
Questo blog da oggi ha una nuova categoria: “Discorsi di Liuteria”, nel quale raccoglierò in vari capitoli le esperienze maturate nelle mie ricerche quarantennali, da quando nel 1984 decisi di costruire il mio primo violino seguendo puntualmente il libro di Simone F. Sacconi “I ‘segreti’ di Stradivari”, verificandone e sperimentandone le informazioni contenute in ogni capitolo.
Quasi inutile dire che il mio primo incontro con il libro di Sacconi fu amore a prima vista, e dato che ero quasi completamente digiuno di liuteria e non avevo ancora intenzione di diventare liutaio (ero studente di archeologia classica e facevo il fotografo per mantenermi agli studi), affrontai l’argomento più per curiosità che per un interesse reale sulla costruzione dei violini.
È sempre piuttosto difficile spiegare la natura intima di un amore, ma tenterò comunque di delinearne le linee principali: perché proprio Sacconi? risposta semplice e quasi scontata: perché mi sembrò fin da subito un libro non solo ben concepito, ma soprattutto vi ho trovato contenute informazioni di prima mano sugli strumenti originali, cose che in quegli anni erano ancora piuttosto difficili da ottenere, a patto di lavorare presso qualche bottega artigiana specializzata nella vendita e nel restauro dei violini antichi.
Erano veramente poche le pubblicazioni allora disponibili che fossero in grado di offrire un panorama completo sulla costruzione del violino secondo il metodo stradivariano, il panorama appariva estremamente frammentato e spesso contraddittorio, se non addirittura circondato da un alone di mistero, per cui ogni esigenza di oggettività e verifica dei dati veniva regolarmente elusa e disillusa da autori le cui opere apparivano più come mezzi di trasmissione della mitologia accumulatasi nei secoli sulla liuteria classica, piuttosto che il frutto di una reale ricerca.
Per non parlare poi di molti liutai italiani contemporanei, che pur avendo spesso alle spalle una storia familiare importante, gli strumenti da loro creati non rispecchiavano la tradizione italiana: il loro stile “parlava” tedesco o francese. Cioè a dire che le metodologie di disegno, costruzione e verniciatura erano sostanzialmente diverse da quelle della tradizione classica.
Questo perché dalla morte di Antonio Stradivari e quella di Giuseppe Guarneri detto del Gesù avvenuta pochi anni dopo (rispettivamente 1737 e 1744), la liuteria cremonese conobbe un declino inarrestabile, per cui si creò una frattura profonda tra la tradizione classica e quella ottecentesca, poiché i leggendari liutai che operarono a Cremona tra il 1500 e 1700, non lasciarono dietro di sé altro che i loro strumenti: niente libri, niente scritti, niente allievi.
È pur vero che altri liutai cremonesi come Ceruti e Storioni hanno in qualche modo dato continuità alla tradizione liutaria, ma con metodi e stili diversi.
Sarebbe fare un torto alla tradizione liutaria ottocentesca non riconoscerne l’importanza e la grandezza. È però un fatto che i liutai piemontesi, lombardi, toscani, emiliano-romagnoli, campani, siciliani e di altre regioni adottarono metodi sostanzialmente diversi da quelli della tradizione classica cremonese.
Ciò non vuol dire che ogni liutaio sia obbligato a costruire come i liutai classici, ma è un fatto incontrovertibile che ogni liutaio dalla seconda metà del 1700 fino ai giorni nostri abbia sempre avuto i lavori di Stradivari e Guarneri come riferimento costante per il loro lavoro, questo credo vorrà pur dire qualcosa.
