Le inaudite profondità di Gidon Kremer.

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Lo scorso 21 Aprile, presso l’Aula Magna Rettorato LaSapienza, si è esibito in trio il grande Gidon Kremer, Giedrė Dirvanauskaitė violoncello, Georgijs Osokins pianoforte, con Anna-Lena Elbert soprano

Questo il programma della serata:

  • Arvo Pärt Für Alina per pianoforte solo – Lamentate: X. Fragile e conciliante (trascrizione per pianoforte di Georgijs Osokins)
  • Dmitrij Dmitrievič Šostakovič Sette Romanze su poesie di Alexandr Blok per soprano e strumenti, op. 127
  • Ludwig van Beethoven Trio n. 7 in si bemolle maggiore op. 97 “L’Arciduca”
La prova prima del concerto.

Erano gli anni in cui si erano scoperte da poco le musiche di Arvo Pärt, che presto diventarono leggenda. Fu al teatro Goldoni di Livorno che ebbi occasione di ascoltare per la prima volta Gidon Kremer, e il suo bellissimo Guarneri del Gesù del 1730, uno strumento di cui ricordo ancora la morbidezza del timbro, perfetto nelle mani di Kremer, che ne seppe cavare note così belle, ampie e profonde.

Fu bello vedere Kremer “danzare” elegantemente sulle sue lunghe gambe nell’esecuzione di “Fratres”, un concerto la cui perfezione non fu superata nemmeno dalle pur perfette registrazioni digitali che ebbi modo di ascoltare in seguito.

E poi come non ricordare il concerto per violino di Beethoven e la cadenza scritta da Schnittke, perché è il caso di ricordare che per Kremer hanno scritto le musiche i più grandi compositori della musica contemporanea.

Quella di Kremer è un’opera intensa e profonda di un solista che si dedica alla filologia con talento illuminato, superando ogni convenzione, vocazione non smentita nemmeno in questa occasione.

Ebbene, tutto quel che ho descritto nei ricordi di cui sopra è stato spazzato via di colpo dalle prime note di Šostakovič prima, e Beethoven dopo, poiché il Kremer che ho ascoltato in questo concerto non era lo stesso che ho ascoltato in passato, ma non per una questione meramente anagrafica, poiché la lucidità interpretativa di Kremer appare inalterata, ma per il fatto che qui il noto solista è completamente scomparso, ma non sottomesso, per abbracciare testi e contenuti in cui il solismo e il virtuosismo individuale non hanno più alcun significato.

Anche da questo forse si capisce la scelta di Kremer di passare dal Guarneri del Gesù 1730 ad un Nicolò Amati del 1641, due strumenti appartenenti all’eccelsa tradizione italiana antica, ma non sovrapponibili e nemmeno equivocabili: il primo al servizio di un solismo che non lascia dubbi, il secondo capace di fondersi e di guidare senza mai imporsi d’autorità. Perché la musica è dialogo.

Credo che Kremer sul suo Amati stia usando una muta di corde Larsen, da me mai particolarmente amate perché troppo aggressive, ma che in mano a Kremer sono state capaci di generare un ampio spettro di suoni in grado di soddisfare anche gli orecchi e i brani più esigenti, come nel caso dell’Arciduca di Beethoven.

Il Nicolò Amati del 1641 è stato venduto a Kremer dal nostro comune amico David Segal liutaio di New York, ultimo allievo di Simone Fernando Sacconi, di cui David ha raccolto l’eredità e ne conserva senza compromessi la filosofia e l’amore per gli strumenti originali.

Testo e fotografie di Claudio Rampini