bellissimo, grande suono, al punto che sono rimasto stupito per tutta la durata del suo concerto, dalla potenza e la soavità del suo violino: uniforme su tutte e quattro le corde, la quarta ben definita e di giusta cupezza, la prima pervasiva ed amabile al tempo stesso, nessuna incertezza nelle posizioni alte, come pure il dialogo con le corde intermedie è avvenuto senza discontinuità, come se la violinista suonasse magicamente su una corda unica, riuscendo a coprire tutto lo spettro sonoro dello strumento.
Il dialogo tra solista e direttore è apparso anch’esso spontaneo, senza fronzoli e false cerimonie, ognuno perfettamente concentrato sul compito da svolgere: ognuno al servizio dell’altro, un bilanciamento equilibrato di tutte le forze a disposizione.

La Elders ha allietato il suo pubblico con un bellissimo “Recitativo e Scherzo-Capriccio” di Fritz Kreisler, in cui il Guadagnini ha dato una ulteriore prova della sua bellissima voce, forse uno dei violini più belli che abbia avuto occasione di ascoltare in quasi cinquant’anni di musica.
Testo e foto di Claudio Rampini








