Il Takács Quartet legge il nostro tempo.

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Lo scorso 17 marzo si è tenuto un concerto del Takács Quartet per il ciclo Minerva dei concerti IUC

Questo il programma:

  • Joseph Haydn Quartetto in sol minore op. 74 n. 3 “Reiterquartett”
  • Clarice Assad Nexus (2025) (commissionato per il Takács Quartet) Prima esecuzione romana
  • Claude Debussy Quartetto in sol minore op. 10

Della formazione originaria di questo importante gruppo cameristico nato a Budapest nel 1975 rimane il violoncellista András Fejér, gli altri componenti sono acquisizioni successive. Riuscire a mantenere un’identità in questo caso significa solo una cosa: avere la capacità di evolversi, di non rimanere mai gli stessi e al tempo stesso ancorati ai principi fondativi originari.

Questo è ciò che risulta dalle raffinatissime esecuzioni del Takács Quartet, che sembra davvero essere capace di attraversare il tempo con disinvoltura mai disgiunta da immediatezza e semplicità

Perché la musica in questi casi non si giova mai di un approccio razionale basato sulla pura capacità di rispettare uno spartito, è che i musicisti devono tirare fuori qualcosa di sé stessi: sempre, ogni volta, per tutti i loro concerti.

L’equilibrio impossibile del Takács Quartet è quello di essere anticonformisti non tradendo mai la tradizione, questo è possibile soltanto se nel suonare si rimane sé stessi. Perché non c’è nessun vuoto da riempire, se non quello del silenzio naturale che non aspetta altro di richiamare le note giuste: che sono tali non per giudizio umano, ma perché appartengono al mondo interno e al tempo stesso condiviso di chi suona.

Infatti, l’equilibrio all’interno del Takács Quartet appare perfetto, il suono dei loro strumenti pur nella differenza notevole di epoche e attribuzioni, si fondono perfettamente in un unicum che attrae senza mai travolgere, come spettatori che si avvicinano incuriositi ad una sorta di rito pagano: non sono più le musiche di Assad, Haydn e Ravel, ma qualcosa di più: molto di più.

Noi ascoltatori abbiamo il talento spesso inconsapevole di percepire anche le più nascoste qualità della musica eseguita in un concerto di musica da camera, e che riveliamo solo in un modo: attraverso gli applausi, che sembrano sempre tutti uguali, ma che in realtà è ogni volta una risposta diversa ad un diverso concerto. Come la musica, anche l’approvazione del pubblico non è mai la stessa.

Sugli strumenti suonati dal Takács Quartet possiamo dire che abbiamo ascoltato una magnifica viola nelle mani di Richard O’Neill, un grande e talentuoso violista, mi è sembrata una copia Maggini di lunghezza 43cm, di autore ignoto. Il secondo violino, suonato da Harumi Rhodes, anch’esso di provenienza e autore ignoto, dotato grande forza espressiva e in grado di mantenere benissimo il dialogo con gli altri strumenti.

Il primo violino Edward Dusinberre suona un bellissimo strumento di Domenico Montagnana degli anni ’30 del 1700, una voce bellissima, un trionfo di suoni carezzevoli e presenti. Il primo violino in questo caso non è apparso mai essere una sorta di cane pastore posto a guardia del gregge: primus inter pares.

Infine, il violoncello di András Fejér, è un bellissimo e importante strumento costruito costruito da Giorgio Serafin, nipote del più conosciuto Santo Serafin, che assieme al primo violino hanno portato sul palco un piccolo trionfo della liuteria veneziana del 1700.

Testo e fotografie di Claudio Rampini