
VERONIKA EBERLE è tornata ad esibirsi il 31 Marzo a Roma per i concerti della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), accompagnata dal pianista DÉNES VÁRJON, questo il programma della serata:
- Béla Bartòk (1881-1945) Rapsodia n.2 per violino e pianoforte BB96a Sz.89
- Ludwig van Beethoven (1770 – 1827) Sonata n.9 per violino e pianoforte op.47 “A Kreutzer”
- Béla Bartòk Rapsodia n.1 per violino e pianoforte BB94a Sz.86
- César Franck (1822 – 1890) Sonata in la maggiore per violino e pianoforte

Ciò che colpisce della Eberle è il temperamento e la grande energia: il suo modo di accompagnare il suono, di tirare l’arco e un suo certo modo di vibrare, non possono essere riassunti in una poco convincente definizione di “violinista esuberante”, poiché la musica da lei suonata non è mai esagerata, né tantomeno in esubero.
Oltretutto il pianismo discreto e puntuale di VÁRJON fornisce spunti introspettivi a getto continuo, per cui il violinista non solo non si può distrarre un attimo perché quello che è al suo fianco non è affatto un classico pianista “accompagnatore”, di solito più che propenso ad accompagnare, o peggio ancora a giustificare, il gesto del violinista, bensì di un vero e proprio protagonista alla pari, mai in secondo piano. Così come è bene evidenziato in questo caso da Bartòk, Beethoven e Franck.

Il suono di un violinista può essere bene espresso anche dalla sua mimica, che a sua volta è animata da una pulsante emotività, così che la Eberle accompagna il gesto della musica in una danza in cui la vedi bilanciarsi leggera ora sul piede sinistro, ora sul destro, soppesando una ad una le note che si vanno creando sul violino.
Sulle prime ho avuto l’impressione di tornare indietro di almeno una cinquantina d’anni, perché il suono della Eberle fa proprio pensare ai caratteri unici dei violinisti delle precedenti generazioni, l’epoca in cui esisteva solo il vinile, e per questo il musicista non entrava mai in competizione con nessuno, e nemmeno con sé stesso.

Quella della Eberle appare in sostanza una libertà assoluta, mai schiava delle convenzioni, e per questo ti avvince e non ti lascia nemmeno il tempo di pensare. Questa sua musica richiama alla mente la parola “passione”, perché la passione non si vive mai con la testa, in modo astratto.
Il violino suonato da Veronika Eberle è uno Stradivari del 1693, in uno stato di conservazione pressoché perfetto, si tratta di uno degli esemplari “Long Pattern”, cioè a dire dalle proporzioni alterate rispetto al modello classico amatiano e stradivariano, a favore di una maggiore lunghezza di cassa e di una contrazione in larghezza dei polmoni superiore ed inferiore.

Questi sono violini piuttosto rari da vedere, e ancor più da sentire, perché facenti parte di una produzione artistica limitata di Stradivari: in buona sostanza il frutto di una ricerca e della sperimentazione divisa tra stile e suono. Per questo motivo non sarebbero considerati l’apice dell’eccellenza acustica stradivariana; Charles Beare a suo tempo ne constatò un leggero calo nella risposta acustica e un suono un po’ più scuro rispetto ad altri esemplari del cosiddetto “periodo d’oro” post 1700.
Tuttavia, in mano alla Eberle il “Ries” 1693 (quello del “Perpetuum Mobile”), ha sì sfoggiato quella sua certa aria barocca capace di cogliere le più tenui carezze del crine, un timbro chiaro e grazioso, ma in grado di proiettarsi in qualunque punto della sala senza fatica apparente, nè tantomeno prestarsi alle oscurità della musica romantica e moderna senza incertezza alcuna.
Veronika Eberle suona su corde Thomastik “Dominant”, prima corda Evah Pirazzi.

Testo e Fotografie di Claudio Rampini






















