Erica delle meraviglie

La violoncellista romana Erica Piccotti in duo con il pianista israeliano Itamar Golan si sono esibiti sabato scorso all’Aula Magna della Sapienza, per il ciclo Calliope della stagione IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti). Qui il programma.

Erica Piccotti nasce a Roma e questo è stato il suo primo concerto romano, quindi per noi un’occasione particolare per saggiare le sue qualità di musicista e di interprete.

Erica Piccotti ha 21 anni, quindi secondo i canoni del pensiero del terzo millennio appena iniziato, essa è anagraficamente giovane, tuttavia questo non ci permette di fare uso del luogo comune per cui la giovinezza del musicista diviene inopinatamente un valore assoluto.

E non parleremo di “astro nascente”, né tantomeno di “enfant prodige”, perché qui di bambini non ce ne sono, parleremo solo di una musicista di talento.

Il talento è una di quelle grazie poco spiegabili per cui molti ne hanno, ma le punte di eccellenza toccano a pochi. Di solito se un bambino ne è dotato lo si capisce subito da chiari segnali, ma il capitalizzare tanta fortuna è spesso un gran problema poiché per problemi vari il talento lo si può perdere per strada.

Non è il caso di Erica Piccotti, il talento e le energie che l’accompagnano sembrano essere stati bene incanalati, per cui fin dalle primissime note la musicista romana rivela un intento creativo dinamico, ampio e di grande respiro, un messaggio chiaro ed inequivocabile che a prescindere da tutto, perfino dalla composizione che si sta eseguendo, ci dice “questa è la mia musica!”.

Erica Piccotti ha suonato un repertorio tipicamente tardo romantico e novecentesco, che notoriamente impegnano moltissimo sia il violoncello che il pianoforte, laddove il secondo, nonostante le partiture dichiarino spesso il contrario, viene relegato a mero ruolo di contorno nell’ingenuo intento di porre in risalto il violoncello, spesso senza essere pienamente consci che in questo modo il suono che ne risulta viene mortificato.

In questa occasione il duo Piccotti-Golan ci ha regalato note vere immerse in un dialogo autentico tra i due strumenti, senza risparmio, da una parte l’energia fluida di Erica Piccotti, dall’altra l’esperita sapienza di Itamar Golan, uno di quei pianisti che ogni musicista vorrebbe avere al proprio fianco per la capacità di ascolto e di comprensione di ciò che sta suonando lui stesso e il suo collega.

Quindi parliamo di estrema attenzione al particolare, ma soprattutto attenzione derivata da un’intesa perfetta, per cui il pianoforte che non si limita ad accompagnare limitando la propria dinamica, e che ha reso in questo caso il suono del violoncello al doppio della sua normale sonorità.

Erica Piccotti ha suonato uno strumento costruito da Giovanni Battista Genova (scuola torinese di Celoniato), dell’anno 1770, uno strumento di piccole dimensioni (cassa lunga 73.6cm rispetto ai 75cm, io amo la forma classica stradivariana lunga 75.6cm), che non si è lasciato affatto intimidire dallo Steinway di Golan, e questo per una semplice ragione: uno strumento più grande, che si parli di violoncello, di viola o di violino, non produce maggior volume di suono, bensì vengono registrate solo variazioni a livello timbrico, cioè a dire che uno strumento più grande ha la capacità di suonare più scuro (con tutto ciò che ne consegue per la proiezione del suono).

Quindi il violoncello Genova di Erica Piccotti si è distinto per una voce più nel carattere soprano, cioè a dire che non possiede la profondità avvolgente di un Montagnana (che spesso nemmeno gli Stradivari o quelli di altri celebri autori posseggono), ma capace di una grande espressione nel fraseggio e comunque dotato di una profondità dei bassi rispettabile, sempre nitida, ben definita, che si proietta senza difficoltà in qualunque punto della sala.

Il modo di suonare di Erica Piccotti ci è parso quindi spontaneo e dotato di grande energia, le foto credo siano abbastanza eloquenti. Nelle mie riprese non indulgo a ritocchi migliorativi dell’immagine, spesso mi limito ad aggiustare nitidezza e contrasto perché amo restituire al meglio possibile l’atmosfera reale dell’evento, questo significa che se nelle foto non viene restituito il senso dell’esperienza musicale spesso è dovuto all’impossibilità di mostrare un qualcosa che non c’era, che era completamente assente, e che nessun intervento migliorativo di post-produzione può in alcun modo aggiungere.

Questo lo dico perché la capacità di trasfigurazione di Erica Piccotti è notevole, in genere tutti i musicisti diventano più belli ed intensi mentre suonano, ma per lei le cose vanno diversamente, almeno dal mio punto di vista. Cioè a dire che l’impeto di passione rende il suo volto non diverso da uno dei tanti personaggi femminili protagonisti della pittura di Caravaggio, il suo tenere gli occhi chiusi, il volgere la testa all’indietro, perfino la lunga capigliatura ondeggiante ed inquieta, richiamano le sembianze popolari del barocco romano.

Quindi parlare di astro nascente nel caso di Erica Piccotti non mi piace semplicemente perché nel suo suono e nella sua musica scorgiamo più dimensioni, una finestra sul tempo che lei sembra essere capace di aprire.

testo e foto di Claudio Rampini

LEONIDAS KAVAKOS ED ENRICO PACE INAUGURANO LA STAGIONE 2020 DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Appassionata Jansen

I concerti per violino e orchestra di epoca romantica hanno finito per stancarmi, tra tutti quello di Bruch e di Mendelssohn-Bartholdy, non tanto per la loro qualità musicale, peraltro superlativa, ma per la tendenza di un certo marketing musicale a proporli in modo ripetitivo, sia nei concerti dal vivo che nella discografia ufficiale.

Eppure la letteratura violinistica non manca di gioielli da eseguire, così come è avvenuto lo scorso anno con Gil Shaham con il concerto per violino di Alban Berg, o nel caso di Robert McDuffie, il concerto n.2 per violino di Philip Glass. Troppo spesso vengono riproposti i cosiddetti “classici”, che si traducono nei concerti per violino di Mozart, Bruch e Mendelssohn-Bartholdy ripetuti “ad nauseam”.

Fortunatamente Janine Jansen il 18 Gennaio scorso con l’orchestra di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano ha ridato vigore e spontaneità ad un Mendelssohn-Bartholdy appiattito dalle eccessive riproposizioni e dalle interpretazioni fin troppo omologate.

Bene l’orchestra di Santa Cecilia e bene anche Pappano, che hanno mantenuto un equilibrio ottimo con la solista, senza timori riverenziali, e senza prevaricare, mi è parso quindi un dialogo molto bene equilibrato e denso di sfumature interessanti.

Non avevo mai visto la Jansen dal vivo, la prima cosa che mi ha è colpito è la sua statura fisica, non disunita da una certa eleganza e modestia nel portamento, al contrario nelle registrazioni video mi apparve fin troppo “agitata”, cosa che non alimentava la mia simpatia nei suoi confronti, giacché l’energia eccessiva nell’accompagnare il suono a mio parere va spesso a discapito di quella che si può impegnare per la buona musica.

Certamente, la Jansen si muove molto quando suona, ma sabato scorso lo ha fatto con eleganza e misura e sempre per conferire il giusto slancio alle arcate e per trovare i giusti punti di incontro con direttore ed orchestra.

Sono rimasto molto piacevolmente colpito dalla fluidità dei suoi legati, ben distribuiti e musicali, mai artificiosi, indice di una tecnica violinistica di grande livello. Così anche l’intonazione è parsa sempre molto precisa e convincente, come pure nei “piano”, la Jansen è stata in grado di produrre sussurri poetici.

In conclusione, niente di nuovo sotto il sole, ma grande Janine Jansen.

Al giusto riconoscimento della sua qualità artistica ci si è aspettato un congruo “bis”, al che mi sono cominciate a tremare le ginocchia perchè, quasi inutile dirlo, ho avuto la certezza più che il presentimento, che di lì a poco sarebbe stato eseguito un brano per violino solo di Bach.

Ora, io non ho niente contro Bach e la sua meravigliosa musica, ma anche in questo caso esibire un brano delle partite o delle sonate per violino solo è diventato un inutile e noioso vezzo, anche laddove la conclamata bravura dell’esecutore riesce ad incantarci. Il problema serio è che spesso, per non dire sempre, Bach viene riproposto in una chiave esecutiva barocca con “pretese” filologiche, dico questo perché a mio parere oggi uno dei pochi interpreti che si possa fregiare di “filologico” è Savall, il resto (con poche eccezioni), segue una prassi che toglie linfa vitale a brani e compositori.


A partire dallo strumento, che rispetto ad un violino propriamente barocco possiede la metà degli armonici, per cui proporlo su un violino con assetto moderno è cosa a mio avviso del tutto improbabile, anche se nel caso presente parliamo di uno Stradivari “Rivaz-Baron Gutman” del 1707. Infatti, non mettiamo in discussione l’eccellente qualità sonora di strumento ed esecutore, solo che si abbia l’accortezza di voler affrontare un repertorio antico con gli strumenti giusti.

Questo per dire che un violino montato “alla moderna”, cioè a dire pressoché identico a quello che è il violino nella sua forma definitiva attuale, autori come Bach o Vivaldi manco ne hanno sentito parlare, perché completamente dimenticati per secoli a partire dalla seconda metà del 1700.

Questo per dire che io per Bach continuo a preferire Szeryng e Milstein.

Testo di Claudio Rampini
foto di Musacchio, Inanniello e Pasqualini.

Un liutaio alla Sapienza.

Museo del Novecento a Milano: il violoncello senza confini di Silvia Chiesa