Presentazione 82° Stagione IUC

Ieri, 10 Settembre 2026, è stata presentata presso la Sala del Senato l’82° Stagione Concertistica in Sapienza, il cui programma completo è consultabile qui.

A mio modesto parere posso dire che si tratta di una stagione veramente ricca e che ce n’è per tutti i gusti, ivi compresi gli amanti del repertorio contemporaneo e della musica elettronica.

Ma non è questo l’aspetto maggiormente attrattivo di ogni stagione IUC poiché non basta raccogliere un buon numero di esecutori di vario genere e gettarli in pasto al pubblico senza una precisa ragione: si è all’interno di uno dei principali atenei italiani, al cui interno un posto prominente è occupato dalla Musicologia e le discipline ad essa collegate quali storia della musica, etnomusicologia, filologia musicale, e via dicendo.

Quindi alla IUC si suona musica anche per educare, per questo motivo le stagioni IUC che da 82 anni allietano i cultori della musica, sono sempre state guidate da scelte precise e ragionate, laddove il pubblico può esplorare un mondo di suoni nuovi e imparare qualcosa di più.

Confesso che ogni volta che mi reco all’Aula Magna per un concerto, rimango sempre affascinato e intimidito al tempo stesso nell’essere accolto da libri antichi di medicina, manufatti delle antichissime civiltà apule, minerali provenienti da ogni parte del mondo e attrezzature chimiche di vecchi laboratori: una sorta di cammino iniziatico che prepara al mondo dei suoni, tutti raccolti in quelle culture che ci precedono da millenni.

Il Prof. Piperno ha parlato di “contrasti” tra ciò che viene rappresentato dalla musica cosiddetta “classica” e quella cosiddetta “contemporanea”, pur non avendo molto in simpatia i suoni elettronici, non vedo contrapposizioni nei vari generi musicali. Ma è vero che i contrasti esistano e che proposti nel modo giusto si possa giungere a parlare di generi complementari, che vanno a completare un panorama, non a frantumarlo. Se l’educatore sa gestire i contenuti dell’arte, è possibile che il fruitore ne esca con un respiro più ampio nella visione del mondo.

Il bicentenario della morte di Beethoven sarà festeggiato degnamente con l’esecuzione del suo concerto per violino e orchestra op. 61 suonato dalla violinista HAWIJCH ELDERS, accompagnato dall’Orchestra da Camera Canova diretta da Enrico Pagano, quello che io considero uno dei capisaldi della letteratura violinistica di tutti i tempi, senza Beethoven neanche il gallo può cantare al mattino.

Per non parlare poi delle esecuzioni integrali per violino e pianoforte di Beethoven esibite dalla strepitosa violinista Carolin Widmann, e poi il grande pianista Antonio Ballista con il suo programma “La paura fa 90”, alludendo alla sua bella età, e poi ancora tanta musica da camera per cui la IUC è conosciuta come uno dei più importanti organizzatori per continuità e qualità.

E poi ancora Brunello e il suo violoncello, il Quartetto di Cremona, il Quartetto Indaco e il primo violino Eleonora Matsuno, il cui papà le ha costruito un violino con cui spesso si esibisce, e poi ancora Angela Hewitt e il suo pianoforte Fazioli, il cui suono unico e inconfondibile tornerà ad allietare i nostri animi.

Si parla di musica, la si ascolta e la si suona, ma io forse affetto da una forma di dislessia retrograda per cui dopo tanti anni anni passati a creare suoni attraverso i miei violini vivo un paradosso: non più leggere la musica, ma disimpararla per tornare ad ascoltare il suono. E dopo il suono il silenzio.

Claudio Rampini

Danish String Quartet: sintonia pura, energia trascinante.

Per i concerti della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), lo scorso 28 Marzo si è esibito presso l’Aula Magna della Sapienza, il Danish Quartet.

Questo il programma della serata:

  • Alfred Schnittke Quartetto n. 2
  • Jonny Greenwood Suite da There will be blood (Il petroliere) – Prima Romana
  • Dmitrij Šostakovič Quartetto n. 3 in fa maggiore op. 73

Il primo violino Rune Tonsgaard Sørensen suona uno strumento di Domenico Montagnana.

Il Danish Quartet, con la sua più che ventennale esperienza sul campo, rappresenta un’eccellenza di livello mondiale per ciò che riguarda il repertorio moderno e tradizionale, ed è stato anche per questo che ci siamo apprestati all’ascolto con particolare attenzione e curiosità.

Specializzato nel repertorio moderno e contemporaneo, il Danish String Quartet si distingue per la sua straordinaria elasticità, cioè a dire un sottile confine tra l’essere esecutori e compositori, poiché è in tali contesti che l’esecutore è in qualche modo “costretto” ad uscire fuori dai canoni convenzionali del quartetto, per esplorare nuove dimensioni del suono e dell’interpretazione.

Il secondo violino Frederik Øland Olsen suona uno strumento di Nicola Gagliano.

Questa impostazione, se da una parte sembra allontanare dalla tradizione classica, dall’altra induce quel distacco necessario affinché il repertorio classico appaia sotto una luce rinnovata, inedita. Il tutto mediato dal repertorio tradizionale scandinavo/celtico, una sorta di ponte che lega il classico al contemporaneo, poiché entrambe attingono a piene mani dal repertorio cosiddetto popolare.

Quindi, l’energia dimostrata dal Danish String Quartet, assieme ad una straordinaria capacità di esprimere un suono unico e definito, trae ispirazione da ritrovate radici sonore.

Il violista Asbjørn Peter Nørgaard suona una viola di Vincenzo Sannino.

In questo concerto il Danish Quartet si è esibito in programma contemporaneo, ma ascoltando le loro incisioni si percepisce distintamente il loro amore incondizionato per Beethoven e i classici in generale, non foss’altro per dimostrare la loro spontanea capacità di entrare ed uscire dai repertori più diversi.

Nelle mani del Danish Quartet anche le dissonanze più aspre suonano musica alle nostre orecchie, questa crediamo che sia la peculiarità inimitabile ed impagabile del quartetto danese. Cioè a dire che frequentare vari generi musicali porta indubbiamente a fare di sè strumenti della musica, ed è questo che noi come ascoltatori ci aspettiamo dalla musica.

Altro aspetto a nostro avviso che caratterizza l’originalità del Danish String Quartet, è quella elasticità portata all’estremo che vede primo e secondo violino scambiarsi nei ruoli senza soluzione di continuità: può sembrare poca cosa, ma all’interno degli equilibri delicatissimi di un quartetto d’archi, questo significa una capacità di trasfigurazione non comune.

Il violoncellista Fredrik Schøyen Sjölin suona uno strumento di Francesco Ruggieri.

Non ci saremmo aspettati strumenti di particolare qualità da parte del Danish Quartet, poiché il repertorio contemporaneo porta spesso, a nostro avviso a ragione, ad una sorta di “disincanto” circa il blasone degli strumenti.

Ma con un primo violino che suona un Montagnana, un secondo violino un Nicola Gagliano, un violoncellista un Francesco Ruggieri e un violista una novecentesca viola di Vincenzo Sannino concepita sul modello Maggini, viene felicemente confermata un’attenzione al suono fuori dal comune da parte del Danish String Quartet.

Testo e Fotografie di Claudio Rampini

Gli echi americani del Quartetto Adorno

Lo scorso martedì 19 Novembre presso l’Aula Magna Sapienza, per la stagione concertistica della I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), si è esibito il Quartetto Adorno con il seguente programma:

  • Samuel Barber Quartetto op. 11 in re maggiore
  • Mario Castelnuovo-Tedesco Quartetto n. 3 op. 203
  • Bernard Herrmann Echoes per quartetto d’archi
  • Antonín Dvořák Quartetto n. 12 in fa maggiore op. 96 “Americano”

Aldilà dei riferimenti al vasto contesto musicale americano, a me è sembrato che il Quartetto Adorno nella scelta di questo impegnativo repertorio novecentesco, abbia voluto esprimere freschezza di ispirazione e capacità di introspezione. Quindi tanta energia e capacità di restituire ad ogni singola nota il carattere che gli è stato impresso dal compositore. Gli echi “americani”, che pure si avvertono chiaramente, vuoi il richiamo all’adagio per archi di Barber ed usato in mille occasioni e contesti diversi, la Beverly Hills di Castelnuovo-Tedesco, il balletto di Herrmann, ed infine i richiami ai paesaggi della frontiera di Dvořák, sono da considerare un importante valore aggiunto in un contesto di siffatta complessità.

Il Quartetto Adorno ha espresso un suono che definirei “importante”, ben pesato ed equilibrato, non mi sembra di aver ravvisato nessuna ostentazione o esagerazione da ciascuna delle parti, ottima la scelta di porre la viola di fronte al primo violino, sicuramente non una novità nella disposizione degli strumenti in un quartetto d’archi, ma sempre capace di offrire una sonorità originale per chi è capace di comprenderla.

Infatti, non si tratta semplicemente di porre in primo piano la viola per “farla sentire più forte”, bensì di cambiare la modalità del dialogo tra gli strumenti, ed infatti questo si è capito molto bene perché in questo programma, come spesso accade nel repertorio novecentesco, la viola costituisce a tutti gli effetti il perno su cui è incardinata la struttura stessa del quartetto.

Mi ha fatto molto piacere apprendere che la viola suonata da Benedetta Bucci fu costruita da Igino Sderci nel 1939, ed è appartenuta a Piero Farulli, l’indimenticato violista del Quartetto Italiano.

La viola Sderci del 1939 appartenuta a Piero Farulli. L’ultima volta l’ho vista e sentita suonare proprio dalle mani del grande Maestro, una trentina d’anni fa presso la Scuola di Musica di Fiesole.

Uno straordinario affiatamento è costituito dal primo e dal secondo violino, che vede in risalto due magnifici strumenti di Ansaldo Poggi, rispettivamente del 1929 e del 1961, dotati di una sonorità morbida, penetrante e mai aggressiva. Il tutto completato dalla presenza di un ottimo violoncello di scuola Giuseppe Fiorini, dotato di un’ottima timbrica e capacità dinamica, che va a comporre uno strardinario quadro della liuteria d’autore italiana: infatti, se consideriamo i legami di Sderci con Simone F. Sacconi, il quale ebbe stretti rapporti con Fiorini stesso, questi strumenti suonati dal Quartetto Adorno rappresentano la summa di una filosofia del suono che tanto ha influito nella tradizione liutaria novecentesca.

Testo e foto di Claudio Rampini

Irvine Arditti: “I don’t like noise.”

Lo scorso 20 Febbraio per la 79a stagione I.U.C. (Istituzione Universitaria dei Concerti), presso l’Aula Magna Sapienza ha avuto luogo il concerto del Quartetto Arditti, in occasione del 50° anniversario della loro fondazione.

Programma:
Penderecki Quartetto n. 2 (1968)
Berio Sincronie (1964)
Ligeti Quartetto n. 2 (1968)
Clarke Quartetto n. 5 (2020)
Senk To see a world in a grain of sand (2022)
Xenakis Tetras (1983)

Mi è d’obbligo precisare che la mia preparazione riguardo il repertorio contemporaneo è a dir poco lacunosa, quindi le mie saranno solo ed esclusivamente note scarne derivate dalle mie impressioni di ascolto, avendo comunque sempre apprezzato l’enorme versatilità del quartetto classico nell’espressione più vera e completa in qualsiasi repertorio musicale, classico, moderno o contemporaneo.

Irvine Arditti

Spente le luci di sala, il pubblico in religioso silenzio e i musicisti pronti ad iniziare il concerto, ecco che il primo violino Irvine Arditti, appoggiando il violino sulla gamba sinistra e con espressione piuttosto contrariata ci guarda tutti con sguardo di rimprovero. Atmosfera vicina allo zero assoluto interrotta da quello che sembra un sottile brusìo proveniente da qualche poltrona più indietro.

Pensiamo tutti, anche il violinista, che si tratti del solito distrattone che ha lasciato acceso il cellulare, o che magari sia impegnato nell’ascolto di non sa sa bene cosa. Al che Irvine Arditti esclama: “I don’t like noise!”.

Purtroppo il brusìo non cessa poiché non è dal pubblico che sembra provenire il rumore molesto, ma da un fantomatico altrove che nessuno capisce. Fortunatamente gli addetti di sala riescono in breve ad avere ragione del problema in pochi attimi e quindi il concerto può iniziare senza indugi.

Questo episodio curioso è in ogni caso servito a capire una cosa importante, perché nel caso del repertorio contemporaneo dove spesso il suono degli strumenti è a dir poco snaturato, la differenza è data da un senso ordinato delle cose. Il rumore caotico, che pure è ripreso spesso da compositori ed esecutori, può divenire completamente estraneo rispetto al pensiero di un compositore.

Quindi, anche se l’esecuzione del Quartetto Arditti ha avuto un esordio così singolare, infine al mio orecchio inesperto il tutto ha avuto una sua logica precisa di performance e improvvisazione: rumore molesto, richiamo all’ordine, espressione di un pensiero.

Quindi si sono aperti paesaggi sonori familiari, proprie della ricerca musicale degli anni ’60, che richiamano il grigiore delle periferie urbane, un mondo di solitudine e senza familiarità, e piccole fiamme che sembrano illuminare il cammino in un mondo che non può fare a meno della propria sensibilità, quella stessa che ha ordinato i suoni in uno spartito musicale.

Irvine Arditti ha suonato un violino Landolfi del 1760.

Ashot Sarkissjan ha suonato un violino von Baehr 2002.

Lucas Fels ha suonato un violoncello Guidantus, Bologna 1730.

Ralf Ehlers ha suonato una viola di 45cm costruita da egli stesso nel 2005.

Testo, foto e video di Claudio Rampini.

Il 50° Anniversario della morte di S. F. Sacconi.

E’ vicina la data che ci vede uniti nel dedicare a S. F. Sacconi due giornate nel 50° anno della sua scomparsa. Infatti, il prossimo 24 e 25 giugno presso il Museo del Violino di Cremona, in collaborazione con la sua direzione e i liutai Marco Vinicio Bissolotti, Wanna Zambelli, Claudio Rampini, avremo modo di ricordare la figura di Sacconi e di discutere sulla sua opera in due giornate ricche di eventi. Il programma completo dell’evento è disponibile presso il sito ufficiale del Museo del Violino.

Questo il programma completo della prima giornata:

Simone Fernando Sacconi, una vita per Stradivari – I sessione

sala Fiorini del Museo del Violino, ore 10,00-11,30

Saluti Istituzionali
Fausto Cacciatori – Simone Fernando Sacconi e la rinascita della liuteria cremonese
Bruce Carlson – La disciplina del restauro: ricerca e applicazione
Wanna Zambelli –  Simone Fernando Sacconi, padre adottivo dei giovani liutai
Marco Vinicio Bissolotti – Francesco Bissolotti e la lezione di Sacconi
Comunicazioni: Salvatore Accardo,  Peter Beare, Carlos Arcieri

ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili

AUDIZIONE SPECIALE “Una vita per Stradivari”

Auditorium Giovanni Arvedi, ore 12,00

violino Simone Fernando Sacconi 1941
Gian Andrea Guerra

acquista il biglietto on line:
sabato 24 giugno – domenica 25 giugno
biglietti disponibili anche presso la biglietteria del Museo

 
Simone Fernando Sacconi, una vita per Stradivari – II sessione

sala Fiorini del Museo del Violino, ore 14,30-17,30

Claudio Rampini –  I “segreti” di Stradivari

Tavola rotonda

coordina: Fausto Cacciatori

Intervengono: Claudio Rampini, Bruce Carlson, Davide Sora, Marco Vinicio Bissolotti, Wanna Zambelli 

ingresso libero sino ad esaurimento dei posti disponibili

Per ulteriori informazioni: Museo del Violino

Claudio Rampini