Altrimenti, perché continuiamo ancora oggi a parlare di “segreti di Stradivari?”, e fu per questo motivo che con una certa dose di umorismo il grande Sacconi intitolò il suo libro “I ‘segreti’ di Stradivari”, il cui virgolettato guida il nostro sguardo ad andare oltre la parola “segreti”, consentendoci per la prima volta di andare oltre il mito, che nei secoli ha accumulato storie spesso oltre il limite dell’assurdo che niente avevano della reale tradizione cremonese.
Spesso andare oltre il mito significa togliere gran parte della poesia se si parla d’arte, ma fortunatamente Sacconi non era uno scienziato, era solamente un liutaio formatosi alla scuola d’intaglio presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove acquisì tutto quel bagaglio di immenso valore, che solo una cultura umanistica può offrire.
Ho avuto occasione di riscontrare personalmente dai disegni, dagli scritti e dai libri che Sacconi consultò per le sue ricerche, che il suo essere liutaio non era una semplice professione, ma qualcosa di più che potrei paragonare solo ad una vocazione. Il suo lavoro non era solo restaurare e costruire violini, ma era anche quello di ricostruire un contesto, questo un esempio più unico che raro anche negli ambienti accademici di storia, filologia e archeologia, figuriamoci nel mondo della liuteria, dove ben difficilmente si andava oltre l’oggetto “violino”, sul quale veniva, viene ancora oggi, proiettata un’attenzione ossessiva che esclude quasi completamente il contesto: come fotografare una persona facendo scomparire lo sfondo.
Ma quell’oggetto e quella persona appartennero ad un mondo senza il quale non avrebbero mai potuto esistere. Non si può escludere nessun soggetto dal suo ambiente, il violino inteso come opera d’arte non può essere considerata a prescindere dal suo ambiente.
Così come del resto non potremo mai avere una completa comprensione delle musiche di Bach, Vivaldi, Monteverdi, Beethoven, se non le si riporta negli ambienti in cui furono create, poiché rischiano seriamente di divenire un oggetto di culto al limite del feticismo.
Fu grazie alla preparazione che Sacconi trovò in ambito accademico artistico, che i suoi scritti, i suoi disegni, i suoi strumenti, oggi parlano un linguaggio ampio, in grado di farci capire il suo mondo e quello dei liutai classici che egli studiò per l’intero arco della sua vita.
Il libro di Sacconi si apre con il capitolo dedicato all’ideazione/progettazione del violino secondo il metodo stradivariano: non credo sia di poco conto affermare che in una cultura post classica in cui si dice tutto e il contrario di tutto su Stradivari, il potere progettare la forma di uno strumento ad arco senza ricorrere ad una mera operazione di copia, sia quantomeno meritevole di attenzione.
Questo perchè nel mondo della liuteria post stradivariana, il disegno dello strumento avviene sostanzialmente attraverso copie, poiché si è perso completamente il metodo originario che ha portato alle forme primigenie, degli Amati, Stradivari, Guarneri, come pure anche Stainer e probabilmente anche altri liutai dell’epoca.
In soccorso di Sacconi sono venute le forme originali stradivariane donate assieme ad un imponente archivio di attrezzi e documenti originali provenienti direttamente dalla bottega di Stradivari, il tutto acquistato dagli eredi del Conte Cozio di Salabue, da Giuseppe Fiorini nel 1930 alla città di Cremona, con l’auspicio che nella città vedesse la luce una scuola di liuteria degna di tale nome, che finalmente potesse rifiorire una tradizione seppellita dal tempo e dall’incuria.
Purtroppo Giuseppe Fiorini avrebbe dovuto aspettare molti anni prima che qualcuno si interessasse agli attrezzi stradivariani che egli aveva donato con tanta generosità e lungimiranza. Quel qualcuno fu proprio Sacconi, che dopo un periodo di oblìo durato circa tre decenni, estrasse dalla polvere quei mirabili oggetti per ordinarli e studiarli assieme al suo amico ed allievo Francesco Bissolotti.
