Sulla scomparsa di Renato Scrollavezza

Con la morte di Renato Scrollavezza, avvenuta lo scorso 14 ottobre, scompare una delle figura che più hanno segnato il panorama liutario italiano contemporaneo.

A titolo di cronaca ricordo che nel gennaio del 2019 e nel febbraio 2018 ci lasciarono rispettivamente Francesco Bissolotti e Giobatta Morassi, altri due giganti della liuteria italiana che non solo hanno caratterizzato un’epoca con i loro strumenti, ma anche con i loro insegnamenti.

Infatti, tralasciando al momento le evidenti differenze di stile dei loro strumenti, quel che unisce Scrollavezza a Morassi e Bissolotti, è l’attività ininterrotta dedicata all’insegnamento, che ha formato molti giovani.

Questo è stato possibile perché fin dagli anni ’70 la liuteria italiana è da ritenersi un fenomeno in evoluzione che riguarda un numero considerevole di nuovi liutai. Non è più come accadeva nel 1800 fino a tutti gli anni ’50, che la figura del liutaio fosse relegata in una romantica solitudine, ma con lo sviluppo del mercato degli strumenti con l’oriente, in grado di assorbire una quantità apparentemente infinita di strumenti ad arco, ecco che la liuteria conosce un nuovo fiorire.

Questo non ha significato che la liuteria contemporanea nella seconda parte del 1900 sia stata e sia tutt’ora rosa e fiori, poiché specialmente Cremona ha sviluppato un singolare stile cremonese moderno piuttosto artificioso e purtroppo ben lontano dall’originalità così bene espressa da figure come Sacconi, Poggi, Capicchioni, Galimberti, solo per citare tra i più importanti.

Ritengo che la scuola parmense di Scrollavezza abbia saputo mantenere i caratteri originari, formando liutai che per metodo e stile esprimono ancora oggi ottimi livelli di personalità.

Altro particolare da non trascurare, è che Bissolotti, Morassi e Scrollavezza, non sono mai stati inclini ad assecondare i capricci del mercato producendo strumenti antichizzati, che a mio parere rappresentano una vera e propria minaccia per lo stile italiano, infatti uno strumento antichizzato finisce con il seppellire la personalità del liutaio sotto una fredda riproduzione fotografica di uno strumento antico, che oltre a costituire un vero e proprio feticcio, spesso è così povera dal punto di vista delle proprietà sonore.

Ciascuno a proprio modo, Scrollavezzza, Bissolotti e Morassi, proprio questo ci hanno insegnato: mantenere i caratteri di una tradizione significa non tradire le proprie origini, sicuri che sulla traccia dell’esempio che ci hanno lasciato, anche il giovane liutaio di belle speranze potrà fare qualcosa di buono da ricordare.

FRANCESCO BISSOLOTTI cremonese

Museo del Violino di Cremona, 13 settembre – 27 ottobre 2019

Mostra: FRANCESCO BISSOLOTTI cremonese

“Francesco Bissolotti Cremonese” è l’omaggio del Museo del Violino ad uno dei massimi Maestri Liutai del Novecento. L’esperienza ed il significato della sua opera, testimoniata dall’esposizione di alcuni strumenti, rappresenta oggi esempio di consapevolezza e personalità, caratteri originari e ritrovati di una tradizione riconosciuta nel mondo.

– Sala 7 del Museo
Mostra di strumenti del Maestro Francesco Bissolotti

ingresso con il biglietto del Museo

– venerdì 13 settembre, ore 16,30 – Sala Fiorini

Incontro: Francesco Bissolotti cremonese
con Vinicio Bissolotti, liutaio
Fausto Cacciatori, conservatore delle Collezioni del Museo del Violino
Roberto Codazzi, giornalista

ingresso libero

– domenica 27 ottobre, ore 12 – Auditorium Giovanni Arvedi

Audizione speciale con strumenti del Maestro Francesco Bissolotti
Lena Yokoyama, violino

ingresso Euro 7

I 60 anni di concerti di Uto Ughi

Ieri alla Sapienza di Roma per la stagione organizzata dalla IUC (Istituzione Universitaria dei concerti, il violinista Uto Ughi ha tenuto un concerto che crediamo molto significativo, infatti era il 2 Aprile 1959 e all’età di 15 anni il giovane Ughi si è esibito alla Sapienza per la prima volta.

Ed io ho saputo dell’esistenza di Uto Ughi alla fine degli anni ’70, attraverso la televisione, all’inizio della mia passione per la musica classica. Mi colpirono i suo garbo e il suo modo di approcciare il violino. Ricordo ancora in una intervista quando nello spiegare che gli studi quotidiani li eseguiva su un violino moderno, ne definì “acidino” il suono, paragonato agli strumenti antichi, poi riprese a suonare ed io rimasi affascinato.

Del liutaio che costruì quel violino “acidino” non no ho mai conosciuto il nome, ma il fatto che Ughi mostrasse di non avere timori reverenziali di fronte a nessun strumento, antico o moderno che fosse, me lo rese ancora più gradito.

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L’arte vera di Francesco Bissolotti

Il 31 gennaio 2019 è scomparso uno dei più importanti liutai italiani: Francesco Bissolotti. Conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, da liutai e musicisti, Francesco Bissolotti non lascia un vuoto incolmabile semplicemente perché il suo spirito continua a vivere in noi che lo abbiamo conosciuto ed apprezzato.

Difatti non è di una scomparsa che voglio trattare, ma di una presenza che ha assicurato una continuità nella tradizione, una interpretazione rigorosa che grazie a Giuseppe Fiorini e Fernando Sacconi, è confluita nell’arte e nel talento di Francesco Bissolotti e in chi come me, ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo.

Francesco Bissolotti e uno dei violini di F. S. Sacconi.

Francesco Bissolotti è nato combattente e se n’è andato combattendo, carattere indomito e mai ossequioso, rispettoso ma capace di una sincerità dai tratti a volte brutale, generoso senza confini.

Io lo conobbi nel 1986, dopo aver letto (sarebbe meglio dire “studiato”), il libro di Sacconi e in seguito ai contatti epistolari con Charles Beare, capii che costruire violini era sì un qualcosa che si poteva imparare da autodidatti, ma che per colmare tutte le inevitabili lacune è necessario frequentare un buon maestro.

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Il fuoco di Carolin Widmann

Se c’è un’immagine che posso associare alla figura della violinista Carolin Widmann è quella del fuoco, per la sua irresistibile capacità di coinvolgere il pubblico in quello che ritengo essere stato un concerto straordinario (a cura della IUC, Istituzione Universitaria dei Concerti).

La Widmann ha eseguito sonate per violino e pianoforte di Schumann, Debussy, Veress, accompagnata da Dénes Várjon, suonando un violino di Giovanni Battista Guadagnini del 1782.

Il fuoco, dicevamo, e come potrebbe essere definita altrimenti una violinista dalle eccezionali capacità espressive in grado di interpretare in maniera superba un repertorio tanto impegnativo come quello romantico e moderno?

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