Riflessioni di un liutaio sui quattro Vivaldi di Sardelli

C’è qualcosa di singolare nel modo in cui, nella nostra epoca, si cerca Vivaldi.

Lo si cerca nel volto. Nel naso. Nella forma del cranio. In una piega della bocca, nella distanza fra gli occhi, nella maggiore o minore attendibilità di un ritratto. Come se, una volta stabilito definitivamente quale fosse la sua faccia, Antonio Vivaldi potesse finalmente venirci incontro, liberato da tre secoli di interpretazioni.

Da liutaio, questa cosa mi fa sorridere.

Perché noi siamo abituati a cercare l’identità di uno strumento attraverso tracce, non attraverso una singola immagine. Un violino non è «vero» perché abbiamo trovato la fotografia del suo autore. È vero quando una quantità di elementi diversi comincia a convergere: forma, proporzioni, costruzione, materia, strumenti, procedimenti, contesto storico.

E soprattutto quando questi elementi stanno insieme.

Per questo i quattro Vivaldi di Sardelli mi fanno venire in mente una domanda diversa: non quale di questi sia il vero Vivaldi? ma perché abbiamo così bisogno che uno di loro lo sia.

La cosa curiosa è che, appena eliminiamo la pretesa documentaria e sottoponiamo il volto alla moltiplicazione cromatica, accade qualcosa di quasi paradossale. I quattro Vivaldi diventano più riconoscibili del singolo Vivaldi. Non perché siano più veri, naturalmente, ma perché la ripetizione ci costringe a separare l’immagine dall’identità.

Il volto diventa un’icona.

Ed è forse proprio qui che comincia il problema storico.

Perché Vivaldi non è soltanto quel volto incorniciato da una parrucca. È il violinista, il prete, il compositore, l’impresario, l’uomo di teatro, il musicista degli ospedali veneziani, l’autore che lavora dentro una particolare economia della committenza e della produzione musicale. È il prodotto, ma anche uno degli artefici, di una macchina musicale veneziana straordinariamente complessa.

E qui il liutaio diventa, suo malgrado, un po’ diffidente, in specie se si mettono in gioco figure di liutai come Leandro Bisiach, che diventa involontario protagonista per il solo fatto di esser stato proprietario di un quadro (che ha comunque una sua storia), supposto ritratto di Vivaldi.

Questo mi fa venire in mente un altro grande liutaio: Giuseppe Fiorini e il suo dagherrotipo di Paganini, la cui autenticità non sto qui a discutere, perché inutile.

Quando guardo un violino antico, non mi interessa soltanto sapere chi lo ha costruito. Voglio sapere perché è fatto così.

Perché quella tavola ha quello spessore.
Perché quella bombatura ha quella curva.
Perché il manico è impostato in quel modo.
Perché quella vernice ha quella materia.
Perché quello strumento nasce proprio lì, proprio in quel momento.

A me interessa com’era fatto e come suonava il violino di Vivaldi, che diapason aveva, che lunghezza di cassa e di manico e magari anche che tipo di corde preferisse. Non m’interessa che viso avesse Vivaldi quando del suo violino con certezza non se ne ha notizia.

A me interessa molto di più il mondo che ha prodotto Vivaldi.

E allora i quattro Vivaldi potrebbero diventare quattro porte d’ingresso, anziché quattro tentativi di chiudere definitivamente la questione.

  • Uno potrebbe essere il Vivaldi del suono.
  • Uno il Vivaldi delle istituzioni veneziane.
  • Uno il Vivaldi delle musiciste della Pietà, del rapporto fra corpo, tecnica, disciplina e pratica musicale.
  • E il quarto il Vivaldi dell’Europa musicale, quello che attraversa reti di musicisti, editori, committenti, teatri e corti.

Quattro Vivaldi, dunque, non quattro facce.

E poi da liutaio, inserirei un quinto ritratto: quello del rapporto che Vivaldi poteva aver avuto con i grandi liutai della sua epoca: tra questi Montagnana, Goffriller, Tononi, Santo Serafino, Pietro Guarneri di Venezia, che all’epoca non doveva essere così difficile procurarsi uno dei loro strumenti a costi piuttosto ragionevoli.

E poi ancora un sesto ritratto, quelli di Goldoni e J. F. A. von Uffenbach, che conobbero il compositore e ascoltarono la musica di Vivaldi direttamente da Vivaldi:

«So molto bene, mio caro signor Goldoni, che voi avete genio per la poesia, ho veduto il vostro Belisario, e mi è molto piaciuto, ma qui la cosa differisce assai; si può fare una tragedia, un poema epico, quello che volete, e non saper poi fare una quartina per la musica.»

oppure:

«Verso la fine, Vivaldi suonò uno splendido accompagnamento solistico a un’aria, al termine del quale aggiunse una fantasia che mi spaventò davvero, poiché dubito che qualcosa di simile sia mai stato fatto prima, o che mai possa esserlo: portò le dita fino a un capello dal ponticello, lasciando appena spazio all’arco, e ciò su tutte e quattro le corde, con imitazioni e a una velocità incredibile.»

E forse il paradosso è proprio questo: più cerchiamo di fissare il volto di Vivaldi, più rischiamo di perderne la figura storica.

Un liutaio, davanti a un vecchio strumento, sa che la cosa più pericolosa è innamorarsi di un particolare.

Un riccio bellissimo può far dimenticare la forma dell’intero strumento.

E forse è quello che può accadere anche agli storici: un naso, un ritratto, una caricatura, una firma, un documento possono diventare così seducenti da far dimenticare che dietro il particolare c’è sempre un sistema, un mondo.

Vivaldi non è il volto che riusciamo finalmente a ricostruire.
È il mondo musicale che riusciamo, forse, a ricostruire attraverso la sua opera.

E allora i quattro Vivaldi colorati diventano, involontariamente, una piccola provocazione metodologica: quando l’immagine si moltiplica, la pretesa di possedere il volto scompare.

Rimane Vivaldi.

Che, per fortuna, continua a suonare.

Testo ed elaborazione foto Claudio Rampini

Presentazione 82° Stagione IUC

Ieri, 10 Settembre 2026, è stata presentata presso la Sala del Senato l’82° Stagione Concertistica in Sapienza, il cui programma completo è consultabile qui.

A mio modesto parere posso dire che si tratta di una stagione veramente ricca e che ce n’è per tutti i gusti, ivi compresi gli amanti del repertorio contemporaneo e della musica elettronica.

Ma non è questo l’aspetto maggiormente attrattivo di ogni stagione IUC poiché non basta raccogliere un buon numero di esecutori di vario genere e gettarli in pasto al pubblico senza una precisa ragione: si è all’interno di uno dei principali atenei italiani, al cui interno un posto prominente è occupato dalla Musicologia e le discipline ad essa collegate quali storia della musica, etnomusicologia, filologia musicale, e via dicendo.

Quindi alla IUC si suona musica anche per educare, per questo motivo le stagioni IUC che da 82 anni allietano i cultori della musica, sono sempre state guidate da scelte precise e ragionate, laddove il pubblico può esplorare un mondo di suoni nuovi e imparare qualcosa di più.

Confesso che ogni volta che mi reco all’Aula Magna per un concerto, rimango sempre affascinato e intimidito al tempo stesso nell’essere accolto da libri antichi di medicina, manufatti delle antichissime civiltà apule, minerali provenienti da ogni parte del mondo e attrezzature chimiche di vecchi laboratori: una sorta di cammino iniziatico che prepara al mondo dei suoni, tutti raccolti in quelle culture che ci precedono da millenni.

Il Prof. Piperno ha parlato di “contrasti” tra ciò che viene rappresentato dalla musica cosiddetta “classica” e quella cosiddetta “contemporanea”, pur non avendo molto in simpatia i suoni elettronici, non vedo contrapposizioni nei vari generi musicali. Ma è vero che i contrasti esistano e che proposti nel modo giusto si possa giungere a parlare di generi complementari, che vanno a completare un panorama, non a frantumarlo. Se l’educatore sa gestire i contenuti dell’arte, è possibile che il fruitore ne esca con un respiro più ampio nella visione del mondo.

Il bicentenario della morte di Beethoven sarà festeggiato degnamente con l’esecuzione del suo concerto per violino e orchestra op. 61 suonato dalla violinista HAWIJCH ELDERS, accompagnato dall’Orchestra da Camera Canova diretta da Enrico Pagano, quello che io considero uno dei capisaldi della letteratura violinistica di tutti i tempi, senza Beethoven neanche il gallo può cantare al mattino.

Per non parlare poi delle esecuzioni integrali per violino e pianoforte di Beethoven esibite dalla strepitosa violinista Carolin Widmann, e poi il grande pianista Antonio Ballista con il suo programma “La paura fa 90”, alludendo alla sua bella età, e poi ancora tanta musica da camera per cui la IUC è conosciuta come uno dei più importanti organizzatori per continuità e qualità.

E poi ancora Brunello e il suo violoncello, il Quartetto di Cremona, il Quartetto Indaco e il primo violino Eleonora Matsuno, il cui papà le ha costruito un violino con cui spesso si esibisce, e poi ancora Angela Hewitt e il suo pianoforte Fazioli, il cui suono unico e inconfondibile tornerà ad allietare i nostri animi.

Si parla di musica, la si ascolta e la si suona, ma io forse affetto da una forma di dislessia retrograda per cui dopo tanti anni anni passati a creare suoni attraverso i miei violini vivo un paradosso: non più leggere la musica, ma disimpararla per tornare ad ascoltare il suono. E dopo il suono il silenzio.

Claudio Rampini

Con Veronika Eberle il violino non si ascolta, si vive.

VERONIKA EBERLE è tornata ad esibirsi il 31 Marzo a Roma per i concerti della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), accompagnata dal pianista DÉNES VÁRJON, questo il programma della serata:

  • Béla Bartòk (1881-1945) Rapsodia n.2 per violino e pianoforte BB96a Sz.89
  • Ludwig van Beethoven (1770 – 1827) Sonata n.9 per violino e pianoforte op.47 “A Kreutzer”
  • Béla Bartòk Rapsodia n.1 per violino e pianoforte BB94a Sz.86
  • César Franck (1822 – 1890) Sonata in la maggiore per violino e pianoforte

Ciò che colpisce della Eberle è il temperamento e la grande energia: il suo modo di accompagnare il suono, di tirare l’arco e un suo certo modo di vibrare, non possono essere riassunti in una poco convincente definizione di “violinista esuberante”, poiché la musica da lei suonata non è mai esagerata, né tantomeno in esubero.

Oltretutto il pianismo discreto e puntuale di VÁRJON fornisce spunti introspettivi a getto continuo, per cui il violinista non solo non si può distrarre un attimo perché quello che è al suo fianco non è affatto un classico pianista “accompagnatore”, di solito più che propenso ad accompagnare, o peggio ancora a giustificare, il gesto del violinista, bensì di un vero e proprio protagonista alla pari, mai in secondo piano. Così come è bene evidenziato in questo caso da Bartòk, Beethoven e Franck.

Il suono di un violinista può essere bene espresso anche dalla sua mimica, che a sua volta è animata da una pulsante emotività, così che la Eberle accompagna il gesto della musica in una danza in cui la vedi bilanciarsi leggera ora sul piede sinistro, ora sul destro, soppesando una ad una le note che si vanno creando sul violino.

Sulle prime ho avuto l’impressione di tornare indietro di almeno una cinquantina d’anni, perché il suono della Eberle fa proprio pensare ai caratteri unici dei violinisti delle precedenti generazioni, l’epoca in cui esisteva solo il vinile, e per questo il musicista non entrava mai in competizione con nessuno, e nemmeno con sé stesso.

Quella della Eberle appare in sostanza una libertà assoluta, mai schiava delle convenzioni, e per questo ti avvince e non ti lascia nemmeno il tempo di pensare. Questa sua musica richiama alla mente la parola “passione”, perché la passione non si vive mai con la testa, in modo astratto.

Il violino suonato da Veronika Eberle è uno Stradivari del 1693, in uno stato di conservazione pressoché perfetto, si tratta di uno degli esemplari “Long Pattern”, cioè a dire dalle proporzioni alterate rispetto al modello classico amatiano e stradivariano, a favore di una maggiore lunghezza di cassa e di una contrazione in larghezza dei polmoni superiore ed inferiore.

Questi sono violini piuttosto rari da vedere, e ancor più da sentire, perché facenti parte di una produzione artistica limitata di Stradivari: in buona sostanza il frutto di una ricerca e della sperimentazione divisa tra stile e suono. Per questo motivo non sarebbero considerati l’apice dell’eccellenza acustica stradivariana; Charles Beare a suo tempo ne constatò un leggero calo nella risposta acustica e un suono un po’ più scuro rispetto ad altri esemplari del cosiddetto “periodo d’oro” post 1700.

Tuttavia, in mano alla Eberle il “Ries” 1693 (quello del “Perpetuum Mobile”), ha sì sfoggiato quella sua certa aria barocca capace di cogliere le più tenui carezze del crine, un timbro chiaro e grazioso, ma in grado di proiettarsi in qualunque punto della sala senza fatica apparente, nè tantomeno prestarsi alle oscurità della musica romantica e moderna senza incertezza alcuna.

Veronika Eberle suona su corde Thomastik “Dominant”, prima corda Evah Pirazzi.

Testo e Fotografie di Claudio Rampini

Danish String Quartet: sintonia pura, energia trascinante.

Per i concerti della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), lo scorso 28 Marzo si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza, il Danish Quartet.

Questo il programma della serata:

  • Alfred Schnittke Quartetto n. 2
  • Jonny Greenwood Suite da There will be blood (Il petroliere) – Prima Romana
  • Dmitrij Šostakovič Quartetto n. 3 in fa maggiore op. 73

Il primo violino Rune Tonsgaard Sørensen suona uno strumento di Domenico Montagnana.

Il Danish Quartet, con la sua più che ventennale esperienza sul campo, rappresenta un’eccellenza di livello mondiale per ciò che riguarda il repertorio moderno e tradizionale, ed è stato anche per questo che ci siamo apprestati all’ascolto con particolare attenzione e curiosità.

Specializzato nel repertorio moderno e contemporaneo, il Danish String Quartet si distingue per la sua straordinaria elasticità, cioè a dire un sottile confine tra l’essere esecutori e compositori, poiché è in tali contesti che l’esecutore è in qualche modo “costretto” ad uscire fuori dai canoni convenzionali del quartetto, per esplorare nuove dimensioni del suono e dell’interpretazione.

Il secondo violino Frederik Øland Olsen suona uno strumento di Nicola Gagliano.

Questa impostazione, se da una parte sembra allontanare dalla tradizione classica, dall’altra induce quel distacco necessario affinché il repertorio classico appaia sotto una luce rinnovata, inedita. Il tutto mediato dal repertorio tradizionale scandinavo/celtico, una sorta di ponte che lega il classico al contemporaneo, poiché entrambe attingono a piene mani dal repertorio cosiddetto popolare.

Quindi, l’energia dimostrata dal Danish String Quartet, assieme ad una straordinaria capacità di esprimere un suono unico e definito, trae ispirazione da ritrovate radici sonore.

Il violista Asbjørn Peter Nørgaard suona una viola di Vincenzo Sannino.

In questo concerto il Danish Quartet si è esibito in programma contemporaneo, ma ascoltando le loro incisioni si percepisce distintamente il loro amore incondizionato per Beethoven e i classici in generale, non foss’altro per dimostrare la loro spontanea capacità di entrare ed uscire dai repertori più diversi.

Nelle mani del Danish Quartet anche le dissonanze più aspre suonano musica alle nostre orecchie, questa crediamo che sia la peculiarità inimitabile ed impagabile del quartetto danese. Cioè a dire che frequentare vari generi musicali porta indubbiamente a fare di sè strumenti della musica, ed è questo che noi come ascoltatori ci aspettiamo dalla musica.

Altro aspetto a nostro avviso che caratterizza l’originalità del Danish String Quartet, è quella elasticità portata all’estremo che vede primo e secondo violino scambiarsi nei ruoli senza soluzione di continuità: può sembrare poca cosa, ma all’interno degli equilibri delicatissimi di un quartetto d’archi, questo significa una capacità di trasfigurazione non comune.

Il violoncellista Fredrik Schøyen Sjölin suona uno strumento di Francesco Ruggieri.

Non ci saremmo aspettati strumenti di particolare qualità da parte del Danish Quartet, poiché il repertorio contemporaneo porta spesso, a nostro avviso a ragione, ad una sorta di “disincanto” circa il blasone degli strumenti.

Ma con un primo violino che suona un Montagnana, un secondo violino un Nicola Gagliano, un violoncellista un Francesco Ruggieri e un violista una novecentesca viola di Vincenzo Sannino concepita sul modello Maggini, viene felicemente confermata un’attenzione al suono fuori dal comune da parte del Danish String Quartet.

Testo e Fotografie di Claudio Rampini

Il Takács Quartet legge il nostro tempo.

Lo scorso 17 marzo si è tenuto un concerto del Takács Quartet per il ciclo Minerva dei concerti IUC

Questo il programma:

  • Joseph Haydn Quartetto in sol minore op. 74 n. 3 “Reiterquartett”
  • Clarice Assad Nexus (2025) (commissionato per il Takács Quartet) Prima esecuzione romana
  • Claude Debussy Quartetto in sol minore op. 10

Della formazione originaria di questo importante gruppo cameristico nato a Budapest nel 1975 rimane il violoncellista András Fejér, gli altri componenti sono acquisizioni successive. Riuscire a mantenere un’identità in questo caso significa solo una cosa: avere la capacità di evolversi, di non rimanere mai gli stessi e al tempo stesso ancorati ai principi fondativi originari.

Questo è ciò che risulta dalle raffinatissime esecuzioni del Takács Quartet, che sembra davvero essere capace di attraversare il tempo con disinvoltura mai disgiunta da immediatezza e semplicità

Perché la musica in questi casi non si giova mai di un approccio razionale basato sulla pura capacità di rispettare uno spartito, è che i musicisti devono tirare fuori qualcosa di sé stessi: sempre, ogni volta, per tutti i loro concerti.

L’equilibrio impossibile del Takács Quartet è quello di essere anticonformisti non tradendo mai la tradizione, questo è possibile soltanto se nel suonare si rimane sé stessi. Perché non c’è nessun vuoto da riempire, se non quello del silenzio naturale che non aspetta altro di richiamare le note giuste: che sono tali non per giudizio umano, ma perché appartengono al mondo interno e al tempo stesso condiviso di chi suona.

Infatti, l’equilibrio all’interno del Takács Quartet appare perfetto, il suono dei loro strumenti pur nella differenza notevole di epoche e attribuzioni, si fondono perfettamente in un unicum che attrae senza mai travolgere, come spettatori che si avvicinano incuriositi ad una sorta di rito pagano: non sono più le musiche di Assad, Haydn e Ravel, ma qualcosa di più: molto di più.

Noi ascoltatori abbiamo il talento spesso inconsapevole di percepire anche le più nascoste qualità della musica eseguita in un concerto di musica da camera, e che riveliamo solo in un modo: attraverso gli applausi, che sembrano sempre tutti uguali, ma che in realtà è ogni volta una risposta diversa ad un diverso concerto. Come la musica, anche l’approvazione del pubblico non è mai la stessa.

Sugli strumenti suonati dal Takács Quartet possiamo dire che abbiamo ascoltato una magnifica viola nelle mani di Richard O’Neill, un grande e talentuoso violista, mi è sembrata una copia Maggini di lunghezza 43cm, di autore ignoto. Il secondo violino, suonato da Harumi Rhodes, anch’esso di provenienza e autore ignoto, dotato grande forza espressiva e in grado di mantenere benissimo il dialogo con gli altri strumenti.

Il primo violino Edward Dusinberre suona un bellissimo strumento di Domenico Montagnana degli anni ’30 del 1700, una voce bellissima, un trionfo di suoni carezzevoli e presenti. Il primo violino in questo caso non è apparso mai essere una sorta di cane pastore posto a guardia del gregge: primus inter pares.

Infine, il violoncello di András Fejér, è un bellissimo e importante strumento costruito costruito da Giorgio Serafin, nipote del più conosciuto Santo Serafin, che assieme al primo violino hanno portato sul palco un piccolo trionfo della liuteria veneziana del 1700.

Testo e fotografie di Claudio Rampini