Da Kircher a Monteverdi, una storia di violini in chiave alchemica.

Fin dal suo primo comparire il violino non ha mai mancato di far parlare di sé, infatti su di esso sono stati scritti oceani di inchiostro, sia in termini di note musicali, che di parole atte a spiegare il suo funzionamento, il modo di suonarlo e di costruirlo. Semplicemente il violino segna in modo irreversibile un nuovo modo di fare musica, costituendo uno dei caposaldi del patrimonio culturale occidentale.

Di questi oceani di inchiostro, una buona parte è stata usata per descrivere le miracolose proprietà delle vernici antiche, che aldilà di una “impossibile” reale comprensione ne consentisse una continuità nella tradizione, non ha mai mancato di incantare liutai, musicisti ed esperti di tutte le epoche, cioè a dire che sulla vernice classica cremonese si è costruito un vero e proprio mito.

Ma è proprio vero ciò che si dice intorno alle vernici antiche? La risposta può essere positiva e negativa al tempo stesso: si guardi uno strumento ben conservato degli Amati o di Stradivari, questi strumenti emanano ancora oggi una luce che non è solo il riflesso della suggestione della nostra immaginazione eccitata dal trovarsi di fronte ad un meraviglioso violino antico, è che proprio quei legni sono in grado di emanare ancora oggi una luce particolare che nessuna vernice moderna ad oggi è in grado di uguagliare, perché parliamo di un trattamento del legno e di una vernice vera e propria, che in concorso generano rilessi e dicroismi del tutto particolari.

Il fondo del violino “Carlo IX” di Andrea Amati – Museo del Violino – Cremona.

A complicare un quadro già di per sé molto complicato, si ricordino sempre gli oceani di inchiostro summenzionati che inutilmente o quasi hanno tentato di svelare il “segreto” degli antichi liutai cremonesi, è stato il verificarsi di una tradizione che si è interrotta di fatto dopo la morte di Giuseppe Bartolomeo Guarneri detto “del Gesù”, e che nell’aspetto della vernice antica non ha dato altre prove di esistenza dopo G.B. Guadagnini (e non tutti i suoi strumenti recano la vernice “all’antica”).

Quindi, se da una parte è rimasto un grosso punto interrogativo sulla formulazione e i procedimenti delle vernici antiche, dall’altra ancora oggi non finiamo di ammirarne la bellezza, non esclusi nemmeno quegli strumenti cremonesi antichi che di vernice originale ne hanno pochissima, che spesso sono ricoperti da strati protettivi a base di gommalacca, ma il cui legno appare immutabilmente preparato affinché la luce vi penetri in profondità rivelandone tutta la tridimensionale bellezza.

Si è pensato spesso che il legno venisse trattato in modo particolare, oppure che tanta bellezza fosse il risultato derivato dalla naturale ossidazione, ma di fatto gli strumenti costruiti dalla seconda metà del 1700 fino ai giorni nostri, mostrano apparenze e luci diverse dagli strumenti costruiti nelle epoche precedenti.

Molti liutai di ieri e di oggi sono andati alla ricerca di un mitico “fondo dorato”, di cui ho spiegato i principi nel mio articolo “Antonio Stradivari, Benvenuto Cellini e i segreti della luce” (C. Rampini 1996), che di fatto rende la dinamica della luce delle vernici antiche simili a quella con cui venivano trattati i gioielli dell’arte orafa tra Rinascimento e Barocco, senza per questo giungere a qualcosa di lontanamente paragonabile ai capolavori antichi della liuteria.
Va comunque detto che ogni epoca ha prodotto i propri capolavori, ed anche in campo liutario non possono essere trascurati pregiati strumenti tra 1800 e 1900 che comunque condividono onorevolmente la gloria del violino, ma di fatto sono strumenti che per luce e stile sono molto diversi da quelli antichi della classicità cremonese.

A onor del vero anche oggi che la composizione della vernice antica cremonese non è più un mistero, poiché ripetute analisi chimico-fisiche e ricerche storiche e documentali (si legga il mio articolo “Riflessioni su una frase di Antonio Stradivari – da una lettera del 13 Agosto 1708 – C. Rampini 1995), ci hanno confermato della presenza di vernici di natura oleoresinosa, ancora gravi interrogativi rimangono sul suo modo di colorarla e di applicarla, e ancora più grande è il “mistero” che riguarda la preparazione del legno affinché ne venga resa reale la mitologia del famoso “fondo dorato”.

Fondo trattato di un violino di Claudio Rampini 2017

I modi di trattare il legno pure anche strettamente legati alla nostra tradizione storico-artistica, sono pressoché infiniti, ed anche di fronte a risultati esteticamente convincenti, non abbiamo al momento prove evidenti di essere giunti a qualcosa di paragonabile ai legni degli strumenti antichi.

Nota bene, qui parliamo di vernici e preparazioni del legno, trascuriamo per amore di concisione e brevità il loro ruolo acustico, perché è essenziale che il “problema vernice” vada scomposto nelle sue parti affinché siano oggetto di studio serio ed attendibile. Va da sé che le positive influenze sul suono delle vernici oleoresinose realizzate secondo ricette e metodi antichi (la più classica e comune: colofonia cotta con sali metallici ed unita ad olio di lino nella proporzione consueta di 1:1), siano accadute in modo quasi casuale, poiché la loro natura leggera ed elastica, unitamente a strati insolitamente sottili (almeno rispetto alle moderne vernici poliresinose a base alcolica), hanno indubbi effetti positivi sul suono di un buono e ben costruito strumento ad arco.

Erica delle meraviglie

La violoncellista romana Erica Piccotti in duo con il pianista israeliano Itamar Golan si sono esibiti sabato scorso all’Aula Magna della Sapienza, per il ciclo Calliope della stagione IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti). Qui il programma.

Erica Piccotti nasce a Roma e questo è stato il suo primo concerto romano, quindi per noi un’occasione particolare per saggiare le sue qualità di musicista e di interprete.

Erica Piccotti ha 21 anni, quindi secondo i canoni del pensiero del terzo millennio appena iniziato, essa è anagraficamente giovane, tuttavia questo non ci permette di fare uso del luogo comune per cui la giovinezza del musicista diviene inopinatamente un valore assoluto.

E non parleremo di “astro nascente”, né tantomeno di “enfant prodige”, perché qui di bambini non ce ne sono, parleremo solo di una musicista di talento.

Il talento è una di quelle grazie poco spiegabili per cui molti ne hanno, ma le punte di eccellenza toccano a pochi. Di solito se un bambino ne è dotato lo si capisce subito da chiari segnali, ma il capitalizzare tanta fortuna è spesso un gran problema poiché per problemi vari il talento lo si può perdere per strada.

Non è il caso di Erica Piccotti, il talento e le energie che l’accompagnano sembrano essere stati bene incanalati, per cui fin dalle primissime note la musicista romana rivela un intento creativo dinamico, ampio e di grande respiro, un messaggio chiaro ed inequivocabile che a prescindere da tutto, perfino dalla composizione che si sta eseguendo, ci dice “questa è la mia musica!”.

Erica Piccotti ha suonato un repertorio tipicamente tardo romantico e novecentesco, che notoriamente impegnano moltissimo sia il violoncello che il pianoforte, laddove il secondo, nonostante le partiture dichiarino spesso il contrario, viene relegato a mero ruolo di contorno nell’ingenuo intento di porre in risalto il violoncello, spesso senza essere pienamente consci che in questo modo il suono che ne risulta viene mortificato.

In questa occasione il duo Piccotti-Golan ci ha regalato note vere immerse in un dialogo autentico tra i due strumenti, senza risparmio, da una parte l’energia fluida di Erica Piccotti, dall’altra l’esperita sapienza di Itamar Golan, uno di quei pianisti che ogni musicista vorrebbe avere al proprio fianco per la capacità di ascolto e di comprensione di ciò che sta suonando lui stesso e il suo collega.

Quindi parliamo di estrema attenzione al particolare, ma soprattutto attenzione derivata da un’intesa perfetta, per cui il pianoforte che non si limita ad accompagnare limitando la propria dinamica, e che ha reso in questo caso il suono del violoncello al doppio della sua normale sonorità.

Erica Piccotti ha suonato uno strumento costruito da Giovanni Battista Genova (scuola torinese di Celoniato), dell’anno 1770, uno strumento di piccole dimensioni (cassa lunga 73.6cm rispetto ai 75cm, io amo la forma classica stradivariana lunga 75.6cm), che non si è lasciato affatto intimidire dallo Steinway di Golan, e questo per una semplice ragione: uno strumento più grande, che si parli di violoncello, di viola o di violino, non produce maggior volume di suono, bensì vengono registrate solo variazioni a livello timbrico, cioè a dire che uno strumento più grande ha la capacità di suonare più scuro (con tutto ciò che ne consegue per la proiezione del suono).

Quindi il violoncello Genova di Erica Piccotti si è distinto per una voce più nel carattere soprano, cioè a dire che non possiede la profondità avvolgente di un Montagnana (che spesso nemmeno gli Stradivari o quelli di altri celebri autori posseggono), ma capace di una grande espressione nel fraseggio e comunque dotato di una profondità dei bassi rispettabile, sempre nitida, ben definita, che si proietta senza difficoltà in qualunque punto della sala.

Il modo di suonare di Erica Piccotti ci è parso quindi spontaneo e dotato di grande energia, le foto credo siano abbastanza eloquenti. Nelle mie riprese non indulgo a ritocchi migliorativi dell’immagine, spesso mi limito ad aggiustare nitidezza e contrasto perché amo restituire al meglio possibile l’atmosfera reale dell’evento, questo significa che se nelle foto non viene restituito il senso dell’esperienza musicale spesso è dovuto all’impossibilità di mostrare un qualcosa che non c’era, che era completamente assente, e che nessun intervento migliorativo di post-produzione può in alcun modo aggiungere.

Questo lo dico perché la capacità di trasfigurazione di Erica Piccotti è notevole, in genere tutti i musicisti diventano più belli ed intensi mentre suonano, ma per lei le cose vanno diversamente, almeno dal mio punto di vista. Cioè a dire che l’impeto di passione rende il suo volto non diverso da uno dei tanti personaggi femminili protagonisti della pittura di Caravaggio, il suo tenere gli occhi chiusi, il volgere la testa all’indietro, perfino la lunga capigliatura ondeggiante ed inquieta, richiamano le sembianze popolari del barocco romano.

Quindi parlare di astro nascente nel caso di Erica Piccotti non mi piace semplicemente perché nel suo suono e nella sua musica scorgiamo più dimensioni, una finestra sul tempo che lei sembra essere capace di aprire.

testo e foto di Claudio Rampini

Appassionata Jansen

I concerti per violino e orchestra di epoca romantica hanno finito per stancarmi, tra tutti quello di Bruch e di Mendelssohn-Bartholdy, non tanto per la loro qualità musicale, peraltro superlativa, ma per la tendenza di un certo marketing musicale a proporli in modo ripetitivo, sia nei concerti dal vivo che nella discografia ufficiale.

Eppure la letteratura violinistica non manca di gioielli da eseguire, così come è avvenuto lo scorso anno con Gil Shaham con il concerto per violino di Alban Berg, o nel caso di Robert McDuffie, il concerto n.2 per violino di Philip Glass. Troppo spesso vengono riproposti i cosiddetti “classici”, che si traducono nei concerti per violino di Mozart, Bruch e Mendelssohn-Bartholdy ripetuti “ad nauseam”.

Fortunatamente Janine Jansen il 18 Gennaio scorso con l’orchestra di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano ha ridato vigore e spontaneità ad un Mendelssohn-Bartholdy appiattito dalle eccessive riproposizioni e dalle interpretazioni fin troppo omologate.

Bene l’orchestra di Santa Cecilia e bene anche Pappano, che hanno mantenuto un equilibrio ottimo con la solista, senza timori riverenziali, e senza prevaricare, mi è parso quindi un dialogo molto bene equilibrato e denso di sfumature interessanti.

Non avevo mai visto la Jansen dal vivo, la prima cosa che mi ha è colpito è la sua statura fisica, non disunita da una certa eleganza e modestia nel portamento, al contrario nelle registrazioni video mi apparve fin troppo “agitata”, cosa che non alimentava la mia simpatia nei suoi confronti, giacché l’energia eccessiva nell’accompagnare il suono a mio parere va spesso a discapito di quella che si può impegnare per la buona musica.

Certamente, la Jansen si muove molto quando suona, ma sabato scorso lo ha fatto con eleganza e misura e sempre per conferire il giusto slancio alle arcate e per trovare i giusti punti di incontro con direttore ed orchestra.

Sono rimasto molto piacevolmente colpito dalla fluidità dei suoi legati, ben distribuiti e musicali, mai artificiosi, indice di una tecnica violinistica di grande livello. Così anche l’intonazione è parsa sempre molto precisa e convincente, come pure nei “piano”, la Jansen è stata in grado di produrre sussurri poetici.

In conclusione, niente di nuovo sotto il sole, ma grande Janine Jansen.

Al giusto riconoscimento della sua qualità artistica ci si è aspettato un congruo “bis”, al che mi sono cominciate a tremare le ginocchia perchè, quasi inutile dirlo, ho avuto la certezza più che il presentimento, che di lì a poco sarebbe stato eseguito un brano per violino solo di Bach.

Ora, io non ho niente contro Bach e la sua meravigliosa musica, ma anche in questo caso esibire un brano delle partite o delle sonate per violino solo è diventato un inutile e noioso vezzo, anche laddove la conclamata bravura dell’esecutore riesce ad incantarci. Il problema serio è che spesso, per non dire sempre, Bach viene riproposto in una chiave esecutiva barocca con “pretese” filologiche, dico questo perché a mio parere oggi uno dei pochi interpreti che si possa fregiare di “filologico” è Savall, il resto (con poche eccezioni), segue una prassi che toglie linfa vitale a brani e compositori.


A partire dallo strumento, che rispetto ad un violino propriamente barocco possiede la metà degli armonici, per cui proporlo su un violino con assetto moderno è cosa a mio avviso del tutto improbabile, anche se nel caso presente parliamo di uno Stradivari “Rivaz-Baron Gutman” del 1707. Infatti, non mettiamo in discussione l’eccellente qualità sonora di strumento ed esecutore, solo che si abbia l’accortezza di voler affrontare un repertorio antico con gli strumenti giusti.

Questo per dire che un violino montato “alla moderna”, cioè a dire pressoché identico a quello che è il violino nella sua forma definitiva attuale, autori come Bach o Vivaldi manco ne hanno sentito parlare, perché completamente dimenticati per secoli a partire dalla seconda metà del 1700.

Questo per dire che io per Bach continuo a preferire Szeryng e Milstein.

Testo di Claudio Rampini
foto di Musacchio, Inanniello e Pasqualini.

Robert McDuffie: take or leave.

Di solito le mie recensioni sono contestuali al concerto di cui vado a scrivere, ma nel caso del violinista Robert McDuffie, che il 3 Dicembre scorso si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza (IUC -Istituzione Universitaria dei Concerti), ho avuto bisogno di riflettere e lasciare sedimentare un poco l’esperienza.

Definire “spiazzante” l’esperienza di ascolto del violinismo di McDuffie è a dir poco riduttivo, perché tutto ciò che ci si aspetta normalmente da un concerto di musica classica, o comunque “colta”, in questo caso è stato in qualche modo disatteso, se non trasgredito.

Alla fine del concerto ho udito giudizi contrastanti che non lasciavano spazio a dubbi: geniale o da rigettare in toto.

McDuffie ha eseguito le Quattro Stagioni di Vivaldi e le Quattro Stagioni Americane di Glass, perfino sull’esecuzione dei due brani il pubblico si è diviso: chi ha accettato Glass e chi ha rifiutato Vivaldi.

Ma il violinista è sempre lui, cosa ci è sfuggito? Io faccio appello alle mie sensazioni personali, e devo ammettere che il Vivaldi di McDuffie mi ha lasciato un senso di smarrimento, ma al tempo stesso mi ha riportato in un mondo di suoni inediti, cosa che per le “Quattro Stagioni” è abbastanza difficile, visto che è uno dei repertori più conosciuti ed eseguiti al mondo (non dimentichiamo però che Vivaldi dopo la sua morte ha conosciuto anni lunghissimi di oblio, in cui generazioni intere non hanno avuto il privilegio di conoscerlo).

Un Vivaldi inaudito, quindi, che travolge letteramente non tanto per la velocità dell’esecuzione, ma per quelle libertà sull’intonazione che hanno fatto storcere un po’ la bocca. A me personalmente non hanno dato fastidio, mi hanno riportato alle atmosfere polverose dei teatri settecenteschi e alle voci non sempre adamantine, ma non prive di grazia, di quegli esecutori.

Se da una parte nei decenni passati abbiamo avuto delle “Quattro Stagioni” esecuzioni piuttosto libere, mi tornano in mente gli impeti e i glissandi di Wolfgang Schneiderhan, e dall’altra un esercito di esecutori filologici odierni, che della prassi esecutiva fanno un vangelo che a mio parere spesso va a scapito della musicalità, ecco che ad un certo punto si affaccia sulle nostre scene un violinista americano che rimette tutto in discussione.

La cosa che colpisce di McDuffie è che sembra una sua precisa volontà stare sopra o sotto le righe (del pentagramma), imprigionando ragione e sentimento in una sorta di ricatto affettivo, che non puoi definire semplicemente “stonato”.

Stonato è il principiante o il musicista che non ha orecchio, mentre McDuffie produce “moduli” più o meno dissonanti rispetto all’insieme che noi siamo abituati ad ascoltare, un’aspettativa apparentemente tradita, ma che nell’insieme ha una sua ragion d’essere.

Prendere o lasciare, “take or leave”, lo ami o lo odi, questo è il violinismo conflittuale di Robert McDuffie, ma mai lasciando la dimensione di un bel suono, rimodula in chiave personale Vivaldi senza favoritismi.

Alla fine del concerto ho incontrato McDuffie e ho fotografato anche il suo violino (uno splendido Guarneri del Gesù del 1735, montato con corde Dominant medie), gli ho detto che il suo Vivaldi mi aveva affascinato, ma che non ero completamente convinto sui “moduli dissonanti”, mi è stato risposto che ha studiato Vivaldi nota per nota e che gli italiani gli hanno insegnato molto, al tempo stesso lui ha insegnato agli italiani come suonare Glass.

E proprio su Glass e sul concerto n° 2 per violino e orchestra, composto su richiesta di McDuffie, ho capito che niente è lasciato al caso, per questo penso che il sorprendente violinista americano sia avanti a noi almeno di una generazione, e che la poesia non è composta solo di rime baciate e di parole soavi. Perlomeno se dalla poesia ci si aspetta un’esperienza di vita e non un semplice intrattenimento.

The American Four Seasons, manco a dirlo parlano dell’America, della sua storia e delle sue contraddizioni, senti i tamburi degli indiani, rivedi Chaplin stritolato dagli ingranaggi angoscianti dei tempi moderni, una locomotiva possente e inarrestabile verso un futuro tradito, gli splendidi e promettenti anni post-atomici, un patrimonio distante che pure ci appartiene, in una chiave di funesta profezia dove le stagioni non seguono più il loro ritmo naturale.

Quindi, come può un violino tornare al suo incanto tonale?

Testo e foto di Claudio Rampini

Un insegnamento di Remo Bodei.

l filosofo Remo Bodei

Sebbene dimorassimo entrambe a Pisa, non ho mai conosciuto il filosofo Remo Bodei, scomparso in questi giorni lasciando un vuoto incolmabile. L’ho incontrato virtualmente e in periodi più o meno regolari della mia vita attraverso i suoi interventi su RadioTre, i suoi articoli, le sue prefazioni.

Dei suoi libri non ho mai letto nulla perché troppo specialistici, sebbene “Geometria delle Passioni” mi tenti non poco per la possibilità di capire meglio la mentalità e lo spirito dell’uomo antico.

Bodei era un uomo la cui luce intellettuale attraversa senza difficoltà ogni disciplina dello scibile umano e, cosa più importante, riesce a toccare le corde di chiunque abbia la ventura di ascoltarlo e di leggerlo. Non solo perché Bodei parla e spiega le cose più difficili in modo sempre trasparente, senza mai vanificarne il contenuto originale, senza mai farne una divulgazione d’accatto, ma rimanendo nello specifico riusciva a farti capire le cose come mai nessuno è stato capace di fare.

Fu un mattino di qualche anno fa, quando in modo assolutamente casuale ascoltando RadioTre durante un viaggio in automobile, sentii Bodei parlare di “pratica”, “prassi” ed “empirismo” nel contesto dell’ambiente artistico e filosofico delle corti italiane tra 1500 e 1600.

Piccola premessa: noi liutai siamo spesso additati dagli studiosi come esponenti di una setta dedita all’empirismo, cioè a dire che siccome un violino, notoriamente oggetto piuttosto variabile di umore, nonostante gli sforzi degli studiosi abbiano tentato di racchiudere il “segreto” del suono in formule e teorie che trovano applicazione in modo molto parziale nella pratica quotidiana del nostro lavoro, si tenta di spiegare un fenomeno che non si è capaci di capire rinchiudendolo nella parola “empirismo”, che tutto spiega e tutto riconduce ad una rassicurante razionalità.

A mio parere l’unica cosa veramente razionale in uno strumento ad arco è cercare di porlo in vendita e ricavarne un buon guadagno, a parte questo l’arbitrio e il mito regnano supremi.

Pur avendo difficoltà a spiegarlo, io mi sono sempre opposto fieramente ad essere etichettato come “empirico” o come “empirista”. E’ vero che durante il lavoro di costruzione di uno strumento si ricorre all’intuito e al ragionamento induttivo, ma questo non è assolutamente sufficiente a dare dignità alle nostre creazioni.

Sarebbe come dire che la luce nuova, concreta, ed infine magica, dei quadri di Caravaggio nell’incapacità di comprenderla e spiegarla pienamente, la si volesse inquadrare in una sorta di pratica empirica, che non solo riduce il genio stesso di Caravaggio, ma ci allontana in modo insopportabile dalla sua opera.

Il fatto è che la luce di Caravaggio la ritroviamo in ogni suo quadro, ed il suono e la bellezza dei violini di Stradivari, Guarneri ed Amati, li ritroviamo in ogni loro strumento.

Benvenuto Cellini nel suo trattato di oreficeria scrive:

Ma perché per mezzo della pratica si ritrovano bellissimi segreti e s’ imparano di molte destrezze così nell’ arte…

Certamente, aggiungo io, la pratica è importantissima perché conduce al perfezionamento dell’esperienza, ma quel che Bodei voleva dire era una cosa diversa: la pratica in certi ambiti disciplinari-artistici diviene “prassi”, ossia la creazione di linee guida che caratterizzano la disciplina stessa, a cui l’artista si attiene per il conseguimento di un certo risultato.

E difatti osservando il lavoro degli Amati, fondatori della liuteria classica cremonese, troviamo il metodo della forma interna per la costruzione degli strumenti, di cui non furono creatori, ma originali prosecutori di un qualcosa che li ha preceduti, unitamente ad un’educazione artistica che ha permesso loro di comprendere e valorizzare una tradizione legata alla lavorazione del legno, che ai loro tempi era da considerare ai vertici della qualità artistica.

Quindi ci si chiede come sia stato possibile che solo in tempi recenti il “segreto” della liuteria cremonese non sia da considerare più tale, e che da linee guida dettate dalla forma interna e dall’uso delle vernici ad olio, si sia passati alla forma esterna e alle vernici ad alcool, pur avendo a disposizione tutte le conoscenze necessarie per ricollegarsi all’antica tradizione cremonese.

E difatti se lo chiedeva anche Fernando Sacconi, quando insieme al suo allievo ed amico Francesco Bissolotti, riordinarono gli attrezzi della bottega di Stradivari, donati dall’opera munifica di Giuseppe Fiorini.

E ce lo chiediamo ancora oggi: perché nonostante le evidenze di una disciplina consolidata in quasi 200 anni (dalla prima apparizione del violino moderno ad opera di Andrea Amati, agli ultimi strumenti di Guarneri del Gesù), la liuteria abbia preso strade così diverse, segnando di fatto una rottura traumatica con la tradizione antica.

Possiamo capirlo per i liutai ottocenteschi che non ebbero possibilità di accedere direttamente agli strumenti originali e che niente o poco sapevano delle tradizioni che li precedettero, ma oggi alla luce delle evidenze sull’uso della forma interna, la lavorazione a cassa chiusa dei filetti e delle sgusce, l’uso delle vernici ad olio, ci si ostini a costruire veri e propri ibridi, che in modo fraudolento e forzato si vogliono ricondurre alla tradizione antica cremonese.

Il concetto di “prassi”, così bene espresso dal filosofo Bodei, ovviamente non deve essere inteso come schiavitù ad un metodo, ma dato che il metodo stesso della forma interna, il cui disegno lascia ampi margini alla creatività del liutaio, deve oggi essere preso molto bene in considerazione proprio perché negli ultimi 200 anni ha visto una incredibile stratificazione fatta di “misteri esoterici” e ricerche pseudo scientifiche che ci hanno allontanato non solo dal concetto della liuteria originaria, ma anche da una dimensione del suono per cui i violini moderni suonano in modo sempre diverso, per non dire peggiore, da quelli originali antichi.

Così come Stradivari si è evoluto partendo dal lavoro degli Amati, e come Guarneri del Gesù si è evoluto seguendo l’esempio stradivariano, al tempo stesso noi potremmo fare lo stesso, solo che lo volessimo.

Claudio Rampini liutaio

bibliografia essenziale:
I "Segreti" di Stradivari - Fernando S. Sacconi
Dell'oreficeria - Benvenuto Cellini